Italia, tante riforme ma pochi risultati

Un nuovo studio dell’OCSE rivela che la crescita economica italiana è al palo e le imprese non riescono a creare abbastanza posti di lavoro. Il governo ha la possibilità (e il dovere) di fare la propria parte per invertire la rotta e colmare il vuoto. Se solo lo vuole.

di Matteo Olivieri

La ricetta consigliata è un mix di lotta alla corruzione, contrasto all’evasione fiscale, semplificazione del sistema tributario, innovazione e investimenti pubblici nel campo della conoscenza, e la necessità di un sistema giudiziario efficiente. Sono questi gli elementi che l’OCSE ritiene imprescindibili per migliorare i risultati dell’economia in Italia, un paese in cui (come spesso accade nell’Europa meridionale) «la quota di giovani che non lavora, che non studia o che non segue una formazione resta ben superiore al livello pre-crisi.» I risultati sono contenuti nel recente rapporto “Going for Growth”, che piazza l’Italia al terzultimo posto – su 46 paesi analizzati – quanto a crescita del PIL nel 2018, che è prevista all’1,0 per cento e con un tasso di disoccupazione al 10,7 per cento.

In Italia il livello di PIL pro capite sta diminuendo ormai da più di 20 anni

Per l’Italia non si usano toni proprio rassicuranti, visto che povertà e diseguaglianze dei redditi sembrano essere diventate le principali minacce alla serenità degli italiani. «La disuguaglianza – si legge nel rapporto – è aumentata negli ultimi anni, a fronte della stabilità osservata nella media OCSE. Il coefficiente di Gini è aumentato di 0,2 punti tra il 2008 e il 2013 (ora al 32.6%, ndr); la povertà è notevolmente aumentata, soprattutto tra i bambini e i giovani.»

L’indice di Gini (area A) misura le diseguaglianze di reddito nella popolazione.

Nonostante l’avvio di quello che viene definito «un ambizioso programma di riforme», in Italia la ricchezza disponibile si sta concentrando nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone. A rincarare ulteriormente la dose, continua il rapporto, «il PIL pro capite è circa il 75% della media dei paesi più avanzati dell’OCSE, dopo essere diminuito in termini relativi per più di 20 anni. A seguito della crisi, il potenziale di crescita annua del PIL pro capite è diventato negativo a causa della tendenza al declino dell’occupazione e della produttività totale dei fattori. Inoltre, il grave ridimensionamento nella spesa per investimenti ha ridotto lo stock di capitale produttivo, ostacolando ulteriormente la crescita della produttività del lavoro.»

In Italia i processi durano il triplo della media OCSE.

Nel rapporto OCSE si riconosce che «l’Italia ha avviato la realizzazione di un ambizioso programma di riforme, la cui attuazione mira ad incrementare significativamente l’efficienza della pubblica amministrazione e di migliorare il sistema giudiziario», sebbene – si aggiunge – «la debole applicazione delle riforme legata alla inefficienza della pubblica amministrazione continua a frenare i potenziali benefici delle riforme.» Per questo motivo, per gli esperti dell’OCSE risulta fondamentale che continuare a lavorare in maniera significativa sulla efficienza della pubblica amministrazione, sul miglioramento del sistema giudiziario, e sull’equità della struttura tributaria da realizzare «attraverso un taglio permanente al cuneo fiscale».

In Italia la percentuale di persone super-qualificate e sotto-qualificate è più alta della media OCSE.

A dare un’occhiata alle riforme che secondo l’OCSE promettono guadagni di produttività, si trovano – per la verità, con qualche sorpresa – anche la contestatissima riforma conosciuta come “La buona scuola” e il Jobs Act, nella parte che riguarda gli indennizzi dei lavoratori licenziati e la protezione assicurativa per i disoccupati. Anzi, l’OCSE consiglia di introdurre in fretta le ulteriori politiche attive del mercato del lavoro previste nel Jobs Act (e non ancora entrate in vigore), in quanto ritenute «cruciali per ridurre la disoccupazione strutturale», che in Italia assume forme molto particolari. Infatti, nel rapporto si conferma che gli elevati livelli di disoccupazione strutturale fanno il paio con divari di competenze: l’Italia, infatti, ha una quota di lavoratori super-qualificati più alta della media dei paesi OCSE, ma ha anche una quota di lavoratori sotto-qualificati più alta della media dei paesi OCSE. Un fenomeno su cui converrebbe riflettere seriamente prima di ipotizzare una qualsiasi riforma della pubblica amministrazione o del mercato del lavoro. Gli esperti dell’OCSE si dicono pure convinti che una pubblica amministrazione più efficiente e con un maggior livello di competenze «servirà ad amplificare i benefici delle riforme strutturali», che «sarebbero associati ad un aumento della produttività di circa il 10%».

La riduzione delle tasse sul lavoro, l’aumento della spesa pubblica e il credito a basso costo sono dal punto di vista politico il modo più veloce per garantirsi la rielezione, ma dal punto di vista economico sono la via più veloce per creare stagflazioneuna micidiale miscela di bassa crescita e prezzi elevati, che ormai sembra minacciare il futuro dell’Italia.

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