L’Epifania, tutti i calabresi porta via!

I social network colgono l’attimo in cui migliaia di calabresi lasciano la propria terra al termine delle festività natalizie. Abbiamo provato a riflettere sul fenomeno dello «spopolamento demografico» in atto in Calabria e abbiamo scoperto che “spopolamento” non sempre è sinonimo di ”isolamento”. Avere chiara in mente questa distinzione consentirebbe di evitare numerose scelte politiche sbagliate.

di Matteo Olivieri

L’autore della foto che sta facendo il giro del web è Raffaele Falcone, che sulla sua pagina social scrive: “Oggi l’autostazione di Cosenza è nel caos, non per il giorno di festa, ma a causa della folla umana di ragazzi che devono lasciare la propria terra e le proprie famiglie per lavorare al nord. Come i nostri nonni, siamo costretti all’esodo, per sfuggire dalla nostra tanto amata terra, come un copione che ciclicamente si rabbercia e stiracchia.”

Hanno sollevato un moto di indignazione popolare le immagini, più eloquenti di mille parole, riguardanti la ri-partenza di migliaia di persone dalle stazioni dei pullman di Cosenza e di altre città calabresi il giorno dell’Epifania, diretti chissà verso quale destinazione in Italia e nel mondo. Stesso discorso all’aeroporto di Lamezia Terme, dove si sono registrate code altrettanto lunghe. La notizia di per sé non ci sorprende: ogni anno, infatti, i rapporti SVIMEZ ci informano del calo demografico in atto nella nostra regione: nel 2000 eravamo  2,01 milioni di persone, dopo 15 anni eravamo scesi a 1,970 milioni e, nell’ultima rilevazione, poco più di 1,965 milioni. In media, la Calabria perde non meno di 5.000 abitanti ogni anno. E’ come se ogni anno un paese della Calabria scompaia per sempre dalle carte geografiche.

La tendenza allo spopolamento riguarda soprattutto le “aree interne”, dove la popolazione vive sparsa sul territorio, e dove si ha la prevalenza di comuni con meno di 5 mila abitanti (il 74% del totale, su 409 comuni calabresi), spesso localizzati in aree particolarmente disagiate e di difficile accesso. Ma il fenomeno dello spopolamento è trasversale e riguarda in generale tutta la Calabria. Per esempio, in provincia di Cosenza, il comune silano di Bocchigliero al censimento del 1991 aveva fatto registrare 3.026 abitanti, diventati poi appena 1.479 in quello del 2011 (-25,56%). Stesso discorso a Luzzi, comune agricolo nella valle del Crati, dove gli abitanti nel 1991 erano 11.024 e nel 2011 appena 9.568 (-6,60%), o anche nella città capoluogo Cosenza, dove il decremento della popolazione nei 20 anni è stato del -9,91%, ovverosia si è passati da una popolazione di 86.664 ad una di 69.484 abitanti.

In base alle previsioni demografiche dell’Istat, contenute nel Piano Regionale dei Trasporti della Regione Calabria, la popolazione residente passerà da 1.958.238 abitanti del 2013 a 1.799.702 del 2033 (-8,09%).

E, anche se i demografi da tempo ci parlano di spopolamento in atto nella nostra regione, finora nessuno si è posto seriamente il problema di come affrontarlo a partire dalla corretta individuazione delle cause. Per esempio, mentre il demografo calabrese Giuseppe De Bartolo (citato nel Piano Regionale dei Trasporti del 2016), già nel 2010 lanciava l’allarme sul fatto che «lo spopolamento rappresenta, spesso, l’inizio di una fase involutiva della popolazione, che può comportare una progressiva e veloce alterazione della struttura demografica e che potrebbe addirittura sfociare in una eventuale scomparsa dei comuni interessati», il documento “La Strategia per le Aree Interne – Politica di Coesione 2014-2020” (intorno a cui si articola il PSR-Piano di Sviluppo Rurale 2014/20 della Regione Calabria) prevede di arginare il problema attraverso l’impiego generico di «misure come sgravi fiscali, incentivi per favorire l’insediamento di nuova popolazione e il recupero del patrimonio abitativo, dei terreni e delle case rurali non utilizzati; patti di collaborazione tra le istituzioni e la cittadinanza attiva per il recupero, la manutenzione e la gestione di beni comuni». Come dire: la popolazione va via? Allora invogliamo altre persone ad abitare i nostri territori! Nessuna analisi invece viene fatta a proposito delle cause latenti del fenomeno, che spaziano dalla carenza di opportunità lavorative all’emigrazione sanitaria, agli indici di qualità della vita (inclusa l’educazione scolastica) e alla totale assenza dello Stato in una parte del territorio.

