Un anno fa il terremoto del Centro Italia. Ma la normativa nazionale viene ancora elusa a livello regionale.

Nel primo anniversario del terremoto del Centro-Italia del 2016, l’economista Matteo Olivieri ricorda i fatti di allora, e propone una riflessione sullo stato di attuazione reale della normativa antisismica in Italia. Ne emerge l’immagine di una Nazione che fatica a comprendere di essere seduta su una polveriera. E poco o nulla fa per apprendere dagli eventi passati.

di Matteo Olivieri

Il mattino del 30 ottobre 2016, un sisma di magnitudo 6.5 della scala Richter colpiva il Centro-Italia, con epicentro localizzato al confine tra Umbria, Marche e Lazio. La scossa veniva avvertita distintamente in molte regioni Italiane, dalla Puglia fino al Trentino Alto Adige. Si è trattato, a detta degli esperti, di «una scossa di magnitudo rilevante», la più forte rilevata in Italia dai tempi del terremoto dell’Irpinia del 1980, e tale da compromettere la viabilità di interi paesi, provocare morte e distruzione, e causare lo sfollamento di migliaia di persone. A seguito di tale terremoto, il Governo si affrettò a varare un nuovo programma di interventi a lungo termine – definito «Casa Italia» – con l’intenzione di «lavorare sulle cause profonde dei danni che vengono provocati dagli eventi sismici nel nostro Paese». Il piano – articolato intorno ad alcune linee di intervento “strategiche” –  prevedeva tra l’altro l’ormai immancabile riferimento alla messa a sistema di tutte le informazioni “disponibili ma frammentate”, con l’obiettivo di «fornire una mappatura completa del rischio utile a programmare gli interventi a seconda delle priorità».

La classificazione sismica dei comuni calabresi.

Tuttavia, nonostante l’enorme apparato legislativo oggi disponibile, e le sempre più limitate risorse finanziarie disponibili, poco o nulla si è appreso dagli accadimenti recenti. Infatti, in una recente audizione del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio avvenuta il 25 luglio 2017, il Ministro ha dichiarato che «in Italia il 40% degli edifici di edilizia residenziale pubblica sono localizzati in zona sismica 1, la più a rischio, e sono stati costruiti prima del 1980». In un’altra audizione avvenuta il 15 settembre 2016, lo stesso Ministro aveva dichiarato che «le aree ad elevato rischio sismico (zona sismica 1 e 2) sono circa il 44% del territorio nazionale (133mila kmq) e interessano il 36% dei comuni (pari a 2.097). In queste aree risiedono 22,2 milioni di persone, 8,9 milioni di famiglie, si trovano oltre 6 milioni di edifici di cui quasi 1 milione ad uso produttivo che impiegano quasi 5 milioni di addetti distribuiti in 1,5 unità locali». Ma la quota di edifici residenziali esposti al rischio sismico sale ad oltre il 56% se si includono anche gli edifici realizzati prima del 1970, mentre un altro 5% degli edifici in zona a rischio elevato è stato realizzato negli anni 2000. Dalle cifre ufficiali snocciolate dal Ministro si apprende perfino che la popolazione residente nelle aree esposte al rischio è «aumentata del +4%» rispetto al 2001, e «il numero di edifici realizzato nei comuni esposti a rischio sismico elevato addirittura «è aumentato del 7,6%», di cui 1,1 milioni di edifici localizzati in zona sismica 1 e circa 5 milioni in zona sismica 2.

Nella mappa di pericolosità sismica, la valle del fiume Crati in provincia di Cosenza, Calabria è classificata tra le zone con rischio più elevato d’Italia.

Numeri allarmanti, comunque li si legga, che dovrebbero indurci ad indagare ulteriormente i processi di urbanizzazione ed il consumo di suolo connesso alle dinamiche insediative, per comprendere meglio il fenomeno e le sue cause. In Calabria, per esempio, da anni tiene banco la vicenda di varie discariche costruite dove non si dovrebbe, in barba a qualsiasi normativa antisismica o principio di prudenza. Tra queste vi è per esempio quella di Battaglina in provincia di Catanzaro, la cui esecuzione dei lavori è stata prima autorizzata e poi sospesa perché l’area è soggetta a vincoli inibitori assoluti, come quello idrogeologico, paesaggistico e ambientale, di usi civici, in materia di incendi e, appunto, di rischio sismico, visto che l’area è classificata come zona di categoria 1. Eppure, ancora nel 2015, un’interrogazione al Presidente della Giunta regionale chiedeva di chiarire quali siano le “definitive volontà della Regione Calabria in ordine alla possibilità di realizzare una discarica”, nonostante che la normativa di riferimento – tra cui il Decreto Legislativo 13 gennaio 2003 n. 36 (recante norme per l’attuazione della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti) – impone che “gli impianti non vanno ubicati di norma in aree interessate da fenomeni quali faglie attive, aree a rischio sismico di 1^ categoria (R4)” né “in aree dove i processi geologici superficiali quali l’erosione accelerata, le frane, l’instabilità dei pendii, le migrazioni degli alvei fluviali potrebbero compromettere l’integrità della discarica e delle opere ad essa connesse” o “in aree esondabili, instabili e alluvionabili”.

