OCSE, «l’economia italiana viaggia ben al di sotto del suo potenziale»

Migliora la fiducia delle imprese in Italia e torna a cresce il settore manifatturiero, trainato dall’aumento dei consumi e degli investimenti privati. Ma la fiducia dei consumatori rimane «fragile» e le vendite al dettaglio «sono piatte». A latitare sono ancora gli investimenti pubblici, spesso insufficienti o mal diretti, che tengono l’economia italiana «ben al di sotto» del suo potenziale. Accelera la crescita dell’economia mondiale, ma non quella dell’Italia.

di Matteo Olivieri

L‘Italia si conferma il paese dell’Unione europea con minore crescita del PIL.

«Il PIL italiano è destinato a crescere dell’1% nel 2017 e dello 0,8% nel 2018», ma «l’economia italiana sta viaggiando ben al di sotto del suo potenziale e la ripresa è ancora fragile». E’ questa la conclusione dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nelle previsioni economiche di Giugno, diffuse ieri. L’aumento previsto per il 2017 è in linea con quello indicato dalle principali agenzie internazionali, ma non con le previsioni elaborate dal governo italiano, che – ricordiamo – lo scorso mese di Aprile ha indicato un aumento del PIL per il 2017 al +1,1%. 

Secondo l’Ocse, in Italia prosegue la crescita dei consumi privati «nonostante il rallentamento della creazione di posti di lavoro ed il modesto aumento dei salari». Bene invece la crescita delle esportazioni italiane, che si orienta soprattutto verso il mercato tedesco e quello statunitense. Secondo gli esperti dell’Ocse, «l’aumento della domanda mondiale e il recente deprezzamento dell’euro stanno sostenendo le esportazioni italiane». Anche le importazioni sono in veloce aumento, soprattutto a causa dell’incremento degli investimenti e delle importazioni di beni intermedi. Complessivamente, il saldo di parte corrente è atteso ancora in surplus. In questo contesto, a rafforzarsi sono gli investimenti, soprattutto quelli privati, mentre altrettanto non sta accadendo per quelli pubblici. Tutto ciò si traduce – secondo l’Ocse – in una «grande capacità produttiva inutilizzata», che finora ha tenuto basse le pressioni inflazionistiche, nonostante «i recenti aumenti energetici e alimentari». 

Sul fronte dei conti pubblici, l’Ocse ammette che «il debito pubblico si è stabilizzato in rapporto al PIL, ma il suo livello elevato rimane un fattore di vulnerabilità».  Il bilancio pubblico rimane tuttavia non pienamente sotto controllo, se si considera che, se venissero utilizzati tutti i dei 20 miliardi di euro che il governo ha stanziato per la ricapitalizzazione delle banche, «il debito pubblico aumenterebbe in misura pari all’1,2% del PIL». Anche se il flusso di nuovi prestiti in sofferenza è rallentato nell’ultimo periodo, l’ammontare complessivo di crediti in portafoglio rimane alto, e ciò limita la redditività del settore bancario, e la percentuale di crediti per le piccole e medie imprese (PMI), soprattutto nel settore delle costruzioni.

La sfida di abbassare il deficit di bilancio e il debito pubblico italiano potrà essere affrontata a partire dal rafforzamento della ripresa e continuando nel processo di riforme strutturali, ma il percorso non sarà facile. «Minori pagamenti per interessi e una manovra fiscale strutturale dello 0,2% del PIL contribuiranno a ridurre il deficit di bilancio pubblico al 2,1% del PIL nel 2017. Per il 2018, le proiezioni assumono ulteriore tagli pari all’1% del PIL, mediante un mix di tasse più elevate sui consumi, e riduzioni di spesa, come richiesto dalle regole dell’Unione europea, sebbene il governo abbia recentemente segnalato l’intenzione di attuare un adeguamento fiscale pari allo 0,3% del PIL.»

L’efficienza della pubblica amministrazione varia sensibilmente a seconda delle zone d’Italia.

Nonostante il fatto che l’Italia abbia uno dei settori manifatturieri più importanti al mondo, «l’integrazione italiana nelle catene di valore globali rimane limitata, in parte perché molte aziende sono piccole e soffrono di bassa produttività. Inoltre, i benefici della globalizzazione non sono stati equamente condivisi a causa delle carenze nel sistema educativo, dei programmi di ricerca e di formazione inefficaci e dei programmi inefficaci contro la povertà.»

E, proprio a proposito della bassa competitività, l’Ocse ricorda che l’efficienza della pubblica amministrazione è uno dei fattori che aiutano a migliorare la competitività futura dell’economia italiana. Infatti, la produttività del lavoro è più alta dove l’efficienza della pubblica amministrazione è maggiore. Ma, a giudicare dalle rilevazioni, l’Ocse conferma che – in media – il Mezzogiorno è la parte d’Italia dove la pubblica amministrazione è meno efficiente.

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