“Catanzaro d’altri tempi e l’arte dell’accoglienza”

Rivive la storia di Catanzaro tra fine ‘800 e metà ‘900, quando intellettuali e viaggiatori stranieri si ritrovavano nelle lussuose sale da tè e nei gran caffè dal gusto “liberty”, accolti in atmosfere ricche di fascino, intrise di odori e profumi delicati.

di Raffaella Clausi

George Gissing era un grande intellettuale inglese, che, approdato a Catanzaro, notò che la vera cultura filosofica, politica, teatrale, sociologica regnava sovrana nelle signorili sale da tè del gran caffè Serrao. Questo raffinato caffè accoglieva artisti e attori e constava di tre grandi vetrate, sul davanti tavolini e sedie a mò di poltroncine di vimini accoglievano clienti impeccabilmente vestiti, mentre al piano di sopra nelle lussuose sale da tè l’atmosfera era sobriamente allietata dalla musica di una piccola orchestra. Si trattava di un sofisticato biglietto da visita della città. Questo caffè nacque per opera di Giuseppe Serrao, artigiano e grande intenditore di economia, nato a Filadelfia nel 1865. Dopo la lunga gestione di un bar- pasticceria a Reggio Calabria, nel 1892 approdò a Catanzaro.

George Gissing, scrittore e viaggiatore inglese di età vittoriana, soggiornò nel 1897 a Catanzaro nell’Albergo Centrale di Coriolano Paparazzo, cognome diventato celebre grazie al film “La dolce vita” di Federico Fellini.

Il caffè era gestito da Giuseppe e dal fratello Luigi ed era anche bar e pasticceria. Questa ormai storica azienda privata divenne il ritrovo abituale di tanti intellettuali stranieri e non, fino a trasformarsi in un vero e proprio centro culturale, un caffè letterario. Giuseppe Serrao morì nel 1905, ma a portare avanti il nome di questo prestigioso caffè furono la moglie, la signora Catuzza e il fratello Luigi. La prima era soprannominata “donna Catuzza” era una donna di gran classe, molto femminile ed austera e cercava di trasmettere anche al caffè questo sua eleganza: infatti, nel 1913 rinnovò i locali e pensò di far decorare la facciata con un fine prospetto in marmo con diciture in bronzo che indicavano alcune specialità disponibili. E, in un locale così chic ed esclusivo non poteva mancare la specialità più in voga del momento, il più richiesto, quello che faceva più tendenza tra gli intellettuali: l’amaro Cicerone. Era un vero toccasana, secondo la pubblicità dell’epoca. Un’ altra bevanda molto dissetante era il “San Colacino” era una bibita rinfrescante al latte di mandorla, una vera specialità della casa in versione analcolica e confezionata in graziose bottigliette bombate tipiche dell’epoca. Poi questo ritrovo molto alla moda divenne caffè imperiale perché la crisi economica del ’29 costrinse Luigi Serrao a cedere l’attività nel 1933 e fu così che il nuovo proprietario, Francesco Colacino, pensò di ribattezzarlo con questo nuovo nome in occasione della guerra etiopica appena finita.

Negli anni 60 accanto allo storico caffè, diventato anche bar, pasticceria, spuntava una insegna del “ristorante Colacino”. La cosa più strana è che nella vetrinetta del ristorante erano esposte le bottiglie dei vini. Un dettaglio non degno di un ristorante alla moda, un particolare davvero per nulla raffinato e anche poco pratico, se si pensa che il vino riposa al buio e non deve essere a contatto con la luce. Ma questo storico caffè, che oggi è l’attuale “Bar Imperiale”, ha visto numerosi periodi di degrado. Il più grave, e anche purtroppo il più recente, venne evitato dall’artista e scenografo Tony Ferro, fondatore dell’Accademia di Belle Arti della città di Catanzaro nel 1972: riuscì ad evitare che lo storico caffè Imperiale diventasse un supermercato.

Un’immagine di Catanzaro agli inizi del ‘900, quando la città pullulava di locali e luoghi di incontro per viaggiatori stranieri e intellettuali del tempo.

Tantissimi altri caffè si reclamizzavano sui giornali più importanti della città. Il “Gran Caffè Margherita” di Michele Potortì era situato nel cuore della città, in Piazza Mercanti, davanti il palazzo della Camera di Commercio. Questo edificio poi venne sostituito da un palazzo perfettamente in sintonia con l’architettura circostante, e poi ancora demolito per lasciare posto alla sede del Banco di Napoli in stile fascista. Ma Michele Potortì volle portare in città una novità che non appassionò i catanzaresi: nel 1905 diede vita al primo caffè-concerto con i relativi artisti, quali i “tabarin” e le “sciantose”. L’idea di Potortì era brillante, ma Catanzaro non rispose bene, tanto che il locale ebbe solo due anni di vita. Poi nel 1925 anche il primo “Gran Caffè Margherita” si stava avviando ormai alla decadenza. Alcuni dipendenti di Potortì, i fratelli Rosace, diedero vita, sempre sul corso Vittorio Emanuele, al “Bar L’ideale”. Questo bar vantava numerosi riconoscimenti con medaglia d’oro nelle esposizioni di Bologna, Firenze e Montecatini.