La frana del 2011 a contrada Malavicina di Zumpano.

Una dinamica simile sta interessando la discarica di Celico, in provincia di Cosenza, anch’essa ubicata in area a rischio sismico di 1^ categoria (R4), e dove dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale risulta perfino la presenza di una faglia sismica che passa nei pressi della discarica. Eppure, come se nulla fosse, il sito è stato autorizzato tra le vibrate proteste dei cittadini. Dunque, la normativa c’è ma rimane non applicata. Come mai? Lo stesso discorso vale purtroppo anche per quanto riguarda la prevenzione delle altre calamità naturali che continuano a funestare i nostri territori, come frane ed alluvioni, tant’è che a buon diritto si può dire che manchi qualsiasi forma seria e cogente di pianificazione territoriale in grado di far rispettare realmente i vincoli naturali e paesaggistici pur previsti dalla legge. Un ulteriore drammatico risvolto di questa situazione è la considerazione che la legge in vigore non è in grado di proteggere davvero le persone dall’arbitrio di pochi.

Il sistema di faglie sismiche attorno alla discarica di Celico (linee nere).

Ogni volta che accade una calamità naturale, l’opinione pubblica concorda sulla necessità di “andare oltre l’emergenza”, e chiede che si attivi finalmente un progetto coordinato e strategico di lungo termine per mettere in sicurezza l’intero nostro Paese. Si stanziano fondi e si chiedono interventi risolutori, ma diversamente da quanto si potrebbe ritenere, i programmi di messa in sicurezza del territorio rimangono spesso sulla carta o non sono in grado di incidere effettivamente sulla realtà, se non – addirittura – danno vita a snervanti contenziosi nelle aule di tribunale. Infatti, il presupposto scientifico secondo cui i terremoti non sono prevedibili ha purtroppo dato vita al proliferare di argomentazioni simili e un po’ paradossali, che spesso consentono agli accusati di reati penali di farla franca. Per esempio, ha destato scalpore qualche giorno fa l’assoluzione degli indagati di frana e disastro colposo per i fatti avvenuti nel 2011 a contrada Malavicina di Zumpano, alle porte di Cosenza. Come si ricorderà, alcuni operai addetti allo scaricamento-merci si salvarono per miracolo e solo per un fortuito caso la frana non causò vittime, vista a presenza di supermercati e di un cinema multisala. Il giudice ha stabilito infatti che neppure la frana è un evento prevedibile, e gli avvocati difensori sono riusciti a convincere la Corte che la situazione di rischio accertabile dalla cartografia ufficiale riguardava la sola collina e non le sottostanti aree limitrofe pianeggianti oggetto della frana. Neppure adeguata attenzione si è posta sul fatto che tutta l’area della Valle del Crati rappresenta una delle zone d’Italia a maggiore pericolosità sismica.

Insomma, la sensazione è che manchi completamente una diffusa cultura di rispetto della natura e di prevenzione seria dei rischi naturali. E, mentre i nostri territori sono costretti a fronteggiare livelli di complessità naturali crescenti (frane, incendi, terremoti, dissesto idrogeologico, ecc.) il legislatore italiano pensa di poter mettere una pezza al problema appellandosi ad una sempre migliore capacità d’analisi e di mappatura dei rischi, laddove la normativa europea prevede espressamente il ricorso al principio della prudenza, ovvero che ci si astenga dal costruire qualora non si sia in grado di descrivere compiutamente gli impatti o di mitigare gli effetti che le attività antropiche possono causare (volontariamente o involontariamente) sui territori. Ritengo pertanto che ancora molto cammino debba essere fatto sulla strada della prevenzione consapevole delle calamità naturali, ed un passaggio decisivo riguarderà proprio la comprensione dello spirito delle leggi e la corretta interpretazione delle direttive europee.

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