L’Istat presenta il Rapporto annuale 2017

Presentato il corposo studio sullo stato di salute dell’economia italiana, di cui Peopleconomy propone una selezione editata. Migliora il potere d’acquisto delle famiglie e la domanda interna sostiene la crescita economica. Il ciclo economico si conferma in moderata ripresa, caratterizzato da una ripresa dei consumi finali (+1,2%) e degli investimenti fissi lordi (+2,9%). Ma a preoccupare sono  gli «elevati valori di disagio economico tra i membri delle famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di occupazione».

di Redazione

Nel 2016, il Pil italiano in volume è cresciuto dello +0,9%, consolidando il processo di ripresa iniziato nel 2015. I consumi finali nazionali (+1,2 per cento) e gli investimenti fissi lordi (+2,9 per cento) hanno registrato un’accelerazione, mentre le esportazioni hanno segnato una crescita relativamente più contenuta dell’anno precedente (+2,4 per cento rispetto al 4,4 del 2015) e inferiore a quella delle importazioni (+2,9 per cento). L’inflazione – misurata attraverso l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, Ipca – ha registrato una leggera variazione negativa (-0,1%), confermando la fase di stagnazione dei prezzi al consumo in atto dal biennio precedente (+0,2% nel 2014 e +0,1% nel 2015), in linea con gli andamenti degli altri membri dell’area euro.

«Per il 2017 le attese sull’andamento del ciclo internazionale si mostrano positive; il Fmi stima una accelerazione del prodotto mondiale (+3,5 per cento), grazie a un miglioramento delle prospettive nei paesi avanzati.»

Sull’andamento dei prezzi al consumo nel 2016 ha inciso la flessione prolungata dei prezzi dei combustibili (-5,5%), determinato dalla discesa delle quotazioni internazionali del petrolio, che ha contribuito ad aumentare i consumi delle famiglie. Questa dinamica è stata sostenuta da un incremento del reddito disponibile in termini reali pari all’1,6%, come conseguenza della crescita dei redditi nominali e della stabilità dell’inflazione (la variazione dei prezzi al consumo nel 2016 è stata sostanzialmente nulla). Nel 2016 è ripresa pure la crescita degli investimenti fissi lordi. In particolare, il processo di accumulazione del capitale ha proseguito il recupero avviato lo scorso anno (+2,9 per cento nel 2016, a fronte del +1,8 nel 2015) dopo tre anni di contrazione. In particolare, la componente più dinamica è stata quella degli investimenti in mezzi di trasporto (+27,3 per cento, da +20,3 nel 2015), cui si è accompagnata una crescita sostenuta delle macchine e attrezzature (+3,9 per cento, da +2,5 nel 2015) e un primo recupero degli investimenti in costruzioni (+1,1 per cento), in contrazione dal 2008. I prodotti della proprietà intellettuale hanno invece segnato un risultato negativo (-1,3 per cento).

Sul fronte del commercio internazionale, si è ampliato il surplus commerciale. Nel 2016 i flussi di scambio hanno risentito del debole andamento del commercio mondiale. All’ampliamento dell’avanzo commerciale ha contribuito il miglioramento della ragione di scambio, generato dalla persistente flessione dei prezzi delle importazioni (-3,5 per cento), a sua volta determinata dalla caduta delle quotazioni internazionali delle materie prime energetiche. Anche i prezzi delle esportazioni hanno subito una diminuzione, ma di minore intensità (-1,4 per cento). Secondo l’Istat, «oltre la metà del contributo alla crescita delle esportazioni deriva dalle vendite all’estero di autoveicoli, in sensibile aumento soprattutto nei paesi dell’Unione europea, e da quelle degli altri mezzi di trasporto. Anche gli articoli farmaceutici, i prodotti alimentari, le bevande e i prodotti dell’abbigliamento hanno fornito un contributo rilevante, mentre le vendite all’estero del settore metalli e prodotti in metallo, macchinari e apparecchi elettrici, importanti per l’industria manifatturiera, sono rimaste stazionarie». La distribuzione per aree geografiche delle esportazioni ha fatto registrare una crescita nell’area Ue (+3,0 per cento) e una flessione degli scambi extra-Ue (-1,2 per cento). Le dinamiche intra-Ue sono il risultato della ripresa dell’attività economica dei principali partner commerciali (Germania, Francia e Spagna); le esportazioni verso i paesi extra-Ue hanno invece risentito della caduta delle vendite nei paesi Opec, in quelli del Mercosur e in Russia.

