Compie 30 anni il “lunedi nero” di Wall Street del 1987

Trent’anni fa si verificava la peggiore perdita del mercato azionario statunitense. L’apice della crisi si toccò nel “lunedì nero” del 19 ottobre 1987, quando in un solo giorno l’indice Dow Jones fece registrare un calo del 22,5%. Le conseguenze negative continuarono ad avvertirsi sui mercati finanziari nei giorni e nei mesi seguenti, prima di essere completamente assorbite dal boom degli anni ’90. Peopleconomy ricorda gli avvenimenti di quei giorni che hanno segnato un’epoca, ma di cui oggi rimane poca memoria.

di Matteo Olivieri

Immagine correlata
L’indice Dow Jones passò da un record all’altro. A gennaio 1987 superò per la prima volta quota 2000, mentre ad agosto dello stesso anno era già arrivato a quota 2700.

C’è qualcosa di misterioso nella maggior parte dei crolli di Borsa, ma quello verificatosi a Wall Street nel 1987 sembra essere ancora tra i più impenetrabili della storia contemporanea. Gli Stati Uniti si trovavano da quattro anni in un periodo di espansione collegata alle politiche dell’epoca reaganiana. A gennaio, l’indice Dow Jones aveva per la prima volta superato quota 2000, e – in pochi mesi – la Borsa era salita più del 40%, raggiungendo e superando più volte quota 2700. Sebbene l’economia prosperasse, erano evidenti anche i segni di instabilità, e in molti ritenevano che bisognasse fare di tutto per rallentare l’economia. Già nel 1986, il capo della Borsa di New York aveva John J. Phelan Jr. aveva iniziato a mettere in guardia contro una possibile «correzione» delle quotazioni dei titoli azionari, sottolineando il rischio che i software informatici potessero amplificare gli effetti di circostanze negative in Borsa sul prezzo delle azioni, che – fino ad allora – continuavano a crescere. E, contemporaneamente, salivano pure i tassi di interesse e le aspettative di inflazione. Anche la banca centrale statunitense – la Federal Reserve – si convinse che fosse necessario domare le spinte inflazionistiche, e nella riunione del 4 settembre 1987 votò a favore dell’aumento del costo del denaro, portandolo dal 5,5% al 6%. Come ebbe modo di dichiarare Alan Greenspan, allora governatore della Federal Reserve, «Wall Street era in preda a un fenomeno speculativo. Una cosa simile stava accedendo nel campo dell’edilizia commerciale».

Solo diversi giorni dopo il “lunedì nero”, era il 22 ottobre 1987, il presidente Ronald Reagan tenne una conferenza stampa, nel corso della quale affermò che «i fondamentali dell’economia statunitense rimangono sani».

All’inizio di ottobre, dopo aver raggiunto nuovi massimi, la Borsa di Wall Street ebbe una prima correzione negativa del 6% nella prima settimana, e poi subì un ulteriore tonfo del 12% la seconda. I timori che l’economia statunitense fosse entrata in una fase negativa si materializzarono però il venerdì 16 ottobre, quando l’indice Dow Jones precipitò di 108 punti. Si trattò della maggiore perdita del periodo, che gettò gli operatori finanziari in una situazione di disorientamento, molto vicina al panico. Ma, evidentemente, non erano gli accadimenti di quella giornata a dover essere ricordati come i peggiori in assoluto. Infatti, il seguente lunedì 19 ottobre, alla riapertura delle contrattazioni, la Borsa perse altri 508 punti, un valore corrispondente ad un calo del 22,5%. Si trattò della più grave perdita mai avutasi nella storia degli Stati Uniti in un giorno solo, addirittura superiore a quella del “venerdì nero” del 1929, che diede inizio alla Grande Depressione. I giornali dell’epoca parlarono ufficialmente di “lunedi nero”. Nel giro di un mese, la Borsa statunitense aveva perso quasi 500.000 miliardi di dollari nel mercato azionario, mentre le perdite sui mercati valutari e sui mercati dei titoli derivati furono troppo troppo grandi per poter essere calcolate. La crisi si diffuse immediatamente in giro per il mondo.

Il crollo di Wall Street dell’ottobre 1987 non fu il più grave episodio dal punto di vista storico. Nel confronto, la Grande Depressione degli anni Trenta aveva spazzato via l’80% del valore dei titoli in Borsa. Tuttavia, quanto accadde nel 1987 dimostrò per la prima volta come le crisi fossero ormai in grado di “contagiare” i mercati finanziari mondiali tramite le reti informatiche.

