SVIMEZ, «Mezzogiorno fuori dalla recessione». Ma la ripresa è ancora insufficiente

Lo SVIMEZ pubblica il rapporto 2017 sull’economia del Mezzogiorno. Impietoso il giudizio sullo stato dell’economia regioni del Sud, chiamate a confrontarsi con una sfida demografica che avrà ricadute anche sulla tenuta del sistema di sicurezza sociale. Aumenta il numero di occupati, sebbene aumenti l’incidenza di chi lavora fuori dalla circoscrizione di residenza.

di Matteo Olivieri

«Il Sud non è più un’area giovane né tanto meno il serbatoio della demografia del resto del paese. Le famiglie fanno sempre meno figli e i giovani se ne vanno; la popolazione invecchia e si riduce». Il giudizio dello SVIMEZ – contenuto nel consueto rapporto annuale sull’economia del Mezzogiorno, presentato oggi a Roma – non poteva essere più netto e impietoso. Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, la popolazione attiva si sta riducendo a ritmi allarmanti e su di essa (relativamente sempre meno giovane) grava un onere per la sicurezza sociale «enorme e crescente», che finisce per sottrarre «inevitabilmente» risorse per investimenti produttivi in grado di migliorare la produttività e la competitività del sistema economico.»

rapporto 2016 copertina
“Il mezzogiorno resta agganciato alla ripresa economica dell’Italia anche nel 2017 e nel 2018. La resilienza alla crisi non e’ stata omogenea, tra regioni e tra settori.”

Il ritmo dello sviluppo delle regioni del Mezzogiorno, come pure quello dell’Italia, resta ancora «distante dalla media europea» (secondo il FMI, nel 2017 +2,3% nell’UE e +2,1% nell’Eurozona), e «non è ancora sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività e bassa competitività, creando sostanzialmente ridotta accumulazione e minore benessere». In questo quadro drammatico i segnali di ripresa vanno analizzati con attenzione. Secondo lo SVIMEZ, infatti, «il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese». Tuttavia – si legge nel rapporto – «la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali», nonostante che anche le previsioni per il 2017 e il 2018 confermino che «il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord.»

I miglioramenti che ci sono stati nel 2016 nel mercato del lavoro hanno interessato quasi tutte le regioni del Mezzogiorno, ad eccezione della Sardegna che ha fatto registrare un calo degli occupati e, in misura più contenuta, in Sicilia. I livelli occupazionali rimangono però ovunque «distanti da prima della crisi», con punte negative in Calabria (-10,5% di occupati), Sicilia (-8,6%), Sardegna e Puglia (-6,6%), Molise (-6,3%), Abruzzo (-5%). Le uniche due regioni che fanno registrare valori «vicini a quelli del 2008» sono la Campania (-2,1%) e la Basilicata (-0,8%). Buona parte di chi trova lavoro, però, lo trova in un luogo diverso da quello di residenza. Infatti, l’incidenza di chi lavora fuori dalla circoscrizione di residenza sul totale degli occupati è molto diversa tra le regioni del Mezzogiorno. Il valore più elevato si ha in Abruzzo (4,8%), seguito da Campania e Calabria con il 3,2%, e poi dal Molise (3,1%), dalla Sicilia (2,5%) e dalla Basilicata con il 2,4%, mentre è più contenuto in Puglia (1,4%) e, soprattutto, in Sardegna (0,8%).

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Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35%, inferiore alla media UE). In Calabria, il tasso di occupazione corretto cala dal 34,9% del 2015 al 34,6% del 2016.

In totale, il numero di occupati residenti nel Mezzogiorno che nel 2016 hanno trovato un posto di lavoro nelle regioni centro-settentrionali o all’estero è aumentato di circa 25 mila unità, cifra pari al +19,1% rispetto all’anno precedente. Secondo la SVIMEZ, questo «consistente» aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno che nel 2016 è risulta di circa 101 mila unità. Nel complesso, l’aumento del PIL meridionale mostra i «primi segni di solidità», soprattutto grazie al recupero del settore manifatturiero (+2,2%), alla ripresa del comparto dell’edilizia (+0,5%) e dei servizi (+0,8%), soprattutto nel turismo, quest’ultimo collegato alle «crisi geopolitiche dell’area del Mediterraneo che hanno dirottato parte dei flussi verso il Mezzogiorno».

Giudizio negativo anche per quanto riguarda lo stato delle infrastrutture, ambito in cui – secondo lo SVIMEZ – «crescono i ritardi del Sud». Infatti, secondo gli esperti, «le scelte di politica infrastrutturale hanno comportato una dotazione complessivamente più modesta e di minore qualità nel Mezzogiorno». Il divario infrastrutturale del Mezzogiorno rispetto continua ad aumentare sia nei confronti dell’UE che dell’Italia, e ciò, secondo la SVIMEZ, è da addebitare al fatto che «da troppo tempo al Sud si investe meno e più lentamente e con scelte qualitative maggiormente orientate prevalentemente a garantire un servizio di base con limitati miglioramenti quantitativi e tecnologici».

«Se si guarda al Piano Infrastrutture Speciali (PIS) 2016 – dice lo Svimez – si nota che la ripartizione territoriale delle risorse pubbliche è molto sperequata, in quanto il 68,2% si distribuisce al Centro-Nord e il 31,1% nel Mezzogiorno.»

L’Alta Velocità ferroviaria è indicato come «un esempio evidente», visto che «su 1.350 chilometri di rete in esercizio, ben l’86,7% è localizzato nel Centro Nord (1170 km) mentre appena il 13,3% (180 km) nel Sud». Ma anche nel campo degli investimenti privati le cose non vanno meglio: infatti, perfino le esportazioni agroalimentari – seppur presentando saldi positivi – delineano un quadro tutt’altro che positivo. «Nel 2016 – si legge nel rapporto – le esportazioni meridionali di prodotti agroalimentari sono state pari solo al 17,8% delle esportazioni agroalimentari italiane». Questo aspetto viene indicato come «uno dei segni più evidenti della debolezza del sistema produttivo meridionale», la cui capacità di esportazioni trova dei limiti nelle «caratteristiche strutturali delle imprese», ma anche negli «aspetti logistici e nella capacità organizzativa e associativa». Per questo motivo, «al di là delle punte di eccellenza e di una parte di agricoltura professionale che innova e che è in grado di competere sui mercati internazionali, l’agricoltura meridionale presenta, dunque, i problemi di sempre».

Per quanto riguarda infine il settore del credito nel Mezzogiorno, le elaborazioni SVIMEZ sui dati della Banca d’Italia segnalano che nel 2016 i prestiti (278.501 milioni di euro) sono stati «seppur di poco» inferiori ai depositi (283.275 milioni di euro), mentre al Centro-Nord i prestiti (1.610.879 milioni di euro) sono stati «di gran lunga» superiori ai depositi (959.485 milioni di euro). Il fenomeno ha riguardato «la maggior parte» delle regioni meridionali, ma soprattutto in Campania, dove i prestiti sono stati 77.478 milioni di euro a fronte di ben 85.913 milioni di depositi, e la Calabria, dove si sono registrati più depositi (24.226 milioni) che prestiti (20.024 milioni). Stessa dinamica, seppure con cifre «molto più contenute», in Basilicata (9.997 milioni di depositi contro 6.823 milioni di prestiti), in Molise (5.571 milioni i depositi, 3.616 milioni i prestiti) e in Puglia, dove i depositi sono stati 56.649 milioni contro 55.400 milioni di prestiti. Invece, sostanzialmente in pareggio il Abruzzo la situazione tra prestiti (24.406 milioni) e depositi (24.556 milioni), mentre Sicilia e Sardegna, sono le uniche eccezioni, visto che – diversamente dalle altre regioni meridionali – i prestiti superano i depositi. In particolare, in Sicilia i prestiti nel 2016 sono stati pari a 64.071 milioni, contro 55.531 milioni di depositi, mentre in Sardegna i prestiti sono stati 26.683 milioni contro 20.832 milioni di depositi.

 

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