Che cosa sta accadendo in Venezuela?

In Venezuela le proteste di piazza sono ogni giorno più numerose, e si moltiplicano le notizie di violenze e scontri tra polizia e manifestanti. Rispetto alle letture semplicistiche del fenomeno, emerge il quadro di una terra bella e violenta, dove ancora non si è trovato il modo per risolvere pacificamente i gravi e atavici problemi di equità sociale. Ne abbiamo parlato con Fabrizio di Buono. Ecco che cosa ci ha detto.

di Fabrizio di Buono*

Se leggiamo le differenti testate giornalistiche internazionali sulla questione venezuelana, non da ultimo l’articolo interessante di Gwen Dyer, apparso su Internazionale, sembra che mai come oggi questa storia interessi diverse parti del globo. Sostanzialmente, le notizie date dal mainstream giornalistico sembrano essere unanimi nella condanna del governo – o della persona – di Nicolás Maduro. In particolare, le notizie sembrano dare e tessere una realtà parziale, ponendo una questione: perché giunge solo una certa notizia, formato CNN, in Europa e in Italia? Perché si impone uno schema dualista della situazione offuscando la controparte, o le controparti, giungendo a camuffare i morti e creando paladini democratici?

«Questa nota vuole essere una semplice riflessione su quanto si narra sulle vicende venezuelane e sudamericane in generale, per ingrandire il quadro della questione, senza negare la gravità delle situazioni. Al plurale, perché le storie sono plurali.»

L’attenzione oggi è catturata dal conflitto nelle strade di Caracas fra Maduro, descritto come il terribile dittatore cattivo, e la “buona e gentile e repressa” opposizione. Pare, per chi dà queste notizie, che una situazione così in Venezuela non ci sia mai stata. Forse alcune notizie si sono perse per strada, sono state interrate o non se ne ha memoria, o non sono mai passate dai grandi canali dell’informazione. Ma come scriveva Galeano “il passato è vivo, anche se è stato interrato per errore o per infamia”. Nell’arco temporale che va dal 1989 al 1999, quando al governo c’era la ricca e bianca destra venezuelana, sono state 7.092 le proteste in totale (dati Provea – organizzazione civile per i diritti umani), una media di 2 proteste al giorno, con violente repressioni. Il dato, tuttavia non tiene conto delle decine di scioperi dei lavoratori pubblici. Di questo quadro caotico e del tasso di povertà dell’epoca del Venezuela in pochi ne hanno memoria e in pochi ne fanno menzione, anche perché il Venezuela era ancora conosciuto come il ricco “Venezuela Saudita”.

Le notizie recenti riguardano dell’ennesimo morto nelle proteste, in particolare di uno studente che la stampa attribuisce all’opposizione. Il giovane era in realtà un chavista – sostenitore del governo attuale – che mentre usciva da un’assemblea, dove aveva espresso il suo supporto alla Nuova Costituente proposta da Maduro, è stato freddato da sicari. La questione dei sicari è un’altra che tiene banco. Spesso si diffondono video di sicari in motoretta attaccando giovani isolati, raramente in gruppo. Mai segue alla visione del video la spiegazione che i gruppi paramilitari in Venezuela, o i cosiddetti “squadroni della morte” appartengono storicamente alla destra e hanno svolto sempre la funzione di obbligare le persone a lavorare in condizioni di schiavitù, nelle imprese dei dirigenti politici della destra venezuelana, e seminare il terrore nelle piazze per mantenere il potere o diroccare il nemico. Infine è giusto parlare nuovamente di chi è questa opposizione democratica. L’opposizione a cui si fa riferimento è solitamente una, quella identificata come MUD (Mesa de Unidad Democrática), in cui si riuniscono forze che vanno dal centro destra all’estrema destra. Da questa definizione vengono escluse le altre forze politiche.

«Occorre analizzare ciò che Bourdieu definiva “rete delle dipendenze”, cioè i legami internazionali che supportano le varie parti politiche ed economiche, generando capitale simbolico che porta a ritenere una fonte attendibile di fronte ad un vasto pubblico transnazionale.»

Altro argomento spesso usato è quello della corruzione. Con il termine corruzione, le componenti della destra identificano – e vogliono colpire – le politiche sociali avviate da Chavez prima e Maduro poi, ma è uno schema che ricorre spesso a queste latitudini del globo (anche a Lula, per esempio, con il programma “Fame 0”,venne rivolta questa accusa dalla destra neoliberista). Ciò che viene nascosto è un conflitto tra parti sociali, che da più di un mese si contendono le piazze e le strade, ma con uno squilibrio nei mezzi di comunicazione internazionali che propendono per l’attuale opposizione (di destra) che, è bene ricordare, nelle ultime elezioni (quelle con cui si rinnovano i membri dell’Assemblea Nazionale), è riuscita ad ottenere la maggioranza nel Congresso, situazione che si verificò anche negli Stati Uniti sotto il presidente Obama. Difficile vedere una feroce dittatura (come viene dipinta dai media dell’emisfero nord) perdere le elezioni di metà mandato presidenziale.

È chiaro che il Venezuela rappresenta un territorio strategico per diversi interessi economici, da cui non si può restare esclusi per molto tempo. Pertanto è bene comprendere chi sostiene in  questi mesi complicati l’opposizione al governo di Maduro e perché alcune parti scompaiono dal discorso. Accanto al sipario nazionale, c’è infatti quello internazionale. Gli Stati Uniti d’America di Donald Trump sembrano essere preoccupati e giurano di “togliere” Maduro. Opinione condivisa nell’incontro tenuto il 28 aprile con Macrì, presidente dell’Argentina. I temi condivisi sono stati basicamente due: come interferire in Venezuela e l’acquisto più grande di armi statunitensi compiuto dall’Argentina. Altro organo utilizzato per esercitare pressioni sul governo venezuelano è la OEA (Organizzazione degli Stati Americani), dove diversi paesi spingono per l’intervento in Venezuela in sostegno dell’opposizione, con aperto supporto agli scontri nelle strade.

Un dimostrante sventola la bandiera del Venezuela a Caracas durante le proteste contro il presidente Nicolas Maduro l’8 maggio 2017./ AFP PHOTO / FEDERICO PARRA

È interessante osservare come si tace sugli assunti interni che riguardano molti stati che propugnano democrazia. Pensiamo a Paraguay e Argentina per esempio, partendo dall’assunto dei prigionieri politici. Ebbene, Paraguay ha nelle sue carceri circa 70 prigionieri politici, ma non sono in giacca e cravatta come il ben noto venezuelano di destra Leopoldo López, bensì sono contadini, per lo più arrestati durante proteste pacifiche o in rastrellamenti della polizia. Così come sembra non destare problemi la detenzione senza processo di Milagro Sala – leader Túpac Amaru –, nell’Argentina di Macri, sulla quale si è espressa anche Amnesty International, o si tace sulla riduzione della pena a Luis Miña, militare della dittatura civico-militare del 1976-1983, accusato di “lesa umanità”, con il rischio che il provvedimento venga esteso ad altri 700 torturatori dell’epoca. A questo si aggiungono casi di conflitto di interessi o episodi di sfruttamento lavorativo.

 

Fabrizio Di Buono è dottorando di ricerca in Scienze Sociali presso la Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (FLACSO) di Buenos Aires, Argentina, e membro del Laboratorio Occhialì dell’Università della Calabria.

 

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