Il rilancio del porto di Gioia Tauro non passa per la ZES

Alla ricerca di soluzioni che inneschino meccanismi di sviluppo durevole in tutto il territorio calabrese, il Governo nazionale e quello regionale scommettono sull’istituzione di una Zona Economica Speciale a Gioia Tauro. Nel dibattito intervengono anche Domenico Gattuso (professore ordinario di Trasporti, Università Mediterranea di Reggio Calabria) e Matteo Olivieri (Peopleconomy), per spiegare cosa è la ZES e perché questa potrebbe non essere la soluzione ai problemi della Calabria.

di Domenico Gattuso e Matteo Olivieri

Nel dibattito pubblico sulle Zone Economiche Speciali (ZES), si fa spesso riferimento alle positive esperienze realizzate in altre regioni europee, dove sembra che gli aiuti di Stato siano stati effettivamente in grado di ridurre la disoccupazione e di rivitalizzare i territori in evidente ritardo di sviluppo industriale. Per esempio, si cita spesso la Polonia, dove le ZES sono diventate negli anni uno strumento utile per modernizzare il paese ed aumentare il grado di intensità degli investimenti internazionali.

Alle spalle del Porto si estende la Piana di Gioia Tauro, seconda per estensione in Calabria, dopo quella di Sibari e di Lamezia Terme. All’area appartengono 33 comuni, con una popolazione di circa 180.000 abitanti.

In Polonia di ZES ne sono state istituite ben 15 negli ultimi 20 anni, di cui 14 risultano attualmente attive. Gli imprenditori che vi insediano l’attività possono beneficiare di aiuti pubblici ventennali, attualmente prorogati fino al 31 Dicembre 2026. Data la particolare situazione storica e geopolitica della Polonia, esiste una ZES praticamente ovunque. A Legnica e Katowice le ZES hanno una specializzazione prevalente nel settore dell’industria “automotive”; a Mielec la ZES ospita la c.d. “Aviation Valley”, e nella Pomerania la ZES raggruppa le imprese attive nell’Information and Communication Technology (ICT).

Spesso si tratta di ex insediamenti di Stato risalenti all’epoca sovietica, oppure di imprese riunite in distretti industriali o nate attorno a giovani parchi scientifici e tecnologici, dove le università non mancano di fornire il giusto apporto di conoscenze. Ma esistono ZES anche per il settore dell’agricoltura, della pesca, del legname, del tessile, e delle forniture industriali. Infatti, contrariamente ai luoghi comuni, le ZES costituiscono una valida opportunità anche per le imprese locali, e non solo per le aziende multinazionali. Dai dati di fonte governativa sappiamo per esempio che nel 2013 in Polonia circa il 20% del capitale investito nelle ZES derivava da imprese polacche, il 15% da imprese tedesche localizzate in Polonia, ed un altro 12% da imprese provenienti dagli Stati Uniti.

In Polonia esistono ben 15 Zone Economiche Speciali, di cui 14 attualmente attive. Ognuna può vantare una particolare specializzazione produttiva.

Pertanto, le ZES non sono semplicemente un luogo in cui le aziende internazionali ricevono incentivi ed esenzioni fiscali, ma anche un ottimo modo per sostenere le imprese locali. Si dimentica però di citare le condizioni che hanno permesso alle ZES polacche di funzionare correttamente, e di adempiere al compito per le quali sono state pensate. Si tratta infatti di aree circoscritte e spesso disabitate del territorio polacco, sottoposte a condizioni speciali di esercizio che ne limitano l’attività di impresa, nonché destinate all’esercizio di specifiche attività industriali. A fronte di tali limitazioni, vengono però riconosciuti consistenti sgravi fiscali alle imprese ivi insediate, come l’esenzione dalle principali imposte sui redditi (c.d. income tax exemption) e sul patrimonio (c.d. property tax exemption). In particolare, per godere di tali vantaggi, il reddito aziendale deve essere generato da attività industriali condotte entro i limiti della ZES e deve essere riferito alle specifiche attività industriali ivi autorizzate. Solo così le spese per investimenti realizzate nella ZES – minimo 100 mila euro (tenuto conto del differenziale di costo della vita in Polonia) – possono godere di una tassazione di vantaggio, che varia da un minimo del 35 ad un massimo del 50%. Infine, l’autorizzazione ad operare nella ZES è sottoposta ad ulteriori vincoli, tra cui l’obbligo di assumere lavoratori a tempo indeterminato e a tempo pieno per un periodo di almeno 5 anni (che diventano 3 per le piccole e medie imprese), in concomitanza con l’esecuzione degli investimenti programmati.

In altre regioni europee, come la Polonia, le ZES costituiscono una valida opportunità anche per le imprese locali, e non solo per le aziende multinazionali.

E’ utile tenere a mente queste informazioni nel momento in cui si valuta la proposta di istituire una ZES anche in Calabria. Si vanno moltiplicando da alcune settimane le richieste di politici locali  che chiedono l’inclusione di territori “titolati” (la Locride, la Sibaritide, il Vibonese, l’asse Lamezia-Catanzaro-Crotone, l’area di Corigliano) in un’ipotetica ZES di Gioia Tauro o una eventuale seconda ZES. Si tratta di aree eterogenee tra di loro, non circoscritte territorialmente, né disabitate. Inoltre, le infrastrutture sono carenti e manca una efficiente rete di trasporto. Soprattutto, si tratta di aree con vocazioni produttive molto diverse e, purtroppo, in molti casi, sprovviste di un tessuto produttivo dinamico, o talmente fragile da non essere in grado di programmare importanti investimenti industriali su base pluriennale. Attenzione dunque a non mettere il carro davanti ai buoi. Le ZES vengono istituite di norma per offrire una piattaforma ad un tessuto produttivo fertile e già presente sul territorio, ma soprattutto si creano per dare una mano ad imprenditori che sono realmente interessati ad investire risorse proprie. Nel caso calabrese, invece, l’impressione è che si voglia istituire una ZES per intercettare ancora una volta i soliti aiuti di Stato, visto che il tessuto produttivo locale non è in grado di rischiare il capitale proprio né di assumere permanentemente dei lavoratori. Va inoltre tenuto presente, poi, che i finanziamenti diretti per le ZES programmate nel Decreto Sud del Governo (Salerno e Gioia Tauro) ammontano appena a 200 milioni di euro. 

Il nuovo Piano Regionale dei Rifiuti ha previsto il raddoppio del termovalorizzatore di Gioia Tauro, ubicato ad 1 km dal Porto in mezzo agli agrumeti, tra cui le famose “clementine”.

Non esistendo un tessuto imprenditoriale dinamico (come si sa, il retroporto è completamente desertificato dal punto di vista industriale) è legittimo chiedersi a chi si rivolgerà la ipotetica ZES a Gioia Tauro (la cui ultima parola spetta alla Commissione Europea), e soprattutto quale specializzazione produttiva questa dovrà avere. La risposta più immediata sarebbe l’industria agro-alimentare, considerata anche la vicinanza della Piana di Gioia Tauro e di quella di Lamezia Terme, oltre che la contiguità con la Piana di Sibari. Ma questa vocazione è offuscata da incomprensibili scelte della politica regionale, che nella stessa area ha previsto un impianto di smaltimento e trattamento di rifiuti industriali e speciali, il raddoppio del termovalorizzatore, la realizzazione di una piattaforma “Waste-to-Energy (WTE)” per la produzione di energia dal trattamento della frazione organica dei rifiuti, e – a quanto si è appreso durante la kermesse Cantiere Calabria – anche il redivivo progetto di un impianto di rigassificazione. Il tutto, sotto il marchio fuorviante di “Polo Tecnologico di Gioia Tauro”. Non vorremmo svegliarci un bel giorno e apprendere dai giornali che la richiesta di rilancio strategico del Porto di Gioia Tauro, che si leva da tutta la Calabria, passa in realtà attraverso la realizzazione di soppiatto di una ZES dei rifiuti. Significherebbe sacrificare le vocazioni territoriali dell’area in nome di un ennesimo fallimentare tentativo di sviluppo economico.

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