Città unica Corigliano-Rossano: i dubbi sulle spese correnti

Dopo la decisione del TAR della Calabria, che ha ritenuto legittimo il referendum consultivo sulla proposta di fusione dei comuni di Corigliano Calabro e di Rossano, il dibattito si sposta sulla convenienza economica a creare quella che diverrebbe la terza città più importante della Calabria, con una popolazione di 76 mila abitanti ed una superficie di quasi 350 km2.

di Matteo Olivieri

Nel dibattito riguardante le fusioni tra Comuni, ci si appella spesso ai presunti benefici derivanti dall’incremento dei trasferimenti straordinari decennali, o ai processi di razionalizzazione della spesa, o alla realizzazione di presunte “economie di scala”. Tutti aspetti che spesso rimangono nel vago o non vengono mai adeguatamente quantificati. Ma prevedere come cambierà il futuro di due Comuni, che nel giro di una notte rischiano di ritrovarsi fusi in un’unica, nuova, grande città, è possibile.

La conurbazione tra i Comuni di Corigliano Calabro e Rossano è già realtà. Ma è sufficiente ciò a giustificare una fusione tra i due Comuni?

Basta infatti confrontare i rispettivi bilanci, sperando che le informazioni in esse contenute siano complete e veritiere. Un indicatore molto utilizzato in proposito è il cosiddetto equilibrio di parte corrente, che misura la capacità di un Comune di coprire le spese ordinarie o “correnti” attraverso le entrate correnti. Con le prime si indicano le spese necessarie al normale funzionamento di una città, ed includono voci quale il pagamento degli stipendi dei dipendenti comunali, l’acquisto di beni, le spese per la manutenzione delle opere pubbliche, e l’organizzazione dei servizi pubblici erogati ai cittadini. Tra le seconde rientrano invece le entrate tributarie, cioè i proventi della raccolta dei tributi, i trasferimenti statali, e le entrate extra-tributarie, quest’ultime costituite da (eventuali) proventi patrimoniali e – soprattutto – dalle tariffe corrisposte dai cittadini per i servizi ricevuti.

I dati ufficiali ci informano che l’equilibrio di parte corrente del Comune di Corigliano è 82,88%, mentre quello di Rossano è 80,41% (fonte Open Bilanci).

E, sebbene tra le entrate correnti non vengano incluse le entrate derivanti dalla vendita del patrimonio, mentre tra le spese correnti non vengano calcolati gli interessi per mutui e prestiti, si tratta non di meno di un un indicatore consuntivo “essenziale” e, quasi sempre, molto efficace. Infatti, l’indice percentuale ci indica come vengano pagate le spese correnti, se cioè sono finanziate mediante i proventi della tassazione ordinaria oppure mediante l’alienazione di beni capitali o attraverso l’impegno di risorse che servirebbero a realizzare investimenti pluriennali. Pertanto, maggiore è la percentuale di entrate correnti, maggiore sarà la capacità di un Comune di far fronte a spese ordinarie senza ricorrere ad incassi “una tantum” oppure ad entrate straordinarie, temporanee o aleatorie.

Con riferimento ai Comuni di Corigliano Calabro e di Rossano, si nota come l’equilibrio di parte corrente sia in entrambi i casi inferiore alla soglia del 100%. Questo significa che una parte importante delle spese correnti viene sostenuta con entrate in conto capitale, ovvero attraverso la vendita di beni capitali o utilizzando gli oneri di urbanizzazione ad un utilizzo differente da quello per cui sono stati pensati. Gli ultimi dati ufficiali disponibili (riferiti al 2014), ci informano che la percentuale è in entrambi i casi di circa l’80%, il che vuol dire che circa un quinto delle spese ordinarie nei due Comuni è finanziata attraverso entrate in conto capitale. In questo scenario, nulla lascia presagire che il progetto di fusione comunale consentirà un miglioramento della situazione patrimoniale. Come è facile intuire, le spese di parte corrente tendono ad essere stabili nel breve periodo e ricorrenti, e pertanto sono programmabili. Per questo motivo, è buona norma non utilizzare le entrate straordinarie (ad esempio mediante la vendita di immobili) per finanziare le spese correnti. Al contrario, i Comuni costretti a farvi ricorso frequente, stanno di fatto riducendo il proprio patrimonio, e – con esso – la possibilità di crescere senza mettere a rischio la sostenibilità delle finanze comunali.

A Corigliano Calabro diminuiscono le imposte e tasse (-30,9%), i contributi e trasferimenti (-37,5%), le entrate per conto terzi (-62,47%) e le vendite e trasferimenti di capitali (-79,72%), dati 2014.

Il valore dell’80% dell’equilibrio di parte corrente nei due Comuni ci conferma quindi che alcune tipologie di spesa sono troppo elevate in rapporto alle entrate comunali e, quindi, una revisione della spesa è consigliabile prima di poter discutere di una possibile fusione. Tra le possibili cause di questo squilibrio si può citare il fatto che le spese per il personale siano troppo elevate, o che sia eccessivamente bassa la capacità di riscuotere le tasse comunali oppure il fatto che ci siano numerose spese legate a servizi pubblici indifferibili, per i quali si rende indispensabile l’utilizzo di fondi pluriennali a destinazione vincolata. Insomma, è altamente probabile che le spese annuali siano dovute all’esistenza di elevati costi fissi, che difficilmente possono essere ridotti, oppure lo sono soltanto attraverso la vendita del patrimonio.

Questa circostanza rende poco flessibili i bilanci comunali, e quindi lega le mani agli amministratori locali. Pertanto, è difficile credere che, a seguito di un’eventuale fusione, la situazione patrimoniale della nuova entità migliorerebbe grazie all’incremento dei trasferimenti statali straordinari (di durata decennale e peraltro subordinati alla effettiva capienza del fondo nazionale). Infatti, qualora tali fondi straordinari decennali venissero utilizzati per finanziare le spese correnti, al termine dei dieci anni ci si troverebbe nuovamente nelle stesse condizioni iniziali. Questo significa due cose: che la fusione dei Comuni ha senso quando permette il miglioramento dell’equilibrio di parte corrente, e che appellarsi all’esistenza di “fondi straordinari” non può essere usato come argomento per giustificare una fusione tra Comuni. Infatti, quando si crea uno squilibrio tra entrate correnti ed uscite correnti, i sindaci sono obbligati a vendere il patrimonio pubblico per riuscire a far quadrare i conti, oppure sono costretti a tagliare i servizi pubblici. 

Le entrate extra-tributarie del comune di Rossano sono diminuite del 44,5% mentre le vendite e trasferimenti di capitali sono diminuite del 87,7% (dati 2014).

Questa prospettiva incombe anche sui Comuni di Corigliano Calabro e di Rossano. Infatti, a giudicare dagli ultimi dati pubblici disponibili, è facile constatare che l’andamento nel tempo delle entrate comunali è oscillante (con tendenza alla diminuzione nell’ultimo periodo), mentre l’ammontare dei prestiti (mutui) è circa quattro volte più alto dei trasferimenti statali (che, in caso di fusione, subirebbero variazioni). Inoltre, mentre a Corigliano Calabro risultano modesti avanzi di gestione derivanti dalla differenza tra entrate ed uscite correnti, nel caso di Rossano tutte le entrate vengono impegnate per pagare le uscite correnti, e quindi non vi è possibilità di accantonare per il futuro né possibilità di far fronte ad eventuali eventi straordinari. La decisione di intraprendere la strada della fusione tra i due Comuni appare dunque critica, per ragioni legate alla particolare situazione contabile dei due enti, che non cambierebbe a seguito di referendum consultivo.

Vero è che la legge consente ai Comuni alcune deroghe per finanziare la spesa corrente attraverso gli oneri di urbanizzazione, e permettere quindi più flessibilità nei conti pubblici. In particolare, la possibilità  prevista legge 244/2007 (articolo 2, comma 8) di destinare i proventi delle concessioni edilizie e delle sanzioni al finanziamento di spese correnti «per una quota non superiore al 50 per cento» e «per una quota non superiore ad un ulteriore 25 per cento esclusivamente per spese di manutenzione ordinaria del verde, delle strade e del patrimonio comunale». Ma, se simili deroghe permettono di far quadrare i conti, d’altro canto inducono a pratiche amministrative non sempre virtuose, di cui i cittadini rischiano di pagare di tasca propria le conseguenze di un’eventuale fusione.

 

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