Una piccola pasticceria allo sbocco di vico Serravalle divenne più grossa, estendendosi nei locali del vecchio “Bar Maltese”. Giorgio Ascenti era il proprietario rivoluzionario di un “Gran Caffè” in piazza Mercanti, diffondendo in città una strana abitudine: quella di poter fare “colazione alla forchetta”, una sorta di colazione all’americana da poter consumare tranquillamente seduti nel suo elegante caffè. Poi vi era uno scenografico “Caffè Colacino”, i cui tavolini invadevano gentilmente piazza Prefettura. Caffè di lunga vita, animato da sofisticate signore giramondo e da mondane catanzaresi amanti della cultura, tutte impeccabilmente chic con le loro cloche di tendenza, i lunghi bocchini, i loro tagli alla maschietta, i loro abiti morbidi, finalmente liberi dai bustini, con i loro primi tailleur chanelliani. Era piacevole gustare le specialità della casa comodamente seduti a questi tavolini in estate, assistendo al “passeggio” lungo il corso. Il proprietario del “Caffè Colacino” era Rosario Colacino, da non confondere con il proprietario del Caffè Imperiale, Francesco, ed era lo stesso che gestiva negli anni ’30 il “Buffet Restaurant Stazione” vicino la stazione ferroviaria di Catanzaro Sala. Era un caffè frequentatissimo, con i tavolini sistemati all’aperto, davanti al palazzo della Prefettura. Era piacevole sedersi sorseggiando una tazza di tè o un caffè, conversando e assistendo al passeggio, mentre una violinista allietava i clienti e i passanti con la sua musica.

«Il Caffè Serrao divenne il ritrovo abituale di tanti intellettuali stranieri e non, fino a trasformarsi in un vero e proprio centro culturale, un caffè letterario.»

Il 22 agosto del 1920 a Catanzaro nacque un grande imprenditore che portò il profumatissimo caffè di Catanzaro fino a New York, allietando i palati raffinati di immigrati italiani e dei curiosi: Guglielmo Papaleo era un catanzarese molto ambizioso. Papaleo passò la sua prima giovinezza a lavorare come commesso in un modesto negozio di generi alimentari in un periodo durissimo di crisi e ristrettezze economiche. Dopo aver racimolato un po’ di soldi, aprì in pieno centro nei locali del “Gran Caffè Ascenti” un piccolo esercizio che diventò famoso come “Bar Guglielmo”, rinomato per il caffè profumato che produceva e che piaceva a tutti, catanzaresi e non. Così nel 1945 iniziò la carriera d’imprenditore di Guglielmo. Con il tempo spostò la torrefazione a Copanello di Stalettì, una zona marina nel catanzarese, e il 1 maggio 1971 inaugurò l’attuale villaggio turistico Guglielmo, che si affaccia su uno dei posti più suggestivi della costa Jonica. Il caffè Guglielmo è ormai conosciuto in ogni parte del globo, vantando anche una ricca e sofisticata varietà di prodotti a base di caffè, come le caramelle alla crema di caffè, e i chicchi di caffè ricoperti di cioccolato fondente.

Catanzaro era un salotto frequentatissimo da gente di mondo, da grandi intellettuali, da sofisticate e instancabili viaggiatrici. In città approdavano italiani e stranieri desiderosi di partecipare attivamente alla vita mondana e culturale della piccola “Parigi calabrese”. Catanzaro era adeguatamente attrezzata ad accogliere la fine clientela internazionale. A Catanzaro l’accoglienza dello straniero era una vera e propria arte esercitata a dovere: ristoranti dai menu sofisticati e confortevoli alberghi di lusso erano sempre pronti a coccolare il cliente, facendolo sentire a casa. Corso Vittorio Emanuele, per quanto breve, era tutto un vivace brulicare di alberghi e ristoranti. L’”Albergo Centrale” ( che comprendeva anche un ristorante rinomatissimo al piano terra) non si poteva non trovare nel cuore di corso Vittorio Emanuele ed era gestito da Vincenzo Corea. L’”Hotel Brezia”, di proprietà del Cavaliere Pasquale Sorrenti e gestito da Eduardo Sorrenti. Dal corso si accedeva al “Restaurant Brezia”, (dotato anche di telefono!), gestito da Giorgio Sorrento, mentre l’albergo omonimo aveva l’ingresso nel vico alberghi.

Nell’immediato dopoguerra il “Restaurant Brezia” divenne gran dispensa. Dal 1926 divennero posti esclusivi e molto cari, e il loro successo consentì di aprire una “succursale” estiva a Trepidò, in Sila. Poi, in un fabbricato facente parte dell’ormai inesistente palazzo Serravalle vi era l’”Albergo d’Italia”, frequentato soprattutto da commercianti. Tra il palazzo Vercillo, dove ora c’è la gioielleria “Sandoz”, e l’antistante Palazzo Serravalle Corso Vittorio Emanuele si restringeva, dando origine a quel famoso tratto detto “stretto”, che caratterizzò fino al 1975 il salotto buono della città. In questo stretto vi era anche il negozio del “bananaro”, quando ancora le banane erano vendute come monopolio dello Stato, e mangiare le banane era la cosa più chic che si potesse fare. Ma il vico Alberghi era proprio detto così perché vi sorgevano altri alberghi rinomatissimi.

Tra tutti gli alberghi ricercati non si deve dimenticare il Nuovo Albergo Moderno”, da non confondere con l’”Hotel Moderno” situato nella marina catanzarese. Il “Nuovo Albergo Moderno” venne infatti costruito nel 1935, con la realizzazione nel 1930 del Palazzo di Giustizia e con il completamento della rete tramviaria fino a Piazza Indipendenza, l’attuale Piazza Matteotti. Fu così che il salotto bene della città, Corso Vittorio Emanuele, perse lentamente d’importanza dal momento che l’”Hotel Brezia” venne soppiantato da questo nuovissimo e modernissimo albergo, frequentato da una clientela esclusiva e raffinata. Ospitava congressi, balli, eventi di vita mondana, feste, e addirittura anche un circolo fascista. A Catanzaro non si dormiva mai : di giorno si lavorava e dalle 11 di sera fino alla mattina presto ci si divertiva, si ballava, perché l’alta società amava la vita mondana e adorava fare salotto.

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *