L’esperienza della lentezza nel turismo sostenibile

Stanno suscitando un vivace dibattito pubblico le riflessioni di Pierfrancesco Coscarelli, intitolate Una Calabria povera, bella e sconvolgente?, a commento di un articolo che il quotidiano francese Le Monde ha dedicato alla Calabria. L’autore interviene nuovamente sulla vicenda, proponendo questa volta una riflessione sul concetto di “lentezza” nel turismo sostenibile.

di Pierfrancesco Coscarelli

Sulla scia della mia riflessione sull’articolo di Le Monde che definiva la Calabria “bella, povera e incurante”, sono stato colpito in particolare da alcuni commenti che, con spirito di critico e analisi puntuale, toccavano un argomento a me molto caro: il turismo “lento” e l’“esperienza di viaggio”. In un mondo sempre più veloce, infatti, questo particolare tipo di viaggio sta assumendo sempre più importanza nel modo di vivere il turismo. È un po’ un processo che sta portando alla riscoperta di luoghi prima esclusi dalle rotte dei viaggiatori più esperti e che, con il tempo, si sta tramutando in una vera e propria tendenza in grado di catturare e attrarre turisti di tutte le fasce: dai backpackers con lo zaino in spalla ai viaggiatori di lusso. È un turismo o meglio, una idea di viaggio, che – per gli operatori che lo sanno intercettare – riesce a portare valore e qualità sul territorio perché non è fondato sul suo consumo estensivo ma sulla sua valorizzazione.

Sempre più spesso i turisti chiedono di vivere il territorio visitato, e di scoprirne le caratteristiche tipiche, invece che esserne soltanto spettatori.

Valorizzazione che permea tutto ciò che di bello (e a volte nascosto) lo stesso ha da offrire. È un turismo di ricerca, in cui il viaggiatore è portato per sua natura alla scoperta e alla sorpresa ma, non per questo, deve essere abbandonato a sé stesso in questo pellegrinaggio. La valorizzazione del territorio e la sua promozione verso un turismo, anzi un viaggiatore di qualità, è compito di tutti: dalle istituzioni che devono farsi promotrici di questa idea di viaggio, agli albergatori e ristoratori che devono essere in grado di accogliere e farsi così ambasciatori della propria terra, all’indotto tutto (penso agli artigiani, agli agricoltori, alle cantine, alle aziende casearie) che devono comprendere e saper comunicare la bellezza del proprio prodotto e la ricerca con cui questo viene creato. Senza riprendere il tema annoso dell’accessibilità e delle infrastrutture di trasporto che, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono la chiave di accesso a qualsiasi tipo di turista – perché nessuno ha la voglia di tribolare per accedere – oltretutto per motivi di piacere – ad un territorio che per sua natura può e deve essere facilmente accessibile, visto che non stiamo parlando né del deserto africano, né dell’Artico; ritengo che questo tipo di viaggiatore sia il più adatto proprio per quelle destinazioni che hanno ancora al proprio interno un senso di “inesplorato”.

Rafting sul fiume Lao in Calabria.

Per chi lavora nel mio settore e soprattutto per chi lavora nel turismo di alta gamma, l'”esperienza locale” è oramai diventato il vero fattore differenziante. La capacità di creare esperienza uniche anche in destinazioni note come le città d’arte, sta diventando un fattore critico di successo per guadagnare terreno verso la concorrenza e per attrarre una fascia di viaggiatori colta e preparata che ha oramai superato la mera esperienza di visita ma cerca l’autenticità del territorio. Esperienza di viaggio che può essere declinata a seconda dell’attore coinvolto e della tipologia di turista in modi differenti e unici allo stesso tempo. A volte, infatti, è proprio nella semplicità della esperienza – purché effettivamente “locale” – che risiede la chiave di volta di questo tipo di turismo esperienziale. Senza alcun intento di dare ricette universali, porto ad esempio quanto implementato in alcune realtà alberghiere di mia conoscenza le quali hanno declinato – ognuna a proprio modo – il loro concetto di “esperienza locale”: dal dedicare al viaggiatore internazionale l’esperienza di gustare un caffè alla “italiana” (quindi consumato espresso e in piedi al bancone del bar) alla occasione – questa sì unica ed esclusiva – di una cena privata al cospetto del David nella Galleria dell’Accademia o, ancora, ad una visita privata in una bottega artigiana nel distretto del cuoio fiorentino per vivere in prima persona la magia della creazione di un oggetto in pelle e quindi anche commissionarne uno tutto per sé.

I dati parziali diffusi da Eurostat indicano che ad Aprile e Maggio 2017 il numero di arrivi totali in Italia è cresciuto rispetto allo stesso periodo del 2016.

Quanto riportato sono solo alcuni dei possibili esempi di come può essere vissuta una “esperienza locale”. Di fatto non è il prezzo o l’esclusività l’unico fattore discriminante, ma e soprattutto, quello di far sentire il viaggiatore che ne fruisce parte del territorio e partecipe del modo di vivere tipico del posto. Questa clientela è un segmento di mercato che, per certi versi, può essere considerato ancora vergine e che vede nelle regioni come la Calabria una delle destinazioni di riferimento in cui poterlo sviluppare. Non è un caso che, così ex abrupto, la nostra regione stia diventando meta di analisi e oggetto di racconto da parte delle principali testate internazionali. Non è un caso e, senza alcun intento di fare polemica, non è neanche merito della promozione della nostra Regione che basa ancora la propria comunicazione su stereotipi desueti e luoghi comuni che tutto fanno tranne che attrarre questo turismo di qualità.

Il merito, in questo caso, è del singolo privato, di quelle realtà – eroiche – che non solo hanno deciso di rimanere sul territorio ma anche di farsi ambasciatrici dello stesso. Di giovani imprenditori dell’agroalimentare che hanno preferito rimanere e portare una ventata di novità e spirito imprenditoriale nella nostra regione e di realtà più consolidate ed esperte che, proprio grazie alle nuove generazioni, stanno evolvendo e cambiando in meglio ma senza tradire le proprie origini e la propria identità. È in questi eroi moderni che io vedo la speranza e la forza per portare la nostra regione a competere a pari livello con altre destinazioni italiane – Toscana, Umbria e Sicilia in primis – ma anche internazionali come la Valle della Loira in Francia, le Asturie e i Paesi Baschi in Spagna, il Douro e Vila Nova de Gaia in Portogallo. È a queste persone e a tutti i piccoli albergatori amanti della nostra terra che io rivolgo la mia speranza, una speranza dettata dal desiderio che questi singoli afflati, diventino sempre più sistema in grado di comunicare con maggiore forza il bello che la nostra terra ha da offrire. Mai come in questo caso, l’unione fa la forza e lo sforzo del singolo, se unito a quello di tanti altri, potrà sopperire alla fiacca comunicazione del pubblico adagiata su sé stessa diventando promozione istituzionale.

Pierfrancesco Coscarelli, dopo la laurea in economia alla Bocconi, ha operato come consulente direzionale assistendo primarie aziende italiane e internazionali, in progetti di strategia e marketing dei settori automotive, travel & transport, IT & Telecom. È stato lecturer di marketing strategico presso l’Università ESADE di Barcellona, di economica politica presso l’Università Statale di Milano e docente di web marketing nel Master Five Stars in Hotel Management promosso da LUISS Business School. Dopo aver ricoperto il ruolo di Market Analysis e Web Manager della Collezione di hotel di lusso Eleganzia, attualmente è consulente freelance in digital marketing per conto di alcune delle principali strutture di lusso indipendenti in Italia.

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