L’Istat lancia l’allarme, «Italia a rischio demografico»

L’Istat divulga le previsioni regionali della popolazione residente al 2065.  Rispetto alla situazione attuale, la diminuzione della popolazione in Italia sarà di circa 2,1 milioni di residenti nel 2045, e di 7 milioni nel 2065. Il saldo migratorio con l’estero è previsto in aumento, e sarà superiore alle 150 mila unità annue, rispetto alle 130 mila del 2015.

di Matteo Olivieri

E’ un vero e proprio allarme sociale quello lanciato oggi dall’Istituto nazionale di statistica (Istat), che ha divulgato l’aggiornamento delle previsioni demografiche sulla popolazione italiana fino al 2065. La popolazione è attesa in calo, ad un tasso medio annuo pari al -0,5 per mille nel breve periodo, valore destinato a triplicarsi fino al -1,5 per mille entro il 2045, per poi ridursi ulteriormente fino alla media annua del -4,4 per mille nel lungo periodo. In cifre, la popolazione dovrebbe passare dai 60,7 milioni registrati al 1 gennaio 2016, ai 60,4 milioni nel 2025, diminuendo poi ulteriormente a quota 58,6 milioni nel 2045 e, infine, 53,7 milioni nel 2065. In particolare, «mentre nel Mezzogiorno il calo di popolazione si manifesterebbe lungo l’intero periodo», per il Centro-nord, il declino progressivo della popolazione si verificherebbe «soltanto a partire dal 2045 in avanti.»

Nello scenario mediano, la popolazione residente italiana è attesa in diminuzione a tassi crescenti fino al 2065.

Secondo l’Istat, il calo demografico andrà di pari passo con lo «spostamento del peso della popolazione dal Mezzogiorno al Centro-nord del Paese». In base allo scenario più probabile, «nel 2065 il Centro-nord accoglierebbe il 71% di residenti contro il 66% di oggi; il Mezzogiorno invece arriverebbe ad accoglierne il 29% contro il 34% attuale». Nello stesso orizzonte di riferimento, la vita media delle persone crescerebbe fino a 86,1 anni per gli uomini e fino a 90,2 anni per le donne, contro i valori rispettivamente di 80,1 anni e 84,6 anni registrati nel 2015.

Il saldo migratorio con l’estero è previsto positivo, e mediamente superiore alle 150 mila unità annue, in aumento rispetto alle oltre 133 mila mila rilevate nel 2015. Nel complesso, «l’effetto addizionale del saldo migratorio» sulla dinamica demografica dovrebbe tradursi in 2,5 milioni di residenti stranieri in più entro il 2065. Anche la fecondità media per donna è prevista in rialzo, passando – in base allo scenario più probabile – da 1,34 a 1,59 figli per donna nel periodo 2016-2065, sebbene – precisa l’Istat – tale valore è soggetto a incertezza crescente «lungo il periodo di previsione». Nonostante l’afflusso di immigrati, la probabilità di un aumento della popolazione al 2065 è pari solo al 7%. Nello scenario più probabile, infatti, la popolazione dovrebbe diminuire e – aggiunge l’Istat – «le future nascite non saranno sufficienti a compensare i futuri decessi».

Secondo l’Istat, si assisterà ad un calo della popolazione in età attiva accompagnata dalla crescita di quella in età anziana.

Entro il 2065, l’età media della popolazione passerà dagli attuali 44,7 a oltre 50 anni del 2065, e – afferma l’Istat – «tale processo di invecchiamento della popolazione è da ritenersi certo e intenso». Il picco di invecchiamento colpirà l’Italia nel 2045-50, quando si riscontrerà una quota di persone con più di 65 anni sarà vicina al 34%, ed interesserà maggiormente il Mezzogiorno, dove il processo di invecchiamento sarà «più rapido». Inoltre, sempre nel Mezzogiorno, oltre alla prevista crescita della popolazione in età anziana, si registrerà la concomitante riduzione della popolazione in età da lavoro.

Analizzando la composizione per grandi classi di età della popolazione, l’Istat rileva come nel Mezzogiorno potrebbe aversi una riduzione più rilevante della quota di giovani fino a 14 anni di età, passando da circa il 14% nel 2016 all’11% nel 2065. Invece, nel Centro-nord la popolazione in età giovanile dovrebbe subire una contrazione di minore entità. «Pur non trascurando il significativo margine di incertezza – conclude l’Istat -non vi è dubbio che il quadro prospettico complessivo ponga in essere una questione di sostenibilità strutturale, per se stessa e per l’intero Paese.»

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