Una proposta di “slow tourism” lungo l’antica via Popilia romana

Alla scoperta dell’antica via consolare romana ab Regio ad Capuam, anche conosciuta come Via Popilia o Via Annia. Un’opera strategica per il rilancio dell’economia turistica calabrese.

di Daniele Pangaro (*)

I Romani furono definiti con molti appellativi: conquistatori, combattenti, colonizzatori, fondatori di civiltà. Essi furono anche grandi costruttori di infrastrutture pubbliche, capaci di durare nel tempo ed arrivare fino ai nostri giorni. Basta dare uno sguardo alla nostra penisola per capire come la società romana abbia cambiato il territorio che nel corso dei secoli ha conquistato e dominato. Per muovere le enormi e invincibili legioni, Roma ha dovuto anche costruire un sistema viario imponente: migliaia di chilometri di strade vennero costruite nel corso degli anni, trasformando il tessuto culturale e sociale dei luoghi attraversati in maniera repentina.

Particolare della Tavola Peutingeriana, di origine medievale, ritraente la Calabria e la Puglia.

Queste vie di comunicazione non solo permettevano ai soldati di raggiungere i punti caldi della Repubblica – poi Impero –, ma furono anche vettori per la diffusione dell’arte, della letteratura, della conoscenza a 360 gradi. Sulla Tavola Peutingeriana, copia medievale di una più antica mappa, sono raffigurate le strade dell’Impero Romano, i luoghi attraversate da esse, le stazioni di posta dove fermarsi, riposare e cambiare i cavalli. Una di queste antiche strade attraversa la Calabria da nord a sud, collegandola con Roma e con l’Europa continentale: la via Popilia.

Sul nome di questa via ci sono ancora dubbi: alcuni studiosi ritengono che il costruttore sia stato il Console Publio Popilio Lenate nel 132 a.C.; altri ritengono invece che il merito vada dato ad un altro Console, Tito Annio Lusco. Ma, come sempre accade, la verità – forse – sta nel mezzo, e la teoria che più ha trovato pareri positivi è quella che rende sia Popilio Lenate che Tito Annio Rufo – e quindi non Annio Lusco – come costruttori della via, che quindi chiameremo Popilia oppure Annia, ma non Popilia-Annia, poiché questo era il nome di un’altra strada situata tra Rimini ad Aquileia. Come tutte le vie consolari, anche la via Popilia era costruite a scopi militari, e si collegava con la Via Appia, che da Roma portava a Brindisi: iniziava dunque da Capua attraversando, alla luce dei suoi 475 chilometri il sud della Campania, la Basilicata e la Calabria, fino a Reggio.

Frammento della “Lapis Pollae”, con indicazioni stradali e le relative distanze.

Un’epigrafe latina, ritrovata a Polla (Salerno) ci restituisce le tappe più importanti di questo tragitto: la Lapis Pollae infatti, informava i viandanti delle distanze tra il luogo in cui era posta e alcuni centri abitati che venivano attraversati dalla via Popilia. E così vengono citate Nocera Inferiore, Capua, Mormanno, Cosenza, Vibo Valentia, Cannitello – frazione di Villa San Giovanni – fino ad arrivare a Reggio Calabria.

Per quanto riguarda Cosenza, vi è una notazione non di poco conto che riguarda la sua centuriazione: quando i romani conquistavano un territorio, ne rendevano 1/3 Ager Publicus, cioè terreno messo a disposizione di tutti i cives romani per essere coltivato, mentre sul restante veniva dedotto un municipio o una colonia mediante la centuriazione. Gli Agrimensori, coloro che erano addetti alla divisione del territorio, tracciavano una linea est-ovest di circa 100 iugere – uno iugero corrisponde ad un rettangolo di circa 2500 metri quadrati, ovvero lo spazio che 2 buoi potevano arare in una giornata – chiamandola Decumano Maximo; allo stesso modo veniva tracciata una seconda linea perpendicolare, in direzione nord-sud, delle stesse dimensioni, chiamata Kardo Maximo. In seguito si tracciava un reticolato di decumani e kardi minori fino ad ottenere porzioni di territorio delle dimensioni di 2 iugere, corrispondente alla leggendaria eredità che Romolo lasciò ai romani. Questi lotti di terreno venivano dati in sors, a sorteggio, ai cives romani. Alcune volte la centuriazione avveniva in meridiem, ovvero il Decumano Maximo non seguiva l’asse est-ovest ma nord-sud per via della morfologia del terreno: Cosenza è una di quelle poche centuriazioni eseguite in meridiem, poiché gli Agrimensori hanno seguito il percorso del fiume Crati per eseguire la centuriazione del territorio.

Il Ponte romano sul Savuto, fiume conosciuto dai greci come Ocynarus, e dai romani come Sabatum.

Dopo il 476 d.C. e la fine del mondo antico, in un destino comune alle strade di epoca romana, la via Popilia iniziò una lenta fase di decadenza per via della mancata manutenzione cui i romani erano dediti. Durante l’epoca medievale venne attraversata da tutte quelle popolazioni che dominarono il sud della nostra penisola: dai goti ai bizantini, dai longobardi ai normanni e poi svevi, angioini ed aragonesi, diventando così un’arteria di comunicazione ancora viva, anche se non propriamente in salute.

Ad oggi, purtroppo, poche tracce fisiche rimangono di questa importantissima arteria stradale dell’antichità: una testimonianza imponente del passato viario della nostra regione è il cosiddetto Ponte di Annibale, che si trova nel comune di Scigliano (Cs) e che serviva – e serve ancora oggi, dopo più di 2000 anni – ad attraversare il fiume Savuto.

Conoscere la via Popilia vuol dire anche viverla, esplorarla e raccontarla: in un mondo in cui ci si avvia sempre di più allo slow tourism e del turismo riguardante le vie di pellegrinaggio, il percorrere quest’antica via porterebbe non pochi benefici al viaggiatore: infatti la preparazione di un cammino che si sviluppi di pari passo all’antico sentiero porterebbe il viandante a scoprire l’intera regione, i suoi costumi, le sue tradizioni. Tutti buoni motivi per intraprendere il viaggio.

 

(*) Studioso di Storia Medievale, nel 2013 si laurea in Scienze Storiche presso l’Università della Calabria con una tesi sulla Diocesi di Matera-Acerenzia. Attualmente frequenta il corso di laurea in Scienze Religiose presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Francesco di Sales” in Rende (Cs).

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