Bankitalia presenta la Relazione annuale sul 2016

La Banca d’Italia ha presentato oggi a Roma la Relazione annuale sul 2016 e le attesissime “Considerazioni finali” del Governatore Ignazio Visco. Agli attuali ritmi di crescita, «il PIL tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio». Per il governatore, «lo sviluppo dell’economia italiana dipende in modo decisivo dalla rimozione degli ostacoli, non solo economici, che frenano il recupero del Mezzogiorno».

di Matteo Olivieri

L’economia mondiale nell’ultimo anno è cresciuta a tassi superiori al 3 per cento, quella dell’area dell’euro a tassi prossimi al 2 per cento, mentre quella italiana a circa la metà. La crescita dell’economia è stata fortemente influenzata dall’inflazione al consumo, «quasi nulla dalla fine del 2014», ma in forte risalita negli ultimi sei mesi, «sostenuta dai rincari dei beni energetici e alimentari». Inoltre, sia l’attività economica che l’inflazione hanno beneficiato «dell’orientamento fortemente espansivo della politica monetaria», adottato dalla metà del 2014 dalla Banca Centrale Europea (BCE) per contrastare “con successo” «i rischi di una spirale deflazionistica».

Per Ignazio Visco, «la politica monetaria non può da sola garantire il ritorno a una crescita stabile e sostenuta. I problemi strutturali vanno affrontati accelerando le riforme e proseguendo con decisione nel consolidamento dei conti pubblici»

Nonostante ciò – ha detto il governatore Ignazio Visco nel corso del suo intervento – «l’obiettivo di stabilità dei prezzi nell’area dell’euro non è ancora raggiunto», e servirà ancora «un grado elevato di accomodamento monetario» per realizzare «una piena convergenza dell’inflazione verso l’obiettivo della banca centrale», fissato ad un livello «prossimo al 2 per cento annuo, da mantenersi in modo durevole in un orizzonte di medio periodo».

Sull’economia dell’area dell’euro – ha detto il governatore – «pesa l’eredità di un decennio segnato da due recessioni – una causata dalla crisi finanziaria globale, l’altra da quella dei debiti sovrani – e dal rischio di una spirale deflazionistica». La severità delle due crisi è misurata dal calo del prodotto, che è stato del 4,5 per cento durante la prima crisi e, dopo un recupero di 3,5 punti, di oltre l’1 per cento nella seconda, «con andamenti fortemente differenziati tra paesi», e che solo nel 2015 si è riportato sui livelli del 2008.

«Per l’Italia, le conseguenze della doppia recessione sono state più gravi di quelle della crisi degli anni Trenta. Dal 2007 al 2013 il PIL è diminuito del 9 per cento; la produzione industriale di quasi un quarto; gli investimenti del 30 per cento; i consumi dell’8. Ancora oggi nel nostro paese il prodotto è inferiore di oltre il 7 per cento al livello di inizio 2008; nel resto dell’area lo supera del 5.»

Riferendosi all’Italia, il governatore della Banca d’Italia ha sottolineato che «l’espansione dell’economia, ancorché debole, si protrae da oltre due anni». Il miglioramento ciclico si sta diffondendo alla maggior parte dei settori industriali, e recente segnali positivi sono emersi anche nei servizi e nelle costruzioni, soprattutto nel comparto residenziale che beneficia degli incentivi fiscali per la ristrutturazione del patrimonio esistente e dei bassi tassi di interesse. L’attività fatica a rafforzarsi nell’edilizia non residenziale, dove pesa la modesta dinamica degli investimenti pubblici.

Nell’ultimo biennio si sono registrati alcuni segnali positivi anche nel mercato del lavoro, tuttavia – avverte il governatore della Banca d’Italia – «alla fine del 2016 meno del 60 per cento delle persone tra i 20 e i 67 anni aveva un impiego; era occupata appena una donna su due. Tra i giovani con meno di 30 anni, circa un quarto, un terzo nel Mezzogiorno, non aveva un lavoro né era impegnato in un percorso formativo. Sono valori lontani da quelli di gran parte degli altri paesi europei.»

«Con un tasso di crescita annuo intorno all’1 per cento, l’inflazione al 2 e con l’onere medio del debito in graduale risalita verso i valori osservati prima della crisi, un saldo primario (ossia al netto degli interessi) in avanzo del 4 per cento del PIL, sostanzialmente in linea con il quadro programmatico del governo, consentirebbe di ricondurre il rapporto tra debito e prodotto al di sotto del 100 per cento in circa dieci anni.»

Le maggiori indicazioni di un miglioramento in atto nell’economia nazionale provengono dal Centro Nord, ma la crescita interessa anche le regioni meridionali, sebbene «il ritardo rispetto al resto del Paese rimane ampio, superiore al 40 per cento in termini di prodotto pro capite». Da qui la necessità che la politica economica tenga conto dei rischi demografici, dei flussi migratori e delle opportunità tecnologiche che discendono da queste tendenze di lungo periodo, «perseguendo l’obiettivo, non più derogabile, di allineare l’economia italiana alle dinamiche mondiali.» Infatti, secondo il governatore, «non vi sono alternative alla crescita dell’efficienza produttiva, della capacità gestionale e amministrativa: solo l’innovazione nella produzione di beni e servizi è in grado di assicurare allo stesso tempo aumento dei redditi e più elevata occupazione, in quantità e qualità».

In conclusione del suo intervento, il governatore ha ammonito che «i cambiamenti richiederanno tempo, impegno, sacrifici. Interventi di sostegno alla domanda potranno lenire i costi economici e sociali della transizione, ma le politiche economiche devono avere una veduta lunga, mettere in evidenza i benefici per i cittadini. Il consenso va ricercato con la definizione e la comunicazione di programmi chiari, ambiziosi, saldamente fondati sulla realtà.» 

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