Gli investimenti creano sempre sviluppo?

L’inaugurazione del Ponte di Calatrava a Cosenza ha sollevato un vivace dibattito sull’utilità delle opere pubbliche. Da un lato, vi è chi rivendica il ruolo degli investimenti pubblici per valorizzare e rilanciare l’economia locale, dall’altro chi ne contesta l’utilità. Peopleconomy propone una riflessione dell’economista Matteo Olivieri sul ruolo degli investimenti nella teoria economica.

di Matteo Olivieri 

Generalmente si pensa che la carenza di investimenti sia il principale problema dei paesi poco sviluppati. Spesso, invece, è vero il contrario. Può capitare infatti che il livello di investimenti in questi paesi sia addirittura superiore a quello delle economie avanzate. E’ il caso di numerosi paesi asiatici, che nelle statistiche internazionali sono ancora considerati tra le “economie in via di sviluppo”, ma che contano pure un livello infrastrutturale tra i più alti al mondo. Così, l’arretratezza economica dei paesi poco sviluppati non è spesso da attribuire alla mancanza di investimenti, bensì alla cattiva allocazione delle risorse investite. Da un punto di vista tecnico non mancano di certo gli investimenti, ma questi sono incapaci di generare reddito e risparmio, e anzi producono perdite e continue spese a carico del bilancio pubblico. Nella letteratura anglosassone esiste un nome per definire questa situazione: white elephants, ovvero “elefanti bianchi”. Il nome pare derivare dall’usanza dei re della Birmania di dare in dono un raro esemplare di elefante bianco ai cortigiani infedeli. In questo modo, il cortigiano infedele sarebbe andato in rovina per far fronte all’obbligo reale di accudirlo. Per estensione, nel gergo economico un “elefante bianco” indica un investimento che produce una perdita economica e sociale sulle spalle dei contribuenti.

In economia l’appellativo “white elephant” serve ad indicare i beni lussuosi o i progetti imponenti, i cui costi di realizzazione e di gestione siano eccessivi e non compensati dai benefici che da essi derivano.

Come si riconosce un “elefante bianco”? Alcuni indizi sono utili ad identificarlo. Per esempio, il fatto che alla spesa per gli investimenti non consegua una corrispondente crescita del prodotto. Un altro indizio è che il costo dell’investimento non si esaurisce con la sua realizzazione ma si estende ai costi di gestione/manutenzione, che alla lunga possono essere addirittura superiori ai primi. Inoltre, l'”elefante bianco” è caratterizzato da un ritorno negativo sul capitale investito. In pratica si tratta di investimenti improduttivi, spesso sproporzionati rispetto alle capacità di reddito di chi li deve gestire, e che pertanto drenano risorse da altri settori, e quindi causano povertà e perdite. 

Gli economisti sanno ben distinguere gli investimenti produttivi da quelli improduttivi, ma non è sempre stato così. Infatti, agli albori della moderna teoria economica, gli economisti “fisiocrati” e quelli della “scuola classica” (Adam Smith, David Ricardo, J. S. Mill, ecc.) ritenevano che un qualunque investