A Scilla si inaugura il Festival dell’Ospitalità 2017

Si inaugura oggi in Calabria il Festival dell’Ospitalità, nel suggestivo borgo storico di Scilla. Un intero week-end dedicato a discussioni su territorio, turismo sostenibile, aree interne, economia solidale e molto altro ancora. Ne parliamo con Stefania Emmanuele, agente di sviluppo locale, sociologa e interprete del territorio.

di Redazione

Sempre più spesso la Calabria appare sulla stampa internazionale come meta consigliata di viaggi. Contemporaneamente alla riscoperta dell’interesse verso la Calabria si riapre il dibattito sulla direzione da imprimere al turismo, nel tentativo di andare oltre l’ottica di vendita di servizi preconfezionati, per puntare invece su nuovi modelli che suggeriscano al viaggiatore la modalità per vivere il territorio che si visita, l’incontro autentico con la sua gente, e la scoperta delle tradizioni di una cultura plurimillenaria.

D. Stefania, qual è il senso di dedicare all’ospitalità un vero e proprio festival?

R. Il Festival dell’Ospitalità nasce nel 2015, dalla volontà di creare un momento d’incontro e di riflessione sui cambiamenti socio-economici che stanno interessando il settore del turismo nella regione Calabria. Si sta tornando a riflettere sul concetto di “territorio”, e a discutere delle molte esperienze positive che già esistono e che consentono di tracciare un primo bilancio sulla transizione in atto, tra il vecchio modo di pensare la ricettività e il nuovo modo di intendere l’ospitalità

Uno scorcio panoramico del borgo di Chianalea a Scilla, inserito nella lista dei “borghi più belli d’Italia”. Le piccole case separate le une dalle altre da piccole viuzze, simili a canali, si affacciano direttamente sugli scogli del mare Tirreno.

D. Esiste una differenza tra ricettività ed ospitalità?

R. In un certo senso si. Intanto bisogna iniziare ad abbattere i pregiudizi secondo cui per fare turismo ci vuole l’aeroporto. In realtà ci vuole molto di più e questo di più è l’aver cura dei luoghi e della bellezza e considerare la nostra terra come “cAsa nostra” e non “cOsa nostra”. E’ solo un “nuovo sguardo” che potrà spostare i termini del discorso e riportare al centro l’operosità e l’autenticità degli “invisibili”, ovvero di quelle persone che non detengono alcun potere politico o di mercato e silenziosamente stanno ridisegnando la fisionomia di una terra che ha molto da offrire ai suoi abitanti e a chi la visita.

D. A tuo parere si sta puntando sulle variabili sbagliate per rilanciare il turismo in Calabria?

R. Credo di poter dire che chi amministra la Calabria non la conosce. Chi ne parla come terra arretrata non ha mai pensato di fare qualcosa per darle un anelito di futuro e innovazione. La Calabria è sempre stata il pensiero di altri, ma siccome tutto passa anche questo è destinato a finire. I minuti sono contati e i movimenti nati dal basso di chi ci crede e si spende e si sacrifica avranno la meglio sugli “scoraggiatori militanti”. Nel 2006 in Francia all’Università di Nantes seguivo un seminario sui patrimoni fluviali e i siti Unesco. Presentai il mio progetto di Ecomuseo del Raganello. A seguito del mio intervento numerosi ricercatori e docenti vollero il mio contatto per venire a farmi visita (e così è stato) perché credevano che il Pollino fosse una terra deserta. E ho detto tutto.

Stefania Emmanuele afferma: “Non mi sembra che l’articolo di Le Monde abbia scoperto chissà cosa della Calabria, piuttosto è uno sguardo generico, superficiale e tutt’altro che narrativo. E’ un vero peccato non essersi potuti o voluti addentrare nell’anima dei luoghi ancora incontaminati dal consumo di massa. Luoghi che stanno nel centro, o nel mezzo tra i suoi eccessi e contrari”.

D. Tu sei coinvolta in prima persona nel tentativo di rivitalizzare alcuni borghi storici calabresi attraverso il progetto “BorgoSlow“. Di cosa si tratta?