A Londra la quotazione dei titoli azionari diminuì di 50 miliardi di sterline mentre l’indice FT 30-share perse 183,7 punti, scendendo a quota 1629,2. Stessa storia anche a Tokio e in altri mercati azionari dove il contraccolpo subito fu perfino maggiore: in Australia le quotazioni degli indici di Borsa diminuirono del 41,8%, a Hong Kong del 45,8% e nel Regno Unito del 26,4%. Nel tentativo di reagire alla crisi, i responsabili della Borsa di New York valutarono con il governo statunitense la possibilità di sospendere le contrattazioni, mentre numerosi banchieri si rifiutarono di eseguire transazioni nel timore di trovarsi a corto di liquidità, temendo di non riuscire a loro volta ad incassare le somme di cui erano creditori. Fortunatamente, nessuna di queste due opzioni ebbe vita lunga, visto che la Federal Reserve intervenne prontamente per immettere liquidità nei mercati e abbassare i tassi di interesse.

Alan Greenspan, nel suo libro “L’Era della Turbolenza” (Ed. Sperling & Kupfer, 2007), ricordando le difficoltà di quei momenti, disse che «chiudere un mercato durante un crollo non fa che alimentare il panico degli investitori. Per quanto spaventose possano apparire su carta le loro perdite, finché il mercato rimane aperto sanno di avere la possibilità di recuperare. Ma, interrompendo le contrattazioni e concretizzando le perdite, la paura si amplifica. Ripristinare gli scambi è estremamente difficile, perché nessuno sa quali dovrebbero essere i prezzi, e nessuno vuole essere il primo a fare un’offerta». In un editoriale del 20 ottobre il New York Times collegò l’improvviso crollo di Borsa all’elevato deficit di bilancio degli Stati Uniti, di cui si chiedeva il taglio attraverso politiche volte a ridurre la dipendenza dal capitale straniero e attraverso un dollaro forte nei confronti delle valute estere. Inoltre criticava l’assenza di una leadership forte del Presidente Ronald Reagan, reo di non aver prontamente rassicurato i mercati né di aver lanciato annunci forti e credibili in grado di calmare gli investitori internazionali, stoppando sul nascere l’ondata di vendite anche attraverso l’utilizzo di misure non-convenzionali, come ad esempio intervenendo apertamente nei mercati dei cambi in modo da impedire ulteriori deprezzamenti del dollaro.

greenspan
«Prima del crollo avevamo operato una stretta sui tassi di interesse, ma in quel momento li allentammo per tenere l’economia in movimento», Alan Greenspan governatore della Federal Reserve, 1987.

I grandi investitori e le autorità governative temevano soprattutto l’eventualità che un “collasso” delle contrattazioni di Borsa potesse scuotere dalle fondamenta l’economia statunitense, e che le conseguenze di questo shock si estendessero poi al settore bancario. Infatti, l’incertezza sul valore degli immobili a garanzia dei prestiti rendeva i banchieri nervosi riguardo a quanto capitale effettivamente avessero a disposizione, e molti di loro erano riluttanti a concedere denaro in prestito ad altri operatori di Borsa, della cui effettiva capacità di rimborso erano ormai diventati dubbiosi. Anche per questo, l’intervento repentino della Federal Reserve si rivelò determinante. E, contrariamente a quanto molti temevano, l’economia reale rimase solida e si riprese in breve tempo. Infatti, i temuti effetti del crollo di Borsa non portarono alla paralisi del sistema economico né ebbero come conseguenza una depressione economica simile a quella del 1929. Al contrario, nel primo trimestre del 1988 l’economia statunitense crebbe ad un tasso del 2% annuo, per poi continuare ad accelerare al tasso del 5% nel secondo trimestre. Inoltre, l’indice azionario Dow Jones nei mesi successivi finì per stabilizzarsi a quota 2000 punti, lo stesso livello che aveva all’inizio del 1987. Il 1988, che molti temevano fosse un anno di crisi, si rivelò invece il quinto anno consecutivo di crescita, nonostante l’enormità delle perdite subite dai tantissimi piccoli risparmiatori e dai grandi investitori.  L’economia statunitense impiegò circa due anni per ritornare completamente al suo livello pre-crisi, per poi ricominciare a crescere a ritmi sostenuti, bruciando nuovamente tutti i record. Bastò quindi poco tempo perché l’economia statunitense si scrollasse di dosso gli eventi negativi del 1987 come se nulla fosse mai accaduto.

Guardando in retrospettiva, il crollo “lampo” di Borsa del 1987 fu un’anticipazione dei fenomeni che si sarebbero delineati più compitamente durante la Grande Recessione del 2007. Il dibattito sulle causa della crisi continua ad interessare gli economisti, ma ciò che manca ancora oggi è una spiegazione convincente di ciò che ha innescato l’ondata di vendite in quel famoso “lunedì nero”. 

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *