La tutela del mare in Calabria alla luce della Direttiva europea «Marine Strategy»

Pubblichiamo l’articolo integrale dell’economista Matteo Olivieri, intervenuto nel corso dell’evento “Giornata di informazione e sensibilizzazione sul nostro mare”, promosso dal Movimento5Stelle, giorno 23 luglio 2017 a Catanzaro.

di Matteo Olivieri

Buonasera a tutti, e grazie mille per questo invito a discutere di tutela del mare, un tema che sta molto a cuore all’opinione pubblica calabrese. Anche quest’anno i giornali sono pieni di articoli che fanno riferimento a chiazze di colore marrone o a tratti di mare che diventano verdi in alcune ore del giorno. Le ricostruzioni del problema sono più o meno attendibili, ma – a mio avviso – purtroppo parziali. Infatti, troppo spesso si opera una indebita distinzione tra «mare sporco» e «mare inquinato», e il problema viene ricondotto al fenomeno della «fioritura algale», che i tecnici regionali ci dicono essere non tossica. Va peraltro detto che – rispetto all’anno scorso – alcuni progressi concettuali sono stati fatti, e personalmente ho contribuito al dibattito pubblico spiegando come, alla luce del d.lgs. 152/2006 (Testo Unico sull’Ambiente), le «fioriture algali» a loro volta dipendono dalla forte presenza di sostanze nutrienti (soprattutto azoto e fosforo) nelle acque marine. Queste sostanze nutrienti sono perlopiù frutto di attività produttive, che i depuratori non riescono a smaltire correttamente (si veda “Depurazione: fioriture algali causate da gravi inadempienze?”, su Il Foglietto della Ricerca, 17 novembre 2016).

Il fenomeno del «mare verde» si è ripresentato anche quest’anno su molte spiagge calabresi. Secondo l’Arpacal si tratta di «fioriture algali».

Chiaramente, quando si parla di stato di salute del mare, il primo pensiero viene rivolto allo stato della depurazione, e non a torto. Come infatti i calabresi hanno ormai capito, esiste un problema di depurazione nella nostra regione, che spesso è carente o del tutto assente. Infatti, come ha affermato solo pochi giorni fa il dirigente regionale Pallaria nel corso di una intervista tv alla RAI Calabria, in Calabria «siamo ancora all’anno zero» in fatto di depurazione. E, nonostante siano stati spesi ben 900 milioni di euro in opere tampone, siamo ancora in attesa di interventi strutturali, cui – peraltro – siamo obbligati per via della procedura di infrazione comunitaria del 2004 e della relativa sentenza di condanna della Corte di giustizia europea che è del 2007 (Causa C-135/05).

Ed ecco allora, i numeri del disastro della depurazione. Nel Piano d’Ambito della Regione Calabria si legge che su 409 comuni calabresi, esistono ben 765 impianti di depurazione censiti. Di questi, ben il 13% «richiede adeguamenti tecnologici». Inoltre, ben 29 comuni «risultano sprovvisti di impianti per il trattamento di acque reflue», mentre 18 agglomerati urbani (corrispondenti al territorio di 90 comuni) sono oggetto della citata infrazione comunitaria. Per quanto riguarda invece i collettori, esiste una rete di 597 km con un’età media di 20 anni, e occorre realizzare ulteriori 893 km di condotte per adeguare la realtà calabrese alla normativa prevista nel d.lgs. 152/99. In totale, è stato calcolato che la spesa per gli interventi necessari al mantenimento e la realizzazione delle nuove condotte è di circa 326 milioni di euro. Abbiamo dunque una rete vecchia, complicata da gestire (fatta di pozzi di sollevamento, condotte sottomarine) ma soprattutto fragile e costosa (se si considera che basta un blocco elettrico o una mareggiata per mandarli in tilt), e questi costi vengono traslati sui contribuenti che già oggi si vedono addebitare costi elevati per un servizio pessimo.

La magistratura ha accertato che il percolato della discarica di Casignana finiva a mare.

Nonostante ciò, la depurazione è solo uno dei problemi connessi al mare sporco e, mi permetto di dire, forse neppure il più grave. Come infatti hanno dimostrato numerose indagini della magistratura, il mare è stato visto finora come la più grande discarica gratuita. Ricordo al riguardo le numerose indagini della magistratura che hanno condotto al sequestro di numerose discariche, di cui si sono accertate percolazioni a mare. Il caso drammaticamente più noto alle cronache nazionale è quello di Casignana, o – sempre nella Locride – quello che in questi mesi si sta verificando a Siderno, o – senza andare troppo lontano da qui – quello che si è verificato nel recente passato nella discarica di Alli. Poi andrebbero considerati anche le discariche abusive nonché i “siti altamente pericolosi” che spesso sono vicini alla costa e dove spesso sono stati interrati rifiuti industriali pericolosi, inseriti nel Piano Regionale delle Bonifiche e in attesa da decenni di essere bonificati. Infine, andrebbero pure considerate le aree industriali, che sono state sistematicamente localizzate sulla costa: la Marlane di Praia a Mare, la Pertusola di Crotone, e poi ancora le aree industriali di Gioia Tauro e di Lamezia Terme, che ospitano industrie classificate a “rischio di incidente industriale rilevante” a motivo delle sostanze pericolose ivi trattate. Come la magistratura ha appurato nel corso dell’indagine “Tempa Rossa”, alcune sostanze speciali pericolose nocive confluivano nei depuratori di Lamezia Terme e di Gioia Tauro, dopo manomissione dei c.d. “Codice CER”.

Parlare di tutela del mare, quindi, ci obbliga ad aprire la mente. Infatti, non tutte le fonti di inquinamento transitano per i depuratori e, soprattutto, va detto che le analisi di legge condotte sui depuratori riguardano solamente i parametri microbiologici e non invece quelli chimici. Questo aspetto rappresenta – a mio avviso – un aggiramento della legge. Infatti, gli impianti che trattano acque reflue urbane devono attenersi ai limiti previsti nelle tabelle 1 (“acque reflue urbane”) e 2 (“acque reflue urbane in aree sensibili”) della parte terza all’allegato cinque e, solo in presenza di aree industriali, anche ai limiti previsti nella tabella 3 (“scarichi di  acque  reflue  industriali”). Il già citato d.lgs. 152/2006 prevede all’allegato 5 alla parte terza (art. 1.1) che «gli scarichi provenienti da impianti di trattamento  delle  acque reflue urbane devono essere conformi  alle norme di emissione riportate nelle tabelle 1 e 2. Per i parametri azoto totale e fosforo totale le concentrazioni o le percentuali  di  riduzione  del  carico inquinante indicate devono essere raggiunti per uno od entrambi i parametri a seconda della situazione locale. Devono inoltre essere rispettati nel caso di  fognature che convogliano anche scarichi di acque reflue industriali i valori limite di tabella 3 ovvero quelli stabiliti dalle Regioni.»

La normativa ambientale definisce l’inquinamento sia come presenza di sostanze contaminanti, sia come presenza di elevate concentrazioni di sostanze innocue.

Invece, ad una rapida verifica, si può constatare come tutte (!) le autorizzazioni allo scarico di reflui siano adottate riferendosi ai limiti previsti nella tabella 3. Questo significa che nei nostri mari arriva una quantità di reflui compatibile con le aree industriali anche laddove parliamo di piccoli comuni con poche migliaia di abitanti. In altre parole, i limiti sono fissati più in alto di quello che dovrebbero essere, e questo contribuisce senz’altro al fatto che il mare sia torbido ed inquinato, sebbene diversamente da quanti sostengono che sia solo sporco ma non inquinato.

Infatti, non solo la presenza di sostanze contaminanti, ma anche la presenza di sostanze innocue in concentrazioni elevate, da origine all’inquinamento! A tal riguardo giova ricordare che il d.lgs. 152/2006 (art. 5, comma 1, lettera i) definisce inquinamento «l’introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore o più in generale di agenti fisici o chimici, nell’aria, nell’acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell’ambiente, causare il deterioramento dei beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o ad altri suoi legittimi usi». Questo aspetto si ritrova anche nella Direttiva quadro 2008/56/CE “Marine Strategy” sulla strategia per l’ambiente marino, successivamente recepita in Italia con il D.lgs. 190/2010 e successivo Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare del 17 ottobre 2014 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 261 del 10 novembre 2014), che istituisce una relazione diretta tra «mare sano, mare pulito e mare produttivo». In particolare, la Direttiva “Marine Strategy” pone come obiettivo agli Stati membri di raggiungere entro il 2020 il buono stato ambientale (GES, “Good Environmental Status”) per le proprie acque marine, al fine di garantire che esse non solo siano pulite, ma anche sane e produttive.

L’attenzione pubblica è concentrata sugli scarichi illegali. Ma finora poco o nulla si è detto sulla presenza di scarichi legali, autorizzati però con livelli non compatibili con la presenza di aree naturalisticamente sensibili o protette.

Infatti, «per buono stato ambientale delle acque marine si intende la capacità di preservare la diversità ecologica, la vitalità dei mari e degli oceani affinché siano puliti, sani e produttivi mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino ad un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future.» (ISPRA). Ogni Stato è obbligato quindi a mettere in atto un programma di misure volto a «ridurre l’impatto sulle acque marine derivante dalle pressioni antropiche sulle risorse marine naturali e la domanda di servizi ecosistemici marini». A tal fine, sono stati individuati 11 descrittori, sulla base dei quali effettuare le valutazioni previste dalla Direttiva 56/2008. Nello specifico, gli 11 descrittori sono i seguenti:

  • Descrittore 1: La biodiversità è mantenuta. La qualità e la presenza di habitat nonché la distribuzione e l’abbondanza delle specie sono in linea con le prevalenti condizioni fisiografiche, geografiche e climatiche.
  • Descrittore 2: Le specie non indigene introdotte dalle attività umane restano a livelli che non alterano negativamente gli ecosistemi.
  • Descrittore 3: Le popolazioni di tutti i pesci, molluschi e crostacei sfruttati a fini commerciali restano entro limiti biologicamente sicuri, presentando una ripartizione della popolazione per età e dimensioni indicativa della buona salute dello stock.
  • Descrittore 4: Tutti gli elementi della rete trofica marina, nella misura in cui siano noti, sono presenti con normale abbondanza e diversità e con livelli in grado di assicurare l’abbondanza a lungo termine delle specie e la conservazione della loro piena capacità riproduttiva.
  • Descrittore 5: È ridotta al minimo l’eutrofizzazione di origine umana, in particolare i suoi effetti negativi, come perdite di biodiversità, degrado dell’ecosistema, fioriture algali nocive e carenza di ossigeno nelle acque di fondo.
  • Descrittore 6: L’integrità del fondo marino è ad un livello tale da garantire che la struttura e le funzioni degli ecosistemi siano salvaguardate e gli ecosistemi bentonici, in particolare, non abbiano subito effetti negativi.
  • Descrittore 7: La modifica permanente delle condizioni idrografiche non influisce negativamente sugli ecosistemi marini.
  • Descrittore 8: Le concentrazioni dei contaminanti presentano livelli che non danno origine a effetti inquinanti.
  • Descrittore 9: I contaminanti presenti nei pesci e in altri prodotti della pesca in mare destinati al consumo umano non eccedono i livelli stabiliti dalla legislazione comunitaria o da altre norme pertinenti.
  • Descrittore 10: Le proprietà e le quantità di rifiuti marini non provocano danni all’ambiente costiero e marino.
  • Descrittore 11: L’introduzione di energia, comprese le fonti sonore sottomarine, è a livelli che non hanno effetti negativi sull’ambiente marino.
Il canale di scolo del depuratore di Lamezia Terme (Cz) attraversa il Sito di Interesse Comunitario “Dune dell’Angitola”.

Vorrei pertanto richiamare la vostra attenzione su alcuni casi notevoli che si stano verificando in Calabria nel silenzio generale, e di cui mi sono occupato nel recente passato. Tengo a precisare che si tratta di attività industriali che hanno tutte le autorizzazioni di legge in regola, eppure in qualche modo infrangono le prescrizioni imposte della Direttiva 56/2008. Per ragioni di tempo mi limiterò a due soli casi, entrambi in provincia di Catanzaro, ovvero il depuratore di Lamezia Terme e la Centrale termoelettrica a ciclo combinato di Simeri Crichi. Per quanto riguarda il depuratore di Lamezia Terme, i miei studi hanno portato l’opinione pubblica a conoscenza del fatto che il canale di scolo del depuratore attraversa in maniera plateale il Sito di Interesse Comunitario (SIC IT9330089) “Dune dell’Angitola” prima di sfociare in mare, ed è ubicato all’interno di un’area già dichiarata dalla Regione Calabria ad “alta vulnerabilità da nitrati” e ad “alta vulnerabilità degli acquiferi”[2]. Stranamente, il canale di scolo dell’impianto di Lamezia – che è tarato per più di 100.000 abitanti equivalenti (fonte ASICAT) – non risulta segnalato in maniera chiara né nella cartografia ufficiale del Ministero dell’Ambiente né in quella della Regione Calabria.

La centrale termoelettrica di Simeri Crichi (Cz) spurga in mare all’altezza della foce del fiume Alli. Si sospetta che la massa d’acqua calda alteri la salinità e la temperatura delle acque marine, creando un pregiudizio per la fauna marina e la pesca.

Il secondo caso di cui vi vorrei parlare è quello relativo alla Centrale termoelettrica a ciclo combinato di Simeri Crichi, per il cui funzionamento è stata autorizzata una condotta di prelievo (con pressione di progetto a 8 bar) ed una di scarico di acqua di mare (con pressione di progetto di 4 bar), entrambe parallele all’alveo del fiume Alli. L’acqua di mare viene prima dissalata tramite dissalatore, e poi è utilizzata nei processi produttivi per il raffreddamento degli impianti. Come forse si sa, l’acqua demineralizzata è utile ad evitare sia le incrostazioni che la corrosione degli impianti. Ebbene, dalla documentazione del Ministero dell’Ambiente si evince che la centrale è autorizzata a prelevare acqua di mare per un volume pari a 36 milioni di metri cubi annui, equivalente ad una media di 4.500 metri cubi oraria. Di questi, 2.300 metri cubi sono «utilizzati per il raffreddamento dell’impianto a ciclo combinato» (di cui 800 metri cubi di acqua salata dispersi in atmosfera per via di evaporazione tramite «pennacchio di vapore acqueo di lunghezza superiore a 300 metri»), e 2.200 metri cubi «per la produzione di 270 m3/h di acqua dissalata». Al termine del ciclo produttivo, la soluzione salmastra viene restituita al mare, impregnata di «biocidi, anticorrosivi e antialga», con una salinità di 52,5 g/l e ad una temperatura compresa tra i 29,5 gradi (inverno) e i 32,5 gradi (estate), a fronte di una temperatura media estiva compresa tra i 25,5 e i 26,5 gradi centigradi. Un quantità d’acqua impressionante, corrispondente a circa 300 autobotti che ogni ora sversano a mare un flusso continuo di acqua calda e salata, contenente biocidi, senza distinzione tra inverno e estate. Queste informazioni dovrebbero indurre a studi più approfonditi per capire se e come l’ambiente marino e la colonna d’acqua reagisce a queste immissioni di energia, e – in particolare – per verificare le lamentele dei pescatori locali, secondo cui la produttività del mare sia stata completamente azzerata.

Le alterazioni nella temperatura e nella salinità naturale creano situazioni di degrado degli habitat e impoveriscono gli ecosistemi.

Da quanto si apprende dalle rassicurazioni presenti nella documentazione tecnica ministeriale, lo scarico a mare è posto a circa 250 metri dalla costa e «la diluizione iniziale è molto elevata ed il delta termico è inferiore ad 1°C già a pochi metri dallo scarico», ma basta dare un’occhiata su Google Map per vedere che tutto il tratto di costa antistante la centrale ha un colore molto chiaro (acqua calda) e diventa blu solo (acqua fredda), segno che è in atto una stratificazione nella colonna d’acqua, ovvero manchi il naturale ricircolo delle acque profonde in superficie. Queste variazioni termiche e di salinità hanno numerosi effetti sia sulla flora che sulla fauna marina, che sarebbe bene approfondire con indagini indipendenti, anche a motivo della presenza di numerosi Siti di Interesse Comunitario costieri presenti lungo la costa (Oasi di Scolacium, Fondali di Stalettì, Steccato di Cutro e Costa del Turchese). Né va dimenticato che all’art. 11 la direttiva 56/2008 prevede che i programmi di monitoraggio siano «fondati sulle pertinenti disposizioni in materia di valutazione e monitoraggio previste dalla legislazione comunitaria, comprese le direttive Habitat e Uccelli selvatici», e comprese pure le direttive in materia di acque reflue urbane e di gestione della qualità delle acque di balneazione.[1] Come dire, non è più sufficiente guardare ai soli parametri biologici, ma va allargato lo sguardo alle «pressioni antropiche» che creano una incidenza negativa sul sito.

