Per l’Economist «la crisi riporta l’Italia al 1999»

Il sogno di un’Europa unita rischia di lasciare il posto alla realtà di un’Europa a più velocità che è già in atto, e dove il processo di integrazione europea si è interrotto sotto la spinta dei divari strutturali di competitività. 

di Matteo Olivieri

La crisi colpisce duro l’Italia, che a 10 anni dall’inizio della crisi finanziaria internazionale, risente ancora degli effetti negativi sull’economia reale. A confermarlo è il settimanale inglese The Economist, che in un articolo apparso sul numero in edicola questa settimana, presenta dati decisamente deludenti.

L’Italia, non solo arranca nel confronto con le altre grandi economie europee, ma vede addirittura arretrare il PIL pro capite ai livelli precedenti al 1999. Un salto indietro di ben 18 anni, con un trend – che a voler essere buoni – è definibile «stazionario». Il risultato è reso ancor più allarmante dal fatto che, in base ai dati Istat dello stesso periodo, la popolazione italiana è cresciuta di quasi 1 milione di residenti, passando da circa 56,92 milioni nel 1999 a oltre 60,65 milioni nel 2016.

Il livello di PIL pro capite in Italia è oggi minore di quello del 1999.

Questo dato significa una cosa sola, ovvero che più italiani hanno prodotto meno ricchezza. Una sonora bocciatura per le decisioni di  politica economica italiana di questi ultimi due decenni, come pure per le tante riforme che – numeri alla mano – evidentemente non hanno creato i risultati sperati né inciso sul tessuto produttivo italiano.

L’analisi dell’Economist, che rielabora numeri ufficiali di fonte Eurostat e Fondo Monetario Internazionale, mostra pure un altro dato preoccupante, ovvero che l’Italia è la nazione europea ad avere il livello più alto di costi unitari di lavoro, con un trend peraltro crescente rispetto alle altre nazioni prese a riferimento, cioè Germania, Spagna, Francia e Grecia. Un differenziale che si traduce automaticamente in una minore competitività internazionale, visto che produrre in Italia ha un costo del lavoro molto più alto che altrove. A titolo di esempio, produrre in Germania ha un livello di costi unitari del lavoro di circa il 15 per cento inferiore rispetto all’Italia, mentre in Francia e Spagna è di circa il 10 per cento inferiore.

Che qualcosa si sia rotto nel processo di integrazione europea appare ormai evidente a tutti, visto che i differenziali di costi unitari del lavoro nel 1999 non erano così marcati come oggi, mentre i differenziali nei livelli di PIL pro capite sono addirittura maggiori oggi che durante il picco della crisi nel 2011-2012. Pertanto, gli attuali squilibri tra le economie europee non possono essere addebitati unicamente agli effetti negativi della perdurante crisi finanziaria.

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *