Istat, «aumentano le diseguaglianze di reddito in Italia»

Audizione parlamentare del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica sul tema “Disuguaglianze, distribuzione della ricchezza e  delle risorse finanziarie”. Aumentano le diseguaglianze in Italia, misurate sia sotto il profilo del reddito prodotto sia del reddito disponibile. Nel Mezzogiorno, il Pil per abitante risulta inferiore di circa un terzo rispetto a quello medio italiano. Sicilia, Lazio si confermano come le
regioni con il più elevato livello di disuguaglianza complessiva, seguite dalla Sardegna. 

di Redazione

Nel 2016, sono state circa 1 milione e 600 mila le famiglie in povertà assoluta, pari al 6,3% del totale delle famiglie italiane. In queste famiglie ci sono oltre 4 milioni e 700 mila individui, corrispondenti al 7,9% per cento della popolazione, distribuiti in maniera «non omogenea» sul territorio nazionale. Infatti, la Provincia di Bolzano/Bozen si conferma la zona d’Italia con il Pil pro capite più elevato, con una media di oltre 40 mila euro (41,17 mila euro) per abitante, un valore pari a oltre una volta e mezza (52,1%) la media nazionale, che invece risulta pari a 27 mila euro per abitante. Al secondo posto si trova la Lombardia, con quasi 36 mila euro (35,9 mila euro). All’opposto della classifica, invece, si trovano le regioni del Mezzogiorno, dove il Pil per abitante risulta inferiore di circa un terzo (34,2%) rispetto a quello medio italiano, con differenziali che l’Istat definisce «negativi» in tutte le regioni meridionali, «sia pure di ampiezza variabile».

La Calabria è la regione d’Italia con il Pil pro capite più basso d’Italia. All’estremo opposto, Bolzano, Lombardia, Trento e Valle d’Aosta.

Così, se in Abruzzo (24,2 mila euro) la distanza dalla media nazionale è bassa, per le altre regioni il livello è compreso tra i 19,5 mila euro della Basilicata e i 16 mila della Calabria. E, proprio in Calabria, si registra la situazione più sfavorevole, con un differenziale negativo di circa il 39% rispetto alla media nazionale. Le regioni del Centro presentano invece un Pil per abitante «piuttosto differenziato», con valori che variano da un massimo di 31 mila euro (14,5% in più del livello italiano) per il Lazio ad un minimo di circa 24 mila euro (23,7 mila euro) per l’Umbria. Nel complesso, secondo l’Istat, «l’ampiezza dei differenziali regionali è mutata di poco nel tempo, mostrando però una leggera tendenza ad ampliarsi tra aree più ricche e Meridione.»

Le differenze «estremamente ampie» che si osservano dal punto di vista del reddito prodotto sono in parte ridotte, in termini di reddito disponibile, dai meccanismi di redistribuzione determinati dall’intervento pubblico. Infatti, i differenziali misurati sul reddito disponibile per abitante risultano essere significativamente inferiori a quelli che si osservano considerando il Pil, ma anche in questo caso la Provincia di Bolzano/Bozen e la Lombardia registrano livelli del reddito disponibile superiore, rispettivamente, di circa il 33% e il 22% nel confronto con la media italiana. Nel Mezzogiorno, dove si registra il livello di reddito disponibile più basso rispetto alla media nazionale, la distanza diventa pari al 10,4% per l’Abruzzo, al 31% per la Calabria e al 29% per la Campania.

Aumenta l’incidenza della povertà tra le famiglie italiane nel periodo 2008-2015. A peggiorare è soprattutto la situazione nel Centro Italia, mentre nel Sud la povertà rimane a livelli stabilmente elevati.

Per quanto riguarda invece la concentrazione della ricchezza, misurata dal rapporto fra il reddito totale percepito dal 20 per cento più ricco della popolazione e quello del 20 per cento più povero (indice sintetico noto come S80/S20), essa risulta pari in Italia a 5,8 (dati del 2015) ma in alcune regioni si registrano differenze più elevate: in particolare la Sicilia, dove il quinto più ricco ha un reddito superiore di oltre otto volte rispetto a quello più povero (8,3) e il Lazio, dove il rapporto è pari a 6,5 volte. In queste regioni si è registrato anche il maggiore incremento di tale indicatore rispetto al 2008 (rispettivamente +2,6 e +1,5). Cresce inoltre la distanza fra i redditi più elevati e quelli più bassi, sia pure in misura minore, in Sardegna, Puglia e Lombardia (tutte con aumenti prossimi all’unità).

Contestualmente alle diseguaglianze di reddito, in Italia cresce anche il rischio di povertà, che – in base ai dati del 2015 – riguarda circa il 20% della popolazione, valore cresciuto – sia pur «di poco» durante gli anni della crisi. In particolare, un residente su cinque (19,9%) vive in famiglie che nel 2014 avevano un reddito equivalente inferiore al 60% del reddito mediano nazionale. Tale percentuale sale di molto nelle regioni meridionali, con picchi negativi in Calabria (33,8%), in Campania (35,5%) e in Sicilia (42,3%). Secondo l’Istat, «l’essere residenti al Mezzogiorno espone a un rischio maggiore lungo tutte le dimensioni della vulnerabilità: in Sicilia più della metà della popolazione (55,4%) vive in famiglie a rischio di povertà o esclusione, e in Puglia e Campania si supera il 45 per cento (rispettivamente 47,8 e 46,1%). Viceversa, valori più contenuti, intorno al 15 per cento, si rilevano nella Provincia autonoma di Bolzano (13,7%), in Friuli-Venezia Giulia (14,5%) ed Emilia-Romagna (15,4%)».

La stima della povertà è effettuata sulla base di una serie di indicatori relativi al rischio di povertà o esclusione sociale, grave deprivazione, bassa intensità lavorativa, indice di Gini e indice S80/S20. 

Preoccupa inoltre la stima della povertà assoluta, ovvero il «numero di famiglie e individui i cui consumi non superano la soglia di povertà, data dal valore monetario del paniere di beni e servizi considerati essenziali e definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza». Secondo i dati Istat, infatti, tra il 2008 e il 2016 il numero di poveri è aumentato in tutte le zone d’Italia, ma l’aumento più consistente si è registrato nelle regioni del Centro Italia, «dove il numero di poveri è quasi triplicato (da 316 mila a 871 mila individui, pari ad un aumento dell’incidenza da 2,8 a 7,3%) e nelle regioni del Nord, dove è cresciuto di 2 volte e mezzo (da 724 mila a 1 milione e 832 mila individui, pari ad un aumento dell’incidenza da 2,7 a 6,7%)».

Infine, anche le analisi che prendono in considerazione gli elementi «non strettamente monetari» che caratterizzano gli standard di vita della popolazione, mostrano come – oltre alle difficoltà reddituali delle famiglie – ulteriori difficoltà siano rappresentate dalla «bassa intensità lavorativa» (cioè il numero di famiglie con componenti in età lavorativa tra i 18 e i 59 anni che lavorano meno di un quinto del tempo) e della «deprivazione materiale» (ovverosia, l’impossibilità di sostenere gran parte delle spese per determinati beni e servizi). Anche in questo caso, gli indicatori mostrano come l’essere residenti al Mezzogiorno esponga a un rischio di povertà maggiore.

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