Le “dure” ricette del FMI per far ripartire l’Italia

Nel giro di consultazioni che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) intrattiene annualmente con il governo italiano (c.d. Articolo IV), spuntano a sorpresa alcune “ricette” molto controverse per far ripartire l’economia. Ecco che cosa abbiamo scoperto…

di Matteo Olivieri

Dopo la diffusione dei risultati preliminari relativi alla consultazione che il FMI conduce annualmente con i rappresentanti del governo italiano, è finalmente disponibile il rapporto completo sullo lo stato di salute dell’economia. Rispetto alle anticipazioni dei giorni scorsi, appare chiaro che alcune notizie sono state diffuse con prematuro ottimismo, altre invece sono state diffuse senza troppa enfasi, mentre altre ancora sono state letteralmente sottaciute. Tra le prime, è stato dato risalto alla notizia che l’economia italiana sembra essere entrata nel terzo anno consecutivo «di moderata ripresa» (che ci si aspetta continui ad un tasso di circa l’1,3% quest’anno, per poi ridiscendere «fino all’1 per cento» nel periodo 2018-20), aiutata soprattutto dalle riforme del governo, come pure dalla politica monetaria ultra-accomodante e da bassi prezzi delle materie prime.

Gli esperti del FMI prevedono una crescita dell’1,3% dell’economia italiana nel 2017, e di circa l’1% nel periodo 2018-2020. Ma la crescita dell’inflazione è stimata a +1,4%. 

Pure, ma con molta meno enfasi, è stata data notizia dei rischi per il futuro della nostra economia, che – secondo gli esperti di Washington – «rimangono significativi»: alta disoccupazione, crediti bancari inesigibili «diminuiti in misura minima rispetto ai picchi della crisi», il debito pubblico che si è stabilizzato ad un livello però ancora molto alto, e la ineguale distribuzione dei redditiTutti problemi, questi, che a detta del FMI pongono delle «sfide chiave» per la nostra economia, che devono essere affrontati se si vuole puntare ad una crescita più rapida e robusta, che faccia dimenticare oltre un decennio di bassa produttività e di scarsità degli investimenti, tale per cui i redditi disponibili di oggi delle persone risultano essere inferiori rispetto al momento dell’ingresso dell’Italia nella moneta unica, l’Euro (2002).

Nel 2016 il PIL pro capite degli italiani è inferiore di circa il 5% rispetto al valore del 2000. Quello dei tedeschi è superiore di circa il 20%.

Poco o nulla, invece, è stato detto a proposito delle “ricette” che gli esperti del Fondo Monetario Internazionale hanno suggerito al governo italiano per affrontare queste «sfide chiave». Ebbene, da quanto si apprende dal documento finale, al paragrafo 37 – dove si parla di «riforme strutturali ambiziose e più ampie» che possano contribuire a favorire una crescita più robusta – si include «l’introduzione di un salario minimo differenziato per regione» in modo da tenere conto dei diversi livelli di produttività nel Nord e nel Sud. Altre misure, descritte nel paragrafo 40, includono la «riduzione della spesa primaria corrente», «l’ampliamento della base imponibile (soprattutto l’IVA) e l’abbassamento gradualmente delle aliquote d’imposta sui fattori produttivi», quest’ultimo realizzato mediante uno spostamento della tassazione verso i beni di proprietà e i consumi, e – appunto – l’allargamento della base imponibile. Inoltre, «l’elevata spesa per pensioni dovrebbe essere ridotta nel medio termine» per poter alleggerire il carico fiscale, il cui peso si farà sentire fino a quando non si materializzeranno i benefici effetti derivanti dalle riforme pensionistiche. 

Pensionati e lavoratori in proprio sono tra le categorie che hanno visto crescere di più in termini reali la loro ricchezza negli ultimi 20 anni. Corrispondono alla fascia d’età dai 55 anni in su.

Se a ciò si aggiunge che ben il 30% della ricchezza nazionale è detenuta dal 5% più ricco della popolazione italiana, il FMI intravede nella diminuzione della spesa pensionistica e nell’aumento della tassazione sulla proprietà un modo «efficiente ed equo» per aumentare le risorse utili al raggiungimento degli obiettivi di riequilibrio fiscale. In particolare, proprio con riferimento alla spesa pensionistica, il FMI fa rilevare come i pensionati (e, più in generale, gli over-65) risultano tra le categorie che hanno visto crescere maggiormente la loro ricchezza in termini reali negli ultimi 20 anni, e che quindi hanno subito di meno gli effetti della crisi, riversatasi invece per intero sulle giovani generazioni.

Un capitolo a parte va poi riservato ai salvataggi bancari, che – a detta del FMI – dovrebbero essere fatti ricorrendo più spesso al coinvolgimento dei creditori e degli azionisti (c.d. bail-in), considerato che «secondo la Banca d’Italia, la stragrande maggioranza degli strumenti finanziari ammissibili al bail-in (oltre l’86 per cento per valore) sono detenuti dal 10 per cento più ricco della popolazione», una percentuale che fa delle famiglie italiane quelle con la quota maggiore di ricchezza privata al mondo». Per questo motivo – continuano gli esperti del FMI – il ricorso alla ricchezza privata «dovrebbe essere considerato da una prospettiva di efficienza e di equità», come modo per «rompere la dipendenza della banca dallo Stato» e «minimizzare i costi per il bilancio pubblico.»

Secondo le statistiche, la ricchezza netta degli italiani è la più alta al mondo.

Infine, tra le altre misure previste per «rafforzare il funzionamento del mercato del lavoro» vi ritrova la riduzione del cuneo fiscale sui redditi secondari, l’aumento della spesa per le politiche attive del mercato del lavoro e l’estensione della riforma del mercato di lavoro (“Jobs Act”) a tutti i contratti a tempo indeterminato nel settore privato. Insomma, visto che il debito pubblico elevato e le fragilità dell’economia espongono l’Italia in modo permanente al rischio di crisi (a meno che non vengano implementate riforme credibili) il FMI intravede «poco spazio» per reagire ad eventuali shock. Per questo motivo, si suggerisce di dare la priorità a «riforme ambiziose» e a «misure permanenti in grado di favorire la crescita e sostenere il consolidamento fiscale», ma sul significato concreto di questi termini, il disaccordo non poteva essere maggiore. Infatti, volendo sintetizzare, si potrebbe dire che la soluzione indicata dai tecnici sembra essere quella di colpire i contribuenti “ricchi” (perlopiù pensionati ed over-65), e far ricadere su di loro l’onere del ripianamento dei conti pubblici, quasi che le colpe della finanza pubblica italiana dipendano dalle decisioni di risparmio e di investimento dei privati cittadini.

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