Non sempre “spopolamento” fa rima con “isolamento”, e quindi con marginalizzazione. Anzi, può capitare che in alcune aree isolate la popolazione cresca più che altrove. E’ il caso di Riace che nel 2015 contava 2.155 abitanti, mentre 1.793 nel 2011 e 1.694 nel 1991.

Quello che si contesta all’attuale amministrazione regionale è l’aver confuso colpevolmente lo “spopolamento” con l’”isolamento”, quasi che i due termini fossero sinonimi. E invece non lo sono, tanto è vero che in alcuni comuni calabresi classificati come “periferici”, lo spopolamento risulta inferiore rispetto a comuni non periferici”. Segno che, forse, la lontananza dal “centro” non è l’unica variabile decisionale da prendere in considerazione quando si devono impostare politiche pubbliche. E’ il caso, per esempio, di Montebello Ionico (RC) dove la popolazione è diminuita del -3,17% nei due censimenti del 1991 e 2011, o Monasterace (RC), dove il calo è stato “solo” del -2,14%. Addirittura, può capitare che in alcune aree isolate la popolazione cresca più che altrove. E’ il caso di Riace che – pur essendo classificato come «periferico» – nel 2015 contava 2.155 abitanti, in crescita rispetto ai 1.793 del 2011 ed ai 1.694 del 1991.

Così, da un lato si continuano ad investire milioni di euro in opere faraoniche che non lasciano nulla sul territorio, come i 530 milioni di euro recentemente annunciati per la realizzazione della nuova ferrovia jonica, o gli investimenti nella “grande portualità” (come l’ormai famoso “bacino di carenaggio” del Porto di Gioia Tauro, dal costo preventivato di 75 milioni di euro), mentre dall’altro lato continua il flusso inarrestabile di persone in cerca di opportunità lavorative, spesso specialistiche. E, nel prossimo futuro, gli studi di settore ci dicono che il fenomeno non accennerà a diminuire. Secondo l’Istat, infatti, nella provincia di Cosenza la tendenza allo spopolamento avrà una variazione negativa del -2,28% nel breve e medio termine, e del -10.07% entro il 2033. Stesso discorso per le altre province calabresi mentre, per l’intera Calabria, il calo atteso nel ventennio 2013-2033 sarà del -8,09%.

Nel recente incontro SVIMEZ di dicembre 2017 all’Università Magna Graecia di Catanzaro, il Governatore Oliverio ha dichiarato che «dal 2011 al 2014 hanno abbandonato la nostra terra 190 mila persone. Ma oggi ci sono segni di una ripresa e di un’inversione di tendenza, i segni di una fuoriuscita dalla crisi». Ma i dati SVIMEZ – ancora una volta – lo smentiscono.

Quindi che fare? Alla politica chiediamo analisi convincenti e risposte immediate e non più procrastinabili. Soprattutto, chiediamo alla politica di raccontare la Calabria che c’è, è non quella che ci piacerebbe ci fosse. Il fenomeno dell’emigrazione è certamente antico nella nostra terra, ma la drammaticità delle immagini dell’Epifania si è materializzata forse per la prima volta davanti ai nostri occhi, anche a causa del noto sequestro giudiziario della galleria ferroviaria di Paola, stazione da cui tradizionalmente si parte verso il Nord. Migliaia di persone hanno dovuto infatti trovare un mezzo di trasporto alternativo e quindi, per la prima volta, il fenomeno si è percepito nella sua gravità, a causa di quella variopinta umanità concentrata nel cuore della città capoluogo, invece che essere diluita – come accade di solito – nelle tante stazioni ferroviarie e di autobus disseminate lungo la Calabria.

Il problema dello spopolamento della Calabria, è ancora lontano dall’essere aggredito e risolto. La regione Calabria, infatti, aderendo alla Strategia Nazionale per le Aree Interne, ha deciso di concentrare gli interventi negli ambiti territoriali caratterizzati da comuni classificati come “periferici” e “ultra-periferici”, quelli cioè che mostrano un trend consolidato di spopolamento uguale e/o superiore al 10% nel corso degli ultimi 30 anni. Dunque, gli interventi saranno concentrati solo su una parte dei comuni «periferici» e «ultra-periferici». Un’altra parte della Calabria, invece, è destinata ad essere abbandonata a se stessa, e non sarà neppure lontanamente sfiorata dai fondi comunitari del PSR specifici per le aree interne, che continuano ad ammontare alla cifra considerevole di 1 Miliardo di Euro, nonostante il recente taglio delle risorse (pari al 3%) voluto dalla Commissione europea e confermato dal Consiglio Regionale Calabrese nell’ultima seduta prima di Natale.