La Direttiva europea “Marine Strategy” istituisce una connessione tra mare pulito, mare sano e mare produttivo.

A giudicare dalle valutazioni del Ministero dell’Ambiente, supportate da perizie di parte, le interferenze indotte dal funzionamento della centrale sono «assolutamente trascurabili», sebbene nella Valutazione di Impatto Ambientale si dica pure che l’Oasi di Scolacium ospiti una specie «papaveracea molto rara» nonché la «presenza di siti di deposizione delle uova di tartarughe Caretta caretta, mentre per quanto riguarda l’area marina protetta Fondali di Stalettì si dica che essa «è stata istituita con il fine di preservare quello che rimane di un posidonieto (Posidonia Oceanica) che caratterizzava i fondali dell’area e che oggi è ridotto a sporadici frammenti relitti».

Come si vede, di questi 11 descrittori, alcuni descrivono purtroppo molto bene quanto sta accadendo in Calabria, in particolare gli indicatori 5, 7 e 8. Pertanto, esigiamo che le autorità preposte – a partire dall’Arpacal e dall’ISPRA – rendano operativa coi fatti la strategia comunitaria al fine di raggiungere l’obiettivo di «buono stato ambientale» dei nostri mari. Siamo obbligati per legge a farlo entro il 2020, visto che nel 2023 è già previsto l’esame dei risultati raggiunti e – in caso di inadempienze – si corre il rischio di incorrere in una nuova procedura di infrazione comunitaria nei confronti dell’Italia e della Calabria, dopo quella sulla mancata depurazione delle acque reflue. Non vorremmo quindi che fra qualche anno oltre al danno, subissimo anche la beffa di dover incorrere in una nuova procedura di infrazione comunitaria per la mancata applicazione della Direttiva europea sulla salvaguardia dei mari. Come forse si sa, le multe europee si traducono in tagli dei trasferimenti statali alle regioni, che – a loro volta – causano tagli ai servizi pubblici (scuola, sanità, lavoro, formazione professionale, lotta al dissesto idrogeologico, ecc.), pertanto è il momento in cui si faccia un serio punto della situazione in materia di tutela del mare nella nostra regione, e i calabresi ricomincino a prendersi cura dei propri territori per evitare di doverne pagare le conseguenze sulla propria pelle.

 

Video amatoriale allegato

(dal minuto 30:00 al minuto 46:40): 

#GiùLeManiDalNostroMare agorà in diretta da Catanzaro…

Pubblicato da Paolo Parentela su Domenica 23 luglio 2017

 

[1] Si veda anche l’art. 13, (2) «Gli Stati membri integrano le misure elaborate ai sensi del paragrafo 1 in un programma di misure, tenendo conto delle pertinenti misure prescritte dalla legislazione comunitaria, in particolare dalla direttiva 2000/60/CE, dalla direttiva 91/271/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1991, concernente il trattamento delle acque reflue urbane, dalla direttiva 2006/7/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 febbraio 2006, relativa alla gestione della qualità delle acque di balneazione, e dalla normativa prossima ventura relativa a standard di qualità ambientale nel settore della politica delle acque, o da accordi internazionali», (4) «I programmi di misure istituiti a norma del presente articolo comprendono misure di protezione spaziale che contribuiscano ad istituire reti coerenti e rappresentative di zone marine protette le quali rispecchino adeguatamente la diversità degli ecosistemi, quali aree speciali di conservazione ai sensi della direttiva Habitat, zone di protezione speciali ai sensi della direttiva Uccelli selvatici e zone marine protette, conformemente a quanto convenuto dalla Comunità o dagli Stati membri interessati nell’ambito di accordi internazionali o regionali di cui sono parti.»

 

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