Papa Francesco, «diseguaglianza e sfruttamento non sono una fatalità»

In un messaggio rivolto ai partecipanti all’incontro organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Papa Francesco affronta il tema delle cause che alimentano l’esclusione sociale, e parla dell’esigenza di elaborare nuovi modelli di cooperazione tra il mercato, lo Stato e la società civile per andare incontro alle sfide del nostro tempo.

di Redazione

«Il ruolo specifico della società civile è paragonabile a quello che Charles Péguy ha attribuito alla virtù della speranza: come una sorella minore sta in mezzo alle altre due virtù – fede e carità – tenendole per mano e tirandole in avanti. Così mi sembra sia la posizione della società civile: “tirare” in avanti lo Stato e il mercato affinché ripensino la loro ragion d’essere e il loro modo di operare.»

Papa Francesco ritorna ad affrontare argomenti a lui cari, come la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo umano integrale, proponendo una riflessione su quella che lui ha indicato come la vera malattia dei nostri tempi, ovvero la creazione di esclusione sociale e di «periferie esistenziali». Questa volta lo fa attraverso un messaggio rivolto ai partecipanti all’incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali lo scorso 20 ottobre.

In particolare, Papa Francesco ha parlato di due cause “specifiche” che alimentano l’esclusione e le «periferie esistenziali». La prima causa è individuata nell’aumento “endemico e sistemico” delle diseguaglianze e dello sfruttamento del pianeta, che – a suo dire – «è maggiore rispetto all’aumento del reddito e della ricchezza». Eppure – ha detto il Papa – «la diseguaglianza e lo sfruttamento non sono una fatalità e neppure una costante storica. Non sono una fatalità perché dipendono, oltre che dai diversi comportamenti individuali, anche dalle regole economiche che una società decide di darsi». Al riguardo, Papa Francesco ha fornito alcuni casi concreti, che riguardano i nuovi modi di produzione dell’energia, o le nuove forme organizzative legate «al mercato del lavoro, al sistema bancario, al welfare, al sistema fiscale, al comparto scolastico».

«A seconda di come questi settori vengono progettati – ha continuato Papa Francesco – si hanno conseguenze diverse sul modo in cui reddito e ricchezza si ripartiscono tra quanti hanno concorso a produrli. Se prevale come fine il profitto, la democrazia tende a diventare una plutocrazia in cui crescono le diseguaglianze e anche lo sfruttamento del pianeta. Ripeto: questo non è una necessità; si riscontrano periodi in cui, in taluni Paesi, le diseguaglianze diminuiscono e l’ambiente è meglio tutelato.»

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«Dobbiamo chiedere al mercato non solo di essere efficiente nella produzione di ricchezza, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale.»

La seconda causa di esclusione sociale «è il lavoro non degno della persona umana». Nel citare alcuni documenti fondamentali della Chiesa Cattolica – come l’enciclica sociale Rerum novarum (1891) nonché la Costituzione Gaudium et spes (1966) e la recente enciclica Laudato si’ (2015), dove si parla di dare la “giusta mercede all’operaio” – Papa Francesco si interroga sul «perché non si è ancora riusciti a tradurre in pratica» questo monito, e – citando Costituzione Gaudium et spes – ricorda che «occorre adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita» (n. 67) e «nel rispetto del creato, nostra casa comune».

La sfida da raccogliere è allora quella di adoperarsi con coraggio per andare oltre il modello di ordine sociale oggi prevalente, trasformandolo dall’interno. Dobbiamo chiedere al mercato – ha affermato con forza il Pontefice – non solo di essere efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale. Non possiamo sacrificare sull’altare dell’efficienza – il “vitello d’oro” dei nostri tempi – valori fondamentali come la democrazia, la giustizia, la libertà, la famiglia, il creato. In sostanza, dobbiamo mirare a “civilizzare il mercato”, nella prospettiva di un’etica amica dell’uomo e del suo ambiente.

«Adoperarsi con coraggio per andare oltre il modello di ordine sociale oggi prevalente, trasformandolo dall’interno», ha detto Papa Francesco.

Pertanto, conclude il Papa, occorre giungere ad un «ripensamento della figura e del ruolo dello Stato-nazione in un contesto nuovo quale è quello della globalizzazione, che ha profondamente modificato il precedente ordine internazionale. Lo Stato non può concepirsi come l’unico ed esclusivo titolare del bene comune non consentendo ai corpi intermedi della società civile di esprimere, in libertà, tutto il loro potenziale. Sarebbe questa una violazione del principio di sussidiarietà che, abbinato a quello di solidarietà, costituisce un pilastro portante della dottrina sociale della Chiesa. Qui la sfida è come raccordare i diritti individuali con il bene comune.»

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