L’economia ricardiana compie 200 anni

Nel bicentenario della pubblicazione dei Principi di economia politica e dell’imposta (1817), Peopleconomy propone una lettura inedita dell’economista inglese David Ricardo, che continua ad esercitare un grande fascino sugli economisti moderni, sfidandoli con la chiarezza delle sue teorie.

di Matteo Olivieri

Quando nel 1817 David Ricardo (1772-1823) pubblicò i suoi “Principi di economia politica e dell’imposta”, era già considerato una celebrità nel panorama inglese. Solo alcuni anni prima, da poco quarantenne, si era ritirato a vita privata dopo aver accumulato una enorme fortuna in Borsa con l’acquisto dei titoli di Stato inglesi emessi per finanziare la battaglia di Waterloo. Il suo nome cominciò a diffondersi nella comunità scientifica nel 1808, quando intervenne nel dibattito pubblico con una propria spiegazione dell’inflazione inglese agli inizi del 19. secolo. Questa teoria, oggi nota come “monetarismo”, attribuiva l’aumento dei prezzi inglesi durante le guerre napoleoniche alla eccessiva emissione di valuta da parte della Banca Centrale. La tesi di Ricardo riprendeva argomentazioni simili usate pochi secoli prima dal filosofo inglese John Locke a proposito della “controversia sui lingotti d’oro” (c.d. bullion controversy), secondo cui l’enorme afflusso di quantità d’oro influiva sul valore della moneta nazionale e sul livello dei prezzi interni. L’argomentazione di Ricardo – definita dai contemporanei “irresistibile” -, gli valse l’amicizia di James Mill e degli utilitaristi inglesi.

«Mi sembra che <Malthus> sia incorso in alcuni errori. […] Uno di questi errori consiste nel supporre che la rendita sia un guadagno netto e una nuova creazione di ricchezza» (Principi, cap. XXXII, 1817)
La celebrità arrivò però poco dopo, in occasione della disputa del 1815 sulle Corn Laws, le leggi che il Parlamento inglese si apprestava a varare per imporre dazi alle importazioni di grano e, quindi, per scoraggiare le importazioni dall’estero. Ancora sconosciuto a molti, David Ricardo si unì nuovamente alla discussione pubblica, dando alle stampe un piccolo pamphlet in cui spiegava che l’introduzione dei dazi commerciali avrebbe arrecato danno all’economia inglese, dichiarandosi a favore del libero commercio e contrario al protezionismo invocato invece dal grande economista, suo contemporaneo, Thomas Malthus. Nel saggio, intitolato “Saggio sull’influenza di un basso prezzo del grano sui profitti azionari”, Ricardo formulò quella che ancora oggi è conosciuta come la “legge dei rendimenti marginali decrescenti”, una delle leggi economiche più famose, secondo cui all’aumentare dei fattori di produzione (come lavoro e tecnologia), applicati su una quantità fissa di terra, la produzione diminuisce. Il saggio non passò inosservato, perché implicava – tra le altre cose – che i processi di accumulazione di capitale non sono infiniti né sono limitati dalla naturale fecondità naturale (come aveva sostenuto Adam Smith) ma dipendono dal tasso di profitto. Si trattava di una tesi sostanzialmente affine a quella sostenuta da Thomas Malthus.

Quest’ultimo, pur già avanti negli anni ed ormai celebre, prese carta e penna per scrivere al giovane sconosciuto e congratularsi con lui, offrendogli nel contempo la propria amicizia. Da allora nacque un sodalizio leale e duraturo, caratterizzato da assidue frequentazioni e da un fitto scambio epistolare su qualsiasi questione di rilevanza economica, nonostante i due avessero spesso idee diametralmente opposte. Fu da questo fitto scambio di lettere (e sotto l’incitamento di James Mill, padre di John Stuart Mill) che David Ricardo avvertì il bisogno di sistematizzare il proprio pensiero, e rendere pubbliche le ragioni che lo separavano dall’illustre amico Thomas Malthus, dedicandosi appunto a quella che sarebbe stata poi considerata la sua opera fondamentale, i “Principi di economia politica e dell’imposta”. In essa, Ricardo dedicherà l’intero capitolo 32 alla discussione nel merito delle teorie di Thomas Malthus ed alle differenze (apparentemente impercettibili, eppure sostanziali) ravvisate con le proprie tesi. Il principale punto di disaccordo tra i due riguardò il ruolo della rendita nel processo di formazione dei prezzi, che – secondo Ricardo – è un «valore puramente nominale che non accresce la ricchezza nazionale, ma è un mero trasferimento di valore ad esclusivo vantaggio dei proprietari terrieri e correlativo danno dei consumatori», considerato che «la rendita è una creazione di valore, ma non di ricchezza; essa non aggiunge nulla alle risorse di un paese, non gli permette di mantenere flotte ed eserciti».

«E’ attraverso l’ineguaglianza dei profitti che il capitale si muove da un impiego all’altro. Quindi mentre i profitti in generale diminuiscono e si stabilizzano gradualmente a un livello più basso a seguito di un aumento dei salari e delle difficoltà di fornire sussistenze a una popolazione crescente, i profitti dell’agricoltore possono essere, per un breve intervallo di tempo, al di sopra del livello precedente». (Principi, cap. VI)

Alla base di questa convinzione vi era appunto il “principio dei rendimenti marginali decrescenti”, che divenne così il centro della teoria della distribuzione e della rendita che portano – ancora oggi – il suo nome. Infatti, secondo Ricardo, considerando la limitata disponibilità di terra fertile, il prezzo delle merci viene a dipendere dal loro costo di produzione, il quale – a sua volta – dipende dalla facilità/difficoltà di lavorare la terra. Pertanto, la terra fertile è quella che verrà lavorata per prima, mentre quella meno fertile per ultima. In tal modo, la messa in produzione di terra meno fertile per sopperire alle esigenze alimentari degli incrementi di popolazione, farà sì che il prezzo di vendita del grano sarà regolato dalla difficoltà di produrlo sulla terra meno fertile, e questa circostanza creerà una rendita a favore dei proprietari delle sole terre fertili, che vedranno un aumento del valore di scambio delle merci prodotte. Infatti, secondo Ricardo, «l’ultima porzione di capitale impiegata sulla terra dà soltanto i comuni profitti del capitale, e non frutta rendita», aggiungendo che le rendite «non sono mai una creazione di ricchezza, esse sono sempre parte della ricchezza già creata». Allo stesso modo, l’importazione di grano estero, lungi dall’impoverire i produttori nazionali, li arricchisce, poiché ne innalza la rendita, mentre la maggiore quantità di capitale e di lavoro necessari per rendere produttiva la terra meno fertile erode tutta la rendita dei proprietari di suoli meno fertili.

«Poiché la rendita è l’effetto dell’alto prezzo del grano, la perdita della rendita è l’effetto del suo basso prezzo. Il grano estero non fa mai concorrenza al grano nazionale che frutta una rendita; la diminuzione del prezzo invariabilmente colpisce il proprietario fino a che tutta la sua rendita sarà assorbita» (Principi, cap. XXXII)

Il tema del libero commercio divenne il banco di prova delle teorie di Ricardo, che si oppose a qualsiasi tipo di intervento protezionistico teso a limitare le importazioni di grano. Nel discutere dell’argomento, Ricardo elaborò la teoria dei “vantaggi comparati”, ovvero la tesi secondo cui un paese che acquista merci dall’estero a costi inferiori è avvantaggiato rispetto ad un altro paese che li produce in proprio. La parola “vantaggio comparato” (in opposizione a “vantaggio assoluto”) stava a significare che un paese ancorché abbondante di materie prime, decide volontariamente di concentrarsi su quel tipo di produzioni che richiedono un minor tempo (costo) di lavorazione. In questo modo, entrambi i paesi coinvolti nello scambio si garantiscono una rendita e, quindi, un maggior valore di scambio delle proprie merci e, infine, la possibilità di profitti più elevati conseguenti alla possibilità di pagare salari inferiori. 

Pertanto, anche se una nazione aperta al commercio estero godesse di un vantaggio assoluto nella produzione di più merci, Ricardo dimostra che qualora ciascun paese si specializzasse nella produzione della sola merce per cui detiene un vantaggio comparato, smettendo di produrre gli altri, il commercio internazionale diverrebbe maggiormente vantaggioso per tutti. Infatti, i salari sarebbero più bassi a motivo della facilità del produrre, e il saggio di profitto risulterebbe maggiore per via della specializzazione produttiva. Quindi, tutti i paesi coinvolti nel commercio internazionale troverebbero conveniente commerciare, risparmiando ore di lavoro da impiegare in altro modo. Al contrario, qualora la legge del “vantaggio comparato” non venisse rispettata, il commercio risulterebbe conveniente per il solo paese più ricco, e quindi – prima o poi – gli altri paesi non trarrebbero alcun vantaggio dal commercio estero.

L’opera di Ricardo si proponeva quindi un duplice obiettivo, per la verità assai ambizioso fin dal titolo. Da un lato, correggere alcuni errori concettuali intravisti nell’opera di Adam Smith; dall’altro rettificare la teoria di Thomas Malthus, il quale invece si diceva convinto che la rendita entrasse a far parte del prezzo finale dei beni e, quindi, i prezzi elevati delle merci avrebbero garantito un maggior livello di prosperità economica. Insomma, David Ricardo lanciava un attacco frontale ai due giganti della scienza economica dell’epoca, facendone emergere quelle che a suo avviso erano delle contraddizioni concettuali, riportando tutti alla discussione sui “principi”. L’importanza di David Ricardo è dunque sintetizzabile in due grandi “novità”. La prima è l’aver consentito di allargare lo strumentario d’analisi a disposizione degli economisti, che – fin dai tempi di John Locke – attribuivano la variazione dei prezzi unicamente ai mutamenti di valore di scambio della moneta sui mercati internazionali. È solo a partire da Ricardo, infatti, che si comprese come – oltre ai tassi di cambio e alle vicende macroeconomiche – anche l’organizzazione economica della struttura produttiva è in grado di influenzare il livello dei prezzi interni e la competitività di una nazione.

Si tratta senza dubbio di un notevole progresso teorico rispetto al passato, poiché – mentre le variazioni dei prezzi dovute alla moneta tendono a colpire indistintamente tutte le merci vendute sui mercati nazionali – le variazioni dei prezzi dovute alla facilità (difficoltà) di produrre le merci colpiscono selettivamente determinate categorie di merci e non altre. Questo aspetto della teoria ricardiana consentiva di fare analisi più sofisticate. La seconda novità consisteva nell’aver corretto e migliorato le teorie di Adam Smith, secondo cui il valore di scambio dei beni dipende dalla facilità di produrre la merce più abbondante. Per come invece Ricardo dimostrò, il prezzo delle merci si forma a partire dal costo di produzione della merce più difficile da produrre. Questo implicava l’esistenza di una naturale tendenza dei profitti a diminuire e a stabilizzarsi (ma non ad annullarsi), perché «col progresso della società e della ricchezza, la maggiore quantità di alimenti necessaria viene ottenuto a costo di una quantità sempre maggiore di lavoro», che porta all’aumento dei salari, e quindi alla diminuzione dei profitti. In estrema sintesi, per David Ricardo il livello dei profitti rifletteva la disponibilità di terra fertile e produttiva in rapporto alle dinamiche di crescita della popolazione. Una circostanza, questa, che le nazioni potevano controllare e gestire a proprio vantaggio. Entrambe queste novità hanno consentito – a giudizio unanime – di raggiungere nuove e ardite vette di analisi dei problemi economici.

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