Def2017, ci aspetta una nuova manovra lacrime e sangue

Diramata ieri dal Ministero dell’Economia e delle Finanze la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017. Dopo aver scongiurato nuovi aumenti dell’IVA, le limitate risorse disponibili saranno impiegate selettivamente in politiche di sostegno all’occupazione giovanile, agli investimenti pubblici e privati ed al potenziamento degli strumenti di lotta alla povertà. Prioritaria è l’esigenza di stabilizzare la finanza pubblica accelerando il processo di riduzione del debito pubblico. Ma il pareggio di bilancio è rinviato (per l’ennesima volta) al 2020.

di Matteo Olivieri

 © ANSA
«Nei prossimi anni, la politica economica dell’Italia dovrà vincere la sfida della crescita e della riduzione del debito pubblico in rapporto al PIL. Questa sfida è anche collegata alla questione demografica: la popolazione italiana è invecchiata, le nascite e il tasso di fecondità sono in calo. Nuove proiezioni delle tendenze del sistema pensionistico, basate su un imminente aggiornamento degli scenari demografici ed economici a livello europeo, evidenziano rischi di salita della spesa pensionistica nei prossimi due decenni.»

A sentire il ministro Pier Carlo Padoan, la crescita del PIL è “soddisfacente” ma “permangono le preoccupazioni”. La crisi “lunga e profonda” dalla quale l’economia italiana soltanto a partire dal 2014 ha iniziato a risollevarsi, avviandosi «su un sentiero di graduale ripresa», continua infatti a pesare sul dispiego del pieno potenziale dell’economia italiana. I dati più recenti – si legge nella nota di aggiornamento al DEF 2017 – mostrano un aumento del numero di occupati (che ha superato di 734 mila unità il punto di minimo toccato nel settembre 2013) a fronte di una diminuzione investimenti fissi lordi delle Amministrazioni Pubbliche, che «nel primo trimestre di quest’anno sono scesi del 3,8 per cento in termini nominali rispetto allo stesso periodo del 2016», mentre la pressione fiscale è scesa solo lievemente, passando dal 43,6 nel 2013 al 42,3 per cento nel 2016 (al netto della riduzione Irpef di 80 euro). Secondo le stime effettuate a “legislazione vigente” la pressione fiscale dovrebbe collocarsi al 42,6 per cento a fine 2017, salvo poi ridursi di circa 3 decimi di punto entro il 2020, quando dovrebbe raggiungere quota 42,3 per cento.

Non va meglio per l’evoluzione del rapporto debito/PIL, che «dopo essere aumentato di oltre 32 punti percentuali tra il 2007 e il 2014», si è sostanzialmente stabilizzato, ed è atteso al 132,5 per cento per il 2017. Stessa dinamica di lento miglioramento anche per il disavanzo di bilancio, che è sceso dal 3,0 per cento del PIL nel 2014 al 2,7 nel 2015 fino al 2,4 nel 2016, mentre l’avanzo primario (cioè la differenza tra le entrate e le spese al netto degli interessi sul debito pubblico) è risultato pari all’1,5 per cento del PIL nel 2016. In queste circostanze, il conseguimento del pareggio di bilancio è rinviato al 2020, quando il processo di riduzione del rapporto debito/PIL si dovrebbe assestare al 123,9 per cento. Al riguardo, occorre ricordare che il pareggio di bilancio è stato annunciato più volte nel corso degli ultimi anni ma mai raggiunto: l’ultimo annuncio del ministro Padoan risale al 2014, quando si fissò la data dell’agognato traguardo proprio al 2017 (“Il pareggio di bilancio strutturale viene posticipato al 2017”). Ora, invece, è tutto da rifare.

PCPadoan
«L’Italia ha bisogno di un’economia più dinamica, di una finanza pubblica che possa assorbire il futuro impatto del pensionamento dei baby boomers e di politiche di sostegno all’occupazione giovanile e alla famiglia. Date le conseguenze sociali della crisi degli ultimi anni, è inoltre opportuno insistere sulle politiche di contrasto alla povertà.»

Il principale indiziato della performance non brillante dell’economia italiana è il deflatore del PIL (un indicatore in grado di imputare la crescita dell’economia all’aumento della quantità prodotta o all’aumento dei prezzi), il cui andamento nella prima metà dell’anno in corso è risultato meno favorevole di quanto precedentemente previsto dal Governo. Infatti, secondo le stime preliminari dell’ISTAT, il deflatore è sceso meno del corrispondente periodo del 2016. Da quanto si legge, «ciò pare spiegato in particolare da una temporanea accelerazione dei prezzi degli input, in particolare all’importazione». L’aumento dei prezzi delle importazioni, però, avrebbe avuto finora solo effetti limitati sui conti pubblici, tanto che la previsione per l’indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni nel 2017 rimane invariata al 2,1 per cento (un dato che rappresenta «il terzo anno consecutivo di discesa del deficit»), mentre l’obiettivo di indebitamento netto viene posto per il 2018 all’1,6 per cento, un valore che corrisponde ad un aggiustamento strutturale dello 0,3 per cento, in grado di garantire – da quanto si legge nella nota – «un’accelerazione del processo di riduzione del deficit».

Un traguardo ambizioso, se si considera che l’obiettivo di indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche a fine 2017 è fissato al 2,1 per cento del PIL, di cui la componente «strutturale» (cioè, corretta per gli effetti del ciclo economico e per gli effetti delle misure una tantum, che influiscono solo temporaneamente sul disavanzo), dovrebbe corrispondere all’1,3 per cento del PIL, in peggioramento di circa 0,4 punti percentuali rispetto al 2016. «Tale peggioramento – si legge nel documento – si discosta dal miglioramento del deficit strutturale consentito dalle regole europee a fronte delle clausole di flessibilità concesse per il 2017, pari a 0,16 punti percentuali di PIL». Peggiora quindi la disponibilità di risorse finanziarie della nazione (purtroppo nella componente strutturale), trattandosi di debito che continua a sussistere anche nel caso in cui l’economia italiana riprendesse a crescere con vigore.

«Gli investimenti fissi lordi hanno subìto una forte caduta nel periodo 2008-2009 e 2011-2013, scendendo dal 21,8 per cento del PIL nel 2006-2007 ad un minimo di 16,8 per cento nel 2014, anche a causa di una forte contrazione della componente pubblica». Negli ultimi due anni il rapporto si è stabilizzato a quota 17,3 per cento, un valore «molto al di sotto della media dell’Area dell’Euro (20,4 per cento nel 2016) e dei valori registrati nello stesso anno da Germania e Francia (20,0 e 21,8 per cento, rispettivamente).»

Per quanto riguarda i consumi privati, i dati relativi ai primi sei mesi del 2017 confermano «la dinamica di crescita, nonostante il rallentamento registrato nel secondo trimestre». Tra i consumi si segnala l’espansione dei servizi (che pesano più del 50 per cento del totale) mentre la spesa per l’acquisto di beni ha subìto una battuta d’arresto nel secondo trimestre. Questi elementi inducono il Governo a ritenere che il debito pubblico sarà in discesa al 131,6 nel 2017 dal 132,0 per cento del 2016, livello che a sua volta è stato rivisto al ribasso (dal 132,6 per cento) a seguito delle nuove stime di contabilità nazionale dell’ISTAT del 22 settembre. Infine, la crescita del PIL reale, che nello scenario programmato è prevista pari all’1,5 per cento sia nel 2018, sia nel 2019, salvo poi decelerare all’1,3 per cento nel 2020. Le stime del Governo per il 2017 ipotizzano poi un ulteriore aumento del deflatore del PIL nel terzo e quarto trimestre di quest’anno, dovuto ad una caduta nei prezzi delle importazioni «già evidente nelle più recenti statistiche mensili». Questa ipotesi porta «la crescita media stimata del deflatore nel 2017» a 0,6 per cento, contro l’1,1 per cento previsto nel DEF. Come conseguenza, la stima di crescita del PIL nominale è lievemente inferiore a quanto precedentemente previsto, ovvero 2,1 anziché 2,3 per cento. Tale «quadro macroeconomico tendenziale è stato validato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio in data 15 settembre».

Con una forchetta compresa tra l’1,2-1,5 per cento, l’Italia continuerà a crescere ma meno delle altre nazioni europee. Infatti, per l’Area euro nel suo complesso il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha previsto «una lieve accelerazione della crescita dall’1,8 per cento del 2016 all’1,9 quest’anno e quindi un moderato rallentamento a 1,7 per cento nel 2018», mentre la Banca Centrale Europea (BCE) nella previsione di settembre si è detta convinta di una «crescita dell’Area euro al 2,2 per cento quest’anno, 1,8 per cento nel 2018 e 1,7 per cento nel 2019». Tutto ciò richiederà una nuova manovra di correzione dei conti pubblici italiani nel 2018, in misura pari «a circa lo 0,6 per cento del PIL, da dettagliare nella Legge di Bilancio» di prossima approvazione. Da quanto si apprende nella Nota, infatti, «la manovra per il 2018-2020 consiste grosso modo in un terzo di tagli strutturali alla spesa pubblica e due terzi di misure sul versante delle entrate». Per quanto riguarda le entrate tributarie , «il gettito tributario è atteso crescere dell’1,8 per cento nel 2017 rispetto al 2016 e in media del 2,6 all’anno nel triennio 2018-2020, sostenuto prevalentemente dalle imposte indirette, che segneranno un aumento di circa il 3,9 per cento nel 2017 e del 4,3 per cento in media nei rimanenti anni.» Previste in aumento anche le imposte dirette (cioè, sul reddito), il cui ritmo di crescita sarà «più moderato e pari all’1,1 per cento nell’anno in corso e circa all’1,0 per cento in media nel periodo 2018-2020».

«La ripresa si sta diffondendo a tutti i settori dell’economia, con l’unica eccezione di comparti ancora soggetti a processi di ristrutturazione, quali i servizi di informazione e quelli bancari. Diverse evidenze suggeriscono anche che a dispetto dell’apparente lentezza della ripresa degli investimenti in macchinari e attrezzature nella prima metà dell’anno, sia invece in atto un rafforzamento che è stato inizialmente colto dai dati di fatturato delle imprese produttrici di beni strumentali e solo in seguito dall’andamento della produzione.»

Un approfondimento a parte merita invece il capitolo dei tagli strutturali alla spesa pubblica. Infatti, come si legge nel documento, «l’attività di revisione e razionalizzazione della spesa si è concentrata sulla spesa pubblica corrente aggredibile, i cui «capitoli di spesa eliminati e/o ridotti nel periodo 2014-2017 hanno un valore cumulato di 29,9 miliardi nel 2017», ad esclusione degli interessi sul debito, delle prestazioni assistenziali e previdenziali e dei trasferimenti alla UE e di partite di giro. In particolare, circa tre quarti della spesa corrente sono concentrati in cinque macro aree: sanità, Comuni e Province, sicurezza, istruzione e difesa. Le attività di revisione e razionalizzazione della spesa hanno riguardato le prime tre voci». Tale riduzione – in parte resa possibile da interventi di efficientamento della spesa – «rappresenta il 18 per cento della spesa corrente», al netto del costo del personale, ed «ha interessato tutti i comparti della Pubblica Amministrazione, ma con effetti differenziati.»

Coerentemente con la tendenza prevista per l’economia nelle altre grandi economie europee, le previsioni delle principali agenzie internazionali scommettono su un rallentamento della crescita del PIL italiano nel 2018, sia pure con intervalli che variano tra l’1,2-1,5 per cento per quest’anno e lo 0,9-1,3 per cento per il 2018. In conseguenza di ciò, «in aggiunta ai fattori internazionali», si esprimono preoccupazioni riguardo agli impatti che l’eventuale conclusione della politica di «accentuato accomodamento monetario» della Banca Centrale Europa (BCE) avrà sull’Italia, come pure «riguardo all’esito delle elezioni politiche, che avranno luogo entro maggio 2018».

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