Istat, «aumenta il PIL dell’Italia». Aumenta anche la ricchezza degli italiani?

L’Istat diffonde le stime preliminari sulla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano nel secondo trimestre 2017, ed è subito euforia. Ma, ad una lettura attenta, si scopre che non è tutto oro quello che luccica.

di Matteo Olivieri

C’è euforia dopo la diffusione nella giornata di ieri delle stime preliminari del Prodotto Interno Lordo (PIL) relative al secondo trimestre 2017 da parte dell’Istat, che indica un aumento da molti prontamente definito “superiore alle aspettative”. Nel comunicato stampa diffuso dall’istituto nazionale di statistica si legge che «nel secondo trimestre del 2017 il prodotto interno lordo (PIL), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,5% nei confronti del secondo trimestre del 2016.» A determinare la variazione congiunturale positiva è stato l’aumento dell’industria e dei servizi, che – secondo l’Istat – mostrano un «andamento omogeneo, con i servizi che mantengono un tasso di crescita importante» a fronte di un calo dell’agricoltura. La notizia è resa ancor più interessante dal fatto che «il secondo trimestre del 2017 ha avuto tre giornate lavorative in meno del trimestre precedente e due giornate lavorative in meno rispetto al secondo trimestre del 2016».

Il governo italiano si dice soddisfatto dell’andamento dell’economia italiana.

Tale aumento del PIL comporta che «la variazione acquisita per il 2017 è pari a +1,2%». Questo significa che in ipotesi di tasso di crescita analogo a quello dei primi due trimestri fino alla fine dell’anno, la crescita del PIL del 2017 sarebbe del +1,2%. Ma gli esperti dell’Istat – coadiuvati dai colleghi europei di Eurostat – stimano che a fine anno la crescita del PIL italiano debba attestarsi a quota +1,5%. Questo dato necessita però di una lettura più attenta. Infatti, solo pochi giorni fa, sempre l’Istat ha diffuso pure i dati sui prezzi al consumo di luglio, che – al lordo dei tabacchi – aumenta dello 0,1% su base mensile e dell’1,1% rispetto a luglio 2016 (rispetto a +1,2% del mese di giugno), mentre – in base all’indice armonizzato (IPCA) – «l’inflazione acquisita per il 2017 è pari a +1,2% per l’indice generale e +0,8% per la componente di fondo (cioè, escludendo i prodotti energetici e gli alimentari freschi, ndr)». Questo vuol dire che l’aumento della produzione è riferita al volume e non al valore, e quindi la nuova ricchezza creata viene di fatto erosa da una corrispondente crescita del livello dei prezzi. Se poi questi dati vengono incrociati con quelli relativi al tasso di disoccupazione, si scopre che la crescita del PIL in corso non si sta riflettendo in corrispondenti aumenti dell’occupazione.

L’inflazione registra tassi di crescita uguali a quelli del Prodotto Interno Lordo, e la disoccupazione fatica a calare sotto quota 11%.

Le categorie di beni che presentano il maggior incremento dei prezzi su base annua, sono “abitazione, acqua, elettricità e combustibili” (+2,6%, da +3,0% di giugno), “trasporti” (+2,3%, anch’essi in rallentamento da +3,0%), “servizi ricettivi di ristorazione” (+2,2%, come mese precedente). Variazioni più contenute si registrano per “prodotti alimentari e bevande analcoliche” (+0,9%, da +1,0% di giugno), “altri beni e servizi” (+0,8%), “abbigliamento e calzature” (+0,5%, in lieve accelerazione rispetto a giugno), “ricreazione, spettacoli e cultura” (+0,4%) e “servizi sanitari e spese per la salute” (+0,3%), mentre rimangono invariati i prezzi dei “mobili, articoli e servizi per la casa”. Prezzi in calo invece nei settori “comunicazioni” (-2,9%), “istruzione” (-0,9%) e “bevande alcoliche e tabacchi” (-0,2%).

In 16 paesi membri dell’UE-28, la crescita del secondo trimestre 2017 è stata superiore o pari al +3,0%, con punte del +6,6% in Irlanda e del +5,7% in Romania.

Dunque, nulla di nuovo rispetto a quanto già sapevamo: l’Italia continua a crescere meno delle altre nazioni avanzate, ovvero circa la metà della media dei paesi dell’area dell’euro (EA19) e dei 28 paesi membri dell’Unione europea (EU28). E, soprattutto, sta creando ancora troppo poca ricchezza “reale” nel confronto con le altre economie europee, che invece corrono. Giusto per fare un esempio, gli ultimi dati statistici ci dicono che in Germania la crescita del PIL nel secondo trimestre 2017 è stata di +1,9%, a fronte di un livello di inflazione di luglio pari a +1,5%, e di un tasso di disoccupazione pari a +3,8% (dati di giugno 2017). Perfino la Francia, che ha registrato una crescita percentuale del PIL (+1,1%) di poco inferiore a quella italiana, ha tuttavia una inflazione pari a 0,8% (luglio 2017) ed una disoccupazione al +9,6% (giugno 2017). In Europa, poi, oltre la metà degli stati membri ha una crescita acquisita superiore al +3,0%. E, allargando lo sguardo alle economie extra-UE (dopo-Brexit), l’Istat afferma «nello stesso periodo il PIL è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% negli Stati Uniti, e dello 0,3% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,1% negli Stati Uniti e dell’1,7% nel Regno Unito». Dunque, è ancora prematuro parlare di vera crescita dell’economia italiana.

 

 

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *