Tito Boeri (INPS): «Senza immigrati, a rischio la sostenibilità del sistema pensionistico»

Presentato a Roma, lo scorso 4 luglio, il 16. Rapporto annuale dell’INPS. La relazione conclusiva del Presidente dell’Istituto, Tito Boeri, ha scatenato reazioni contrastanti, soprattutto per alcune affermazioni forti, come «abbiamo bisogno di immigrati e, soprattutto, di contribuenti immigrati». Ecco spiegato che cosa c’è scritto nel rapporto.

di Matteo Olivieri

Secondo l’INPS, «la quota di popolazione straniera residente in Italia è salita repentinamente da circa il 2% nel 2000 all’8,3% nel 2016 (dati Istat)». Si tratta di un’aumento particolarmente elevato se raffrontato con la dinamica registrata in altri paesi europei, tradizionalmente più interessati dai flussi migratori, come Germania e Francia. Tale aumento ha riportato il tema dell’immigrazione al centro del dibattito politico ed economico italiano e, in particolare, il dibattito sulla valutazione del contributo dei lavoratori stranieri al sistema fiscale e previdenziale.

La percentuale di lavoratori stranieri in Italia ha superato quota 8%. Si tratta di un aumento in controtendenza rispetto alle altre principali economie europee.

Al riguardo, le parole del Presidente Tito Boeri hanno suscitato un polverone. «Non possiamo permetterci di chiudere le frontiere – ha detto Boeri -, anzi è proprio chiudendo le frontiere che rischiamo di distruggere il nostro sistema di protezione sociale.» Infatti, gli immigrati «compensano il calo delle nascite nel nostro Paese, la minaccia più grave alla sostenibilità del nostro sistema pensionistico, che è attrezzato per reggere ad un aumento della longevità, ma che sarebbe messo in seria difficoltà da ulteriori riduzioni delle coorti in ingresso nei registri dei contribuenti rispetto agli scenari demografici di lungo periodo.» E ha aggiunto: «Oggi gli immigrati offrono un contributo molto importante al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale e questa loro funzione è destinata a crescere nei prossimi decenni man mano che le generazioni di lavoratori autoctoni che entrano nel mercato del lavoro diventeranno più piccole.»

Nel rapporto 2017 si legge che «la popolazione dei lavoratori dipendenti stranieri è di circa 277.000 unità nel 1995 e aumenta significativamente nel 2002, quando grazie alla sanatoria 195/2002 la popolazione di lavoratori stranieri passa da 730.000 unità a poco più di un milione di unità, fra il 2001 e il 2002. Un’altra importante sanatoria ha luogo nel 2007, quando la popolazione dei lavoratori dipendenti supera per la prima volta il milione e mezzo di unità (nel 2006 ammontava a 1,374 milioni e raggiunge 1,712 milioni nel 2007).» Tra i settori in cui si registra una concentrazione nettamente superiore dei lavoratori stranieri rispetto agli italiani vi sono il settore delle costruzioni, e il settore degli alberghi e ristorazione. Concentrazione sostanzialmente simile tra stranieri e nativi invece nella manifattura, così come nel settore dei trasporti, mentre i lavoratori stranieri risultano sottodimensionati nei settori dei servizi alle imprese e alle famiglie (con esclusione del lavoro domestico).

L’ingresso di nuovi paesi nella UE nel periodo 2004-2007 (Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) non ha aumentato in maniera significativa l’incidenza dei lavoratori “nuovi UE” in Italia. Ben diversa la situazione dal 2007 in poi.

Andando a scomporre i dati grezzi, si apprende poi che la quota di
lavoratori provenienti da paesi membri dell’Unione Europea (UE) sia «relativamente contenuta, e solo marginalmente crescente nel tempo». A crescere maggiormente sono invece i lavoratori “non-UE” (che sono aumentati da 188 mila nel 1995 a 1,141 milioni nel 2007) e i lavoratori classificati come “nuovi UE”, cioè persone che con il passare del tempo cambiano il loro status da extracomunitari a comunitari. In questo caso, l’aumento significativo è stato registrato a partire dal 2007, ed è spiegato soprattutto dall’alta incidenza di lavoratori rumeni e bulgari (i “nuovi EU” passano da 56.254 nel 2006 a 440.604 nel 2007).

I principali paesi di provenienza dei lavoratori extra-comunitari in Italia sono europei. In particolare, la quota di cittadini romeni è passata dal 2% del 1995 al 22% del 2015 («anche per il fatto che dal 2007 diventano comunitari»), mentre una ulteriore quota rilevante di lavoratori proviene dall’Albania, che passa dal 6% del 1995 al 13% del 2002, per poi ridursi al 10% nel 2015. Si riduce invece la quota di lavoratori dal Marocco, passati dal 15% del 1995 all’8% del 2015. Pure in diminuzione le quote di lavoratori di altri paesi africani, passati dal 22% all’11%, e di altri paesi europei (dal 25% al 16%), e di paesi che facevano parte della ex-Jugoslavia (dal 12% al 4%). In aumento invece la quota di lavoratori cinesi, passati dal 2 all’8%, così come la quota di lavoratori asiatici/australiani (dal 9% al 13%) e dalle Americhe (dal 6% all’8%).

Per Tito Boeri, «le analisi mostrano come solo il 50% dei lavoratori migranti continui a lavorare nella stessa provincia a distanza di quattro anni.»

Dalla banca dati dell’INPS emerge che i migranti siano fortemente presenti nella categorie degli operai, e che tale concentrazione si rafforzi nel tempo, passando dall’85,1% nel 1995 all’86,3% nel 2005, fino a 86,2 nel 2015. Anche in aumento i lavoratori nella categoria “impiegati/manager”, passati dal 12,3% del 1995 al 7,0% nel 2005, fino al 9,1% nel 2015, e gli “apprendisti”, passati  dal 2,7% del 1995 al 6,7% nel 2005, fino al 4,7% nel 2015. La popolazione dei lavoratori stranieri in Italia risulta costituita per lo più da individui di età inferiore ai 45 anni. «Fino all’anno 2008 – spiega l’INPS – più della metà dei lavoratori stranieri impiegati in Italia nel settore privato presenta un’età inferiore a 34 anni». Ma il numero di lavoratori con più di 45 anni è più che triplicato nel corso degli ultimi 20 anni, a conferma di una decisa tendenza all’invecchiamento anche dei lavoratori stranieri presenti in Italia. La quota di donne rimane comunque «molto bassa», pur essendo passata da circa il 28%, ad un parziale aggiustamento di genere, con un aumento al 33% nel 2005 e al 37% nel 2015.

Nel complesso, «l’85% delle pensioni in pagamento per i nativi è basato sul sistema retributivo, mentre solo lo 0,3% degli immigrati è destinato a ricevere pensioni basate su regole così generose». Inoltre – continua Boeri – i dati dicono che «gli immigrati oggi in Italia hanno una speranza di vita più breve di quella utilizzata per definire ammontare e durata delle pensioni e questo significa che, anche nell’ambito del metodo contributivo, pagano molto di più di quanto ricevano tenendo conto di versamenti e prestazioni durante l’intero arco della vita.» Infine, le regolarizzazioni si sono rivelate un potente strumento di emersione del lavoro nero nel nostro Paese, visto che «quattro lavoratori regolarizzati su cinque erano contribuenti attivi del nostro sistema di protezione sociale anche 5 anni dopo la loro regolarizzazione». Per questo motivo – conclude Boeri – «impedire loro di avere un permesso di soggiorno quando sono in Italia è la strada sbagliata perché li costringe al lavoro nero e li spinge nelle mani della criminalità».

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