R. BorgoSlow intende creare una community di buone pratiche – non retoriche – in atto nei piccoli borghi e renderle fruibili creando occasioni di confronto e riflessione. Il “modello dei borghi” vuole assumere le caratteristiche di un progetto di economia sociale e solidale da cui far ripartire il cambiamento, aprendo la questione di chi debba “prendersi cura” dei borghi e rendendo meno perentoria la separazione tra cittadini e amministratori. I borghi rappresentano un laboratorio urbano, economico e sociale da osservare, tutelare e valorizzare. Già iniziano a materializzarsi iniziative di rivitalizzazione dei borghi e interventi di restauro capaci di ripensare le materie tradizionali del luogo: la calce, la pietra, il legno. Sullo sfondo ci sono persone in “movimento” che tornano nei loro paesi e ci sono giovani che guardando da fuori e da dentro i borghi intravedono il futuro. Da queste terre confinate ai margini potrà ripartire l’economia locale, la qualità della vita e un nuovo modello di sviluppo locale rispettoso dell’ambiente e del paesaggio.

D. La Calabria sembra essersi guadagnata l’attenzione mediatica internazionale. Prima il New York Times che ha inserito la Calabria tra le mete esotiche del 2017, poi Le Monde che sembra apprezzare una certa apatia dei calabresi. Ti stupisce il fatto che ad attrarre di più l’immaginario degli stranieri sia questa caratteristica?

R. Più che apatica, la Calabria viene definita “non curante”, “indifferente”. Questo è il significato letterale di “nonchalante” che usa Le Monde. Tutto vero. Con chi ce la vogliamo prendere? Con Le Monde che ha rappresentato la realtà della nostra terra, o meglio quella che appare al mondo, che forse appare un pò diversa a chi ci vive e la vive? O con il fotografo italiano che nel voler andare “oltre” ciò che appare non ha avuto la fortuna di incontrare un’entroterra ospitale, ricco di storia e di bellezza autentica? Sono punti di vista o di svista e come tali non possono e credo che non vogliano avere la pretesa di risultare assoluti e oggettivi. Mi sta bene l’articolo su Le Monde perché sollecita la curiosità di viaggiatori ed esploratori che in “quel niente” cercano qualcosa. Sappiamo tutti che la Calabria è una terra piena di contrasti e di eccessi, ma sappiamo anche che basta spostare l’attenzione dal centro ai margini e riportare al centro i margini per scoprire che ci sono luoghi e persone che attraverso amore, passione e professionalità stanno operando per un suo riscatto. D’altronde conviene aver fiducia e nutrire tenacia e speranze nell’operare, altrimenti si vive male e conviene andarsene.

«Ospitare non è solo offrire un posto in cui dormire, ma è divulgare conoscenza, far vivere esperienze, condividere idee e culture.»

D. Che cosa vogliono dire per te termini come “restare” o “ritornare”?

R. Restare vuol dire scegliere e accettare tutte le concause legate a questa scelta: vuol dire anche essere disposti a morire un pò rispetto a se stessi, alle proprie aspettative e ai propri sogni, rispetto a ciò che siamo diventati dopo anni di studio e sacrifici. Restare vuol dire ripartire dal chiedersi e dal ritrovare il proprio ruolo e la propria vocazione nella propria terra. Al contrario, ritornare può essere una pratica che si ripete all’infinito senza mai trovare un punto d’appoggio. Si ritorna perché si è mossi dal desiderio di cercare qualcosa dove lo si è lasciato, ma non è detto che lo si trovi. Spesso il ritorno è dettato dal desiderio di riappropriarsi di una parte di noi e della nostra vita legata all’affettività, al senso di appartenenza alla terra in cui abbiamo lasciato le cose a noi care, i profumi, le immagini, i colori e la quotidianità delle piccole cose. E’ la nostalgia a farci tornare e può diventare interessante il ritorno se la nostalgia diventa un sentimento propulsivo, attivo e creativo.

D. Mi suggerisci un’altra domanda. Che cosa vuol dire possedere qualcosa? Si possiede ciò che si trattiene o ciò che si dona, o altro? 

R. La capacità di donarsi è direttamente collegata al grado di fiducia che abbiamo verso noi stessi. Donarsi alla propria terra vuol dire percepirla come parte di noi, come la nostra casa ed averne cura. Se non si ha cura di se stessi e della propria anima è molto difficile aver cura dell’altro così come della nostra terra. In realtà bisognerebbe recuperare la spiritualità orientale che tra l’altro ci caratterizzava come popolo al tempo dei greci. L’aver acquisito e adottato per questioni economiche una mentalità occidentale ha di fatto eluso molte potenzialità della nostra Calabria.

“Andare lenti vuol dire avere un grande armadio per tutti i sogni, con grandi racconti per piccoli viaggiatori, teatri plaudenti per attori mediocri, vuol dire una corriera stroncata da una salita, il desiderio attraverso gli sguardi, poche parole capaci di vivere nel deserto, la scomparsa della folla variopinta delle merci e il tornar grandi delle cose necessarie. Andare lenti è essere provincia senza disperare, al riparo dalla storia vanitosa, dentro alla meschinità e ai sogni, fuori della scena principale e più vicini a tutti i segreti”. (Pensiero Meridiano, Franco Cassano)

D. Tu ti senti un pò proprietaria dei luoghi che vivi, oppure semplice custode?

R. Non si possiede alcunché. Il possesso non è connesso al sentimento d’amore. Aver la pretesa di possedere un luogo vuol dire essere pronti ad ammazzare chiunque voglia fruirne e se non ammazzare in senso stretto – vietare – cosa a noi molto conosciuta in Calabria. In Calabria pur di non assumersi delle responsabilità nel governo del territorio, vietano e rendono la burocrazia un mostro cattivo che invece di facilitare le cose le complica. Mentre essere custodi dei luoghi vuol dire esserne portatori sani – genius loci ed operare a loro favore, per la loro tutela ma anche per il diritto alla fruizione. I luoghi sono beni comuni, non comunali come spesso accade. In questo senso, il custodire un luogo è un atto la cui dinamica è simile alla seduzione. Sedurre vuol dire portare a se. Vuol dire aprire il campo percettivo e interpretativo per far diventare un luogo narrazione autentica. Un luogo è seduttivo quando ci offre un sogno.

D. Intendi un sogno destinato a dissolversi al mattino?

R. Un sogno che può dissolversi, ma sicuramente lascia un segno indelebile, un ricordo.

R. E’ una riflessione affascinante che apre la porta alla riflessione sul ruolo della memoria nelle esperienze di viaggio. Ritieni che il ruolo della memoria sia anche connesso all’attesa di veder realizzata o di poter rivivere la “promessa” vista in sogno?

R. Esatto. La memoria è anche “bellezza”. Si pensi a quanto è sottile e delicato il discorso sulla “bellezza” del ricordo! E su quanto poco si investa in tal senso. La bellezza apre orizzonti infiniti. Basterebbe tutelarla e si vivrebbe solo di quello.

D. Un’ultima domanda. Quali prospettive concrete di sviluppo intravedi nel futuro della Calabria?

R. Le politiche turistiche regionali sono sempre state frutto di agenzie d’oltralpe e di “copia e incolla” di documenti altrui. Non si è mai fatto un lavoro serio a tal proposito, nonostante si abbiano a disposizione tutti gli strumenti per delineare il trend turistico dei prossimi anni e contrastare – per esempio – lo spopolamento dei borghi. Ma per far questo occorre scrollarsi di dosso i dogmi del passato storico che ha voluto che la Calabria fosse una terra di nessuno o di “altri”, e assumendo come atteggiamento operativo e filosofico “il pensiero meridiano” di cui scrive Franco Cassano. Solo così la Calabria potrà esprime al meglio le sue potenzialità, nella consapevolezza che questo cambiamento di rotta non verrà di certo da coloro che fanno politica e dai media che li legittimano, ma da persone che nel fare e nel saper fare per la propria terra danno un senso alla propria vita.

D. Grazie.

R. Grazie a voi. Vi aspetto tutti a Scilla!

 

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