 

 

 

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3 commenti

  1. Matteo le tue analisi sono chirurgiche e stimolanti, non posso fare a meno di rispondere aid alcuni degli stimoli che arrivano. Copio e incollo 3 dichiarazioni del tuo intervento a ciascuna delle quali segue una mia riflessione.
    1. In media, la Calabria perde non meno di 5.000 abitanti ogni anno. E’ come se ogni anno un paese della Calabria scompaia per sempre dalle carte geografiche.

    Non vedrei il fenomeno solo attraverso i numeri per non rischiare di cadere nella vecchia questione dell’emigrazione di massa. Piuttosto, analizzo il dato come il risultato di un progressivo ritorno e ripartenza di diverse generazioni; oltre a quelle classiche dei giovani universitari e dei parenti da lontano, c’è un flusso minore ma in fermento di quelli che hanno acquistato casa in un borgo e periodicamente ci trascorrono le ferie e quelli che pensano di tornare e nel pensarlo vanno e vengono frequentemente, magari nell’impegno di intraprendere un progetto di lungo corso nella propria terra. Le azioni di sviluppo locale sono spesso cose minime di persone comuni e che nel loro essere comuni aggrediscono l’immobilismo con consapevolezza, sofferenza, poesia e arte. Questo piccolo formicaio attualmente riguarda la Calabria con coraggio e ostinazione. In quell’esodo, in quella perdita dettata dai numeri in fondo vedo nuovi orizzonti, nuove crepe, nuove montagne di uomini.

    2. Soprattutto, chiediamo alla politica di raccontare la Calabria che c’è, è non quella che ci piacerebbe ci fosse.

    Anche in questa dichiarazione c’è una piacevole contraddizione. E suggerisce un’altra domanda: E se volessimo avere l’ambizione salvifica di sognare e di operare per una Calabria che ci piace? Preferisco raccontare la Calabra che mi piace senza nascondere le sue ombre, i suoi misteri, la sua non curanza. Voglio farne tesoro e viverne i tagli, le macerie, le terre arate, i paesi dove il sindaco è il vento e dove il sole e le nuvole sono il parlamento.

    3. La regione Calabria, aderendo alla Strategia Nazionale per le Aree Interne, ha deciso di concentrare gli interventi negli ambiti territoriali caratterizzati da comuni classificati come “periferici” e “ultra-periferici”, quelli cioè che mostrano un trend consolidato di spopolamento uguale e/o superiore al 10% nel corso degli ultimi 30 anni.

    Sarà un’opportunità in un paese che cerca di essere democratico per spartire imbrogli e manifestazioni, ma saperci vivere in fin dei conti è quello che ci tocca fare e senza sconti. Altrimenti, è meglio andarsene.

    1. Grazie mille per il tuo commento sul sito, Stefania!
      Sul punto 2 credo che stiamo affermando lo stesso concetto, sia pure in forme diverse. Mi riferisco al tuo “Preferisco raccontare la Calabria che mi piace senza nascondere le sue ombre”, che replica il concetto da me espresso di elaborare una strategia convincente a partire dalla realtà che ci circonda, senza nasconderla o senza vergognarcene. A volte può infatti capitare che si sognino mondi fantastici che non hanno alcun fondamento o connessione con il reale. Purtroppo, nel nome di valori ideologici (quali “progresso”, “modernità”, “futuro”) si sono giustificati anche di recente alcuni dei peggiori scempi ambientali e paesaggistici perpetrati nella nostra regione/nazione. Sognare per me va bene, ma come superamento delle contraddizioni che osserviamo intorno a noi, e non come sogno fine a se stesso. Infatti, l’imporre agli altri i propri sogni, se questi non sono basati su un solido dato reale, sarebbe un pericoloso esercizio ai limiti della democrazia.
      Sempre disponibile a continuare il confronto.
      MO

      1. Matteo infatti ho espresso gli stimoli alla riflessione e per sogno, intendiamoci, intendo la capacità di avere ambizioni che possano andare oltre l’immagine, seppur reale, di una terra che produce numeri statistici sconfortanti. Il mio invito è quello di nutrire sogni ed operare partendo da noi stessi, da quello che noi che abbiamo deciso di tornare e di restare possiamo fare per apportare energie positive alla Calabria. E tuttavia, nonostante i numeri, tanti piccoli sogni stanno già tracciando una nuova fisionomia o un destino diverso della Calabria.

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