«A fine 2016, in Italia
il livello del Pil in volume è ancora inferiore di oltre il 7 per cento rispetto al picco di inizio
2008, mentre in Spagna il recupero è quasi completo e Francia e Germania, che nel 2011
avevano già recuperato il livello di attività pre-crisi, segnano progressi pari rispettivamente
a oltre il 4 e quasi l’8 per cento. A partire dal 2015 l’economia italiana ha ripreso a crescere,
seppure a ritmi moderati.» (Istat, 2017)

Nel 2016 la produttività del lavoro è risultata in diminuzione per l’intera economia (-1,1%), principalmente a fronte di un aumento del costo medio del lavoro per unità di prodotto (+1,1%). La flessione è stata relativamente contenuta nell’industria in senso stretto (-0,9%) e più pronunciata nei servizi: commercio, alberghi, trasporti, comunicazione e informatica (-1,5%) e servizi finanziari, immobiliari, noleggio e servizi alle imprese (-3,3%).

L’occupazione è cresciuta nei primi tre trimestri del 2016, ma è rimasta sostanzialmente stazionaria nell’ultima parte dell’anno; l’espansione ha interessato tutte le ripartizioni territoriali e quasi tutte le componenti demografiche, risultando più marcata nel Mezzogiorno (+1,5%) rispetto al Nord (+1,0%); l’occupazione si è contratta unicamente per la classe d’età 35-44 anni (-1,7%), mentre è stata positiva per tutte le altre. Inoltre, la crescita è stata del tutto simile per le donne (+1,5%) e per gli uomini (+1,4%), mentre il tasso di occupazione complessivo è salito di nove decimi di punto per entrambi i generi (66,5% per gli uomini e 48,1% per le donne). Ancora in aumento «l’incidenza della povertà assoluta», cioè la quota di persone che vivono in famiglie che non sono in grado di acquistare il paniere di beni e servizi essenziali. L’ultima rilevazione effettuata dall’Istat (anno 2015), indica che si è raggiunta quota  7,6%, in salita dal 6,8% del 2014. Questo valore corrisponde ad un «numero di individui pari a 4,6 milioni, il più elevato dal 2005».

Per quanto riguarda i conti pubblici, l’indebitamento netto ha continuato a ridursi, scendendo dal 2,7 al 2,4 per cento del Pil. Le stime indicano che l’indebitamento netto del conto delle Amministrazioni pubbliche è sceso nel 2016 al di sotto dei 41 miliardi, riducendo il suo peso sul Pil di circa 0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Consistente la riduzione della spesa per interessi. L’avanzo primario è aumentato di un decimo di punto rispetto al 2015, passando dall’1,4% all’1,5% del Pil (da 23,9 a 25,4 miliardi di euro), mentre la spesa per interessi si è ridotta di 1,8 miliardi, scendendo da 68 a poco più di 66 miliardi (dal 4,1% al 4,0% del Pil). Il debito pubblico è aumentato di 45 miliardi, pari a 0,6 punti in percentuale del Pil (dal 132,0 al 132,6 per cento). Secondo le stime più recenti della Banca d’Italia, a fine 2016 il debito pubblico ha raggiunto i 2.218 miliardi. Rispetto all’obiettivo indicato nel Programma di Stabilità presentato nel 2016, esso risulta superiore di due decimi di punto. L’aumento del rapporto debito/Pil è ascrivibile alla spesa per il servizio del debito (cioè spese legate al pagamento dei debiti, in conto capitale e  interessi) e all’incremento delle disponibilità liquide del Tesoro (aumentate di 4 decimi di punto di Pil, dal 2,2 al 2,6 per cento), che hanno più che compensato l’avanzo primario di bilancio e i proventi delle privatizzazioni (un decimo di punto).

L’Italia è il paese OCSE che ha visto la minore crescita del Pil pro capite nel periodo 2000-2014.

La vita media residua del debito pubblico si è ulteriormente allungata, salendo da 7,1 anni di fine 2015 a 7,3 anni a fine 2017, livello massimo dalla metà del 2012. Il lieve incremento dell’avanzo primario è derivato da un aumento delle entrate (+3,1 miliardi) superiore a quello della spesa primaria (+1,2 miliardi). Il servizio del debito è diminuito nel 2016 di 1,7 miliardi (un decimo di punto in percentuale del Pil). Il peso delle entrate totali sul Pil è sceso di circa 7 decimi di punto, dal 47,8 al 47,1 e quello delle uscite totali di 9 decimi di punto, dal 50,5 al 49,6 per cento. La pressione fiscale si è ridotta di quasi mezzo punto percentuale, passando dal 43,3 al 42,9 per cento. Per il 2017 le attese sull’andamento del ciclo internazionale si mostrano positive; il Fmi stima una accelerazione del prodotto mondiale (+3,5 per cento), grazie a un miglioramento delle prospettive nei paesi avanzati; permangono, tuttavia, segnali di incertezza, in gran parte legati all’evoluzione negli Stati Uniti, dove la crescita del Pil nel primo trimestre è stata modesta (0,2 per cento su base congiunturale).

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