Quell’idea di «economia sociale di mercato» a fondamento dell’Europa.

Il 25 marzo di 60 anni fa veniva firmato il Trattato di Roma, con cui si dava inizio al sogno di un’Unione Europea fondata sui principi di sussidiarietà nelle decisioni, tutela della proprietà privata, stabilità economica, tassazione equa ed una politica monetaria indipendente. Intorno a questi pilastri è stata costruita l’Unione Europea che (forse) non abbiamo ancora conosciuto.

di Matteo Olivieri

Era il 9 maggio 1950 quando il ministro degli Esteri francese Robert Schuman, propose un accordo con la Germania per il controllo reciproco della produzione del carbone e dell’acciaio, le principali materie prime usate nell’industria bellica. L’idea era che gli Stati, non avendo più il controllo sulla produzione di carbone e acciaio, non sarebbero stati più tentati di combattere guerre. Quel giorno segnava la nascita del «Piano Schuman» e il primo passo verso l’Unione Europea, l’inizio di un percorso democratico che portò il 25 marzo 1957 all’istituzione della Comunità Economica Europea con la firma del Trattato di Roma, di cui in questi giorni si festeggiano i 60 anni.

Da allora ad oggi è stata fatta molta strada, ma la sensazione condivisa è che l’Europa sia in pericolo come non mai, assediata da una burocrazia asfissiante e da cavilli lontani dai valori dei padri fondatori. Prevaleva infatti la convinzione che una pace duratura potesse essere raggiunta solo per mezzo di un’Europa unita intorno ad alcuni principi condivisi, e – forse – non era un caso che i rappresentanti politici delle nazioni europee sorte dalle macerie della seconda guerra mondiale fossero tutte persone perseguitate dai precedenti regimi totalitari. Konrad Adenauer (Germania) e Alcide De Gasperi (Italia) furono perseguitati per le loro idee politiche; Robert Schuman (Francia) fu deportato in Germania nel 1940 prima di unirsi ai movimenti di resistenza; Joseph Bech (Lussemburgo), Paul–Henri Spaak (Belgio) e Johan Willem Beyen (Paesi Bassi) furono costretti all’esilio durante l’occupazione nazista.

“La politica monetaria è l’elemento principale per assicurare una concorrenza ordinata” – Walter Eucken

Le esperienze maturate in quegli anni di fascismi e dei totalitarismi, indussero i padri fondatori a gettare solide basi per una integrazione europea basata sui principi fino ad allora sconosciuti nella vita pratica, quali la libertà contrattuale e commerciale, la libera circolazione di persone e merci, la politica economica orientata al lungo periodo, e la stabilità monetaria. Tutti valori di ispirazione liberale, o per meglio dire “ordoliberale”, la variante di pensiero fortemente ispirata ai valori democratici-cristiani.

L’ordoliberalismo, sviluppato dalla scuola tedesca di Friburgo, ha avuto in Franz Böhm, Hans Grossmann-Dörth, Constantin von Dietz e Adolf Lampe alcuni dei principali riferimenti culturali dell’epoca. Della scuola facevano parte anche gli economisti Walter Eucken, Wilhelm Röpke e Alfred Müller-Armack. Parlare di “ordoliberalismo” oggi sembra quasi anacronistico, tanto siamo diventati refrattari ad ideologie ed etichette. Ma all’epoca si intendeva rimarcare la differenza sostanziale tra il liberalismo ispirato a valori cristiani e quello senza regole del laissez faire, quest’ultimo ritenuto non in grado di funzionare in modo corretto né capace di assicurare la crescita economica e l’equità distributiva di lungo periodo. A confermarlo era stata l’esperienza storica vissuta tra le due guerre mondiali, caratterizzata tanto da iperinflazione quanto da deflazione, e da disoccupazione di massa. Pertanto, per ricostruire l’Europa dalle macerie della guerra si decise di ripartire da regole comuni in grado di rimettere in moto i mercati. Una sfida immane, accolta confidando nell’unica certezza possibile, ovvero nella capacità del libero mercato di assicurare il massimo livello di prosperità nel rispetto dei diritti inviolabili della persona. Una sfida su cui pesavano ancora rancori e sospetti reciproci, e forse resa ancora più difficile dal fatto che mai prima di allora l’Europa aveva sperimentato un’area di libero scambio di merci o di libera movimentazione di persone e capitali. Dunque, nessun esempio da prendere a riferimento, ma – proprio per questo motivo – un esempio che ancora oggi giganteggia nella storia.

“Ciò che caratterizza uno Stato forte non è la sua attitudine ad intromettersi in tutte le questioni, bensì l’indipendenza dai gruppi di interesse” – Wilhelm Röpke

Quello che ricorre in questi giorni, è dunque l’anniversario del sogno di costruire un’Europa fondata sul principio della promozione della persona in tutte le sue espressioni, così pure il sogno di uno Stato sovranazionale che si interessi dello sviluppo della persona e lavori per eliminare le diseguaglianze e le barriere che si frappongono alla piena fruizione dei diritti inviolabili della persona. In questa visione di Europa, l’economia e la politica non sono intese come strumenti con finalità contrapposte, ma come ausili che puntano nella stessa direzione, ovvero la creazione di una comunità (sovranazionale) dove ognuno possa sentirsi protetto dalla legge. Per i padri fondatori esisteva dunque una differenza sostanziale tra il liberalismo classico fondato sull’individualismo metodologico e l’ordoliberalismo, fondato sull’idea che l’economia di mercato – libera da sussidi e da ingerenze statali, come pure dalle degenerazioni del capitalismo selvaggio o del corporativismo fascista – sia il modo migliore per garantire prosperità e sviluppo della persona nella comunità. Non a caso, per rimarcare ulteriormente la differenza epistemologica tra le due forme di liberalismo, venne coniata l’espressione «economia sociale di mercato» per chiarire che – contro le teorizzazioni dello «Stato minimo» – è dovere dello Stato creare la giusta cornice legale e istituzionale affinché l’attività economica individuale possa prosperare senza che si creino situazioni di conflitto tra scopi sociali e libertà individuali. Insomma, la firma del Trattato di Roma fu il riconoscimento definitivo che per uno sviluppo integrale della dignità umana, l’economia di mercato (basata sulla mobilità del capitale e del lavoro, e accompagnata dalla tutela della proprietà privata e dalla legittima pretesa di un giusto profitto), sia un dato imprescindibile di qualsiasi politica pubblica.

Ma quanta parte di questi ideali sopravvivono ancora ai giorni nostri?

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