Comuni, aumentano le entrate proprie, diminuiscono i trasferimenti statali

In aumento sia le riscossioni tributarie dei Comuni sia il numero di accertamenti fiscali, sebbene la situazione sia molto differenziata nel territorio nazionale. Aumenta anche la capacità di riscossione dei Comuni, ma con essa, anche la capacità di spesa. In Sardegna, Valle d’Aosta e Calabria si trovano i Comuni e le Province d’Italia con i valori più alti sia di entrate correnti e di spese correnti, sia di trasferimenti statali. La gran parte delle entrate è destinata all’acquisto di beni e servizi, e per le spese del personale.

di Matteo Olivieri

Comuni italiani sono sempre più dipendenti dalle entrate proprie e sempre meno dai trasferimenti statali, ma non dappertutto. E’ questo il quadro che emerge dalla rilevazione ISTAT, diramata oggi, con numerosi indicatori – disaggregati per regione e per ampiezza demografica dei comuni -, che consentono di analizzare i risultati della gestione economico-finanziaria delle amministrazioni comunali. Dalla lettura del rapporto si apprende infatti che le entrate complessive dei Comuni, al netto dei servizi per conto terzi, sono rappresentate dalle entrate correnti (oltre il 70%), e poi dalle entrate in conto capitale (circa il 15%) e, infine, dalle entrate derivanti da accensioni di prestiti (quasi un altro 15%).

Nei Comuni italiani, le entrate tributarie continuano a rappresentare la principale voce delle entrate correnti, nonostante il calo.

Sempre sul versante delle entrate correnti, ad aumentare sono state soprattutto le entrate extra-tributarie (+10,8%), a fronte di una diminuzione delle entrate per contributi e trasferimenti (-7,4%) e di quelle tributarie (-0,9%). Per quanto riguarda le spese, rispetto al 2014 risultano diminuite sia le spese per il personale (-2,9%) che quelle per trasferimenti (-0,6%) mentre risultano in aumento le spese per investimenti in opere (+10,2%). Il risultato netto, espresso come «capacità di spesa», ovvero come il rapporto tra gli impegni e i pagamenti di competenza di esercizio, mostra come le amministrazioni comunali abbiano assunto impegni di spesa per 83.490 milioni di euro (+3,9% rispetto all’anno precedente), a fronte di pagamenti per 78.357 milioni di euro (+3,0%), da cui discende una capacità di spesa media pari al 72,8%, in crescita di 7,6 punti percentuali rispetto al passato.

La maggior parte delle entrate comunali è destinata alle spese correnti, ovvero all’acquisto di beni e servizi (55,3%) e al personale (25,7%), con un picco nei comuni della Sicilia, dove si registra la maggiore incidenza delle spese per il personale (34,5%), a fronte di una media nazionale del 22,8%. Risultato opposto invece nei Comuni del Lazio, dove si ha l’incidenza minore per le quanto riguarda le sole spese del personale (20,4%), mentre – invece – si registra l’incidenza più alta delle spese per acquisto di beni e servizi, con la cifra record del 65,3%. E, proprio relativamente alle spese per acquisto di beni e servizi, l’incidenza minima si registra invece nei Comuni del Trentino-Alto Adige, con un valore minimo del 38,5%. Complessivamente, la spesa corrente pro capite è pari a 910 euro a livello nazionale, mentre a livello regionale presenta il valore più elevato nei comuni della Valle d’Aosta (1.848 euro) e quello più basso invece in quelli della Veneto (657 euro). Inoltre, la maggiore incidenza delle spese correnti si ha in Sardegna (5,5%), mentre il valore più basso si registra in Veneto (2,1%).

Il grado di dipendenza erariale più elevato si registra in Calabria (19%) , mentre il più basso nel Friuli-Venezia Giulia (0,9%).

L’analisi dell’ISTAT, include tra l’altro il grado di autonomia impositiva, che esprime la percentuale di entrate tributarie in rapporto alle entrate correnti, ed il grado di autonomia finanziaria, che invece misura l’incidenza delle entrate proprie (tributarie ed extra-tributarie) sulle entrate correnti. Si scopre così che le amministrazioni comunali italiane mostrano complessivamente un grado di autonomia impositiva pari in media al 63,3%. Tale indicatore risulta essere più elevato nei comuni di Puglia (76,0%) e Umbria (72,5%) mentre il valore minimo è raggiunto in quelli del Trentino-Alto Adige (31,2%). Invece, per quanto riguarda il grado di autonomia finanziaria, esso è pari all’85,3% a livello nazionale (+1,3 punti percentuali), ma varia da un valore minimo del 54,5% nelle amministrazioni del Friuli-Venezia Giulia, ad un massimo nei comuni del Piemonte e della Toscana (in entrambi i casi 92,9). Nei comuni della Valle d’Aosta si registra la spesa pro capite più elevata (1.848 euro), mentre in quelli del Veneto il valore più basso (657 euro).

Tutto ciò si traduce nell’indicatore di «dipendenza erariale», che misura l’incidenza dei contributi e dei trasferimenti statali sulle entrate correnti degli enti comunali. Così, se la media nazionale risulta pari al 4,7% nel 2015 (era il 5,5% nel 2014), i comuni del Lazio registrano la percentuale più elevata (10,1%) mentre il valore minimo si registra in Valle d’Aosta (0,5%). Dopo il Lazio, al secondo posto si trova la Calabria, dove tale indicatore è aumentato negli ultimi anni, passando dal 7,9% del 2014 al 9,2% del 2015. 

Nei Comuni calabresi si registra un’incidenza delle spese del personale superiore alla media nazionale, a fronte di un’autonomia impositiva e finanziaria inferiore alla media nazionale.

Anche per quanto riguarda i bilanci delle amministrazioni provinciali e dalle città metropolitane, le spese complessive impegnate sono pari a 10.281 milioni di euro (+7,1%), solo in parte coperte dai 9.906 milioni di euro di entrate (+8,9%). In questo caso, le spese correnti rappresentano il 75,7% del totale, pari allo 0,5% del Pil. Tra le voci di spesa, aumentano quelle in conto capitale (22,6%) mentre diminuiscono i rimborso di prestiti (-25,0%). Diminuzioni anche per le spese per il personale (-8,2%), seguite da quelle per l’acquisto di beni e servizi (-5,1%) e da quelle per gli interessi passivi (28,6%).

Tra le regioni d’Italia con le performance peggiori vi è la Calabria, dove le entrate dei Comuni hanno un valore del 6,1% a fronte di una media nazionale del 3,8%, mentre le uscite sono 5,1% a fronte di una media nazionale del 3,4%. Stesso discorso anche per le amministrazioni provinciali, che hanno fatto registrare un valore sia per le entrate che per le spese superiore alla media nazionale (rispettivamente 0,9% contro 0,5% e 0,8% contro 0,5%). In totale, il grado di autonomia impositiva della Calabria è inferiore alla media nazionale, mentre il grado di autonomia finanziaria risulta superiore alla media nazionale, segno che le entrate ex-tributarie hanno un peso notevole rispetto al totale delle entrate correnti. Anche l’incidenza delle spese del personale ed il grado di rigidità strutturale (che misura le spese di personale ed rimborso prestiti in rapporto alle entrate correnti) è superiore alla media nazionale, come pure il grado di dipendenza erariale, segno che la somma di contributi e di trasferimenti statali è maggiore delle entrate correnti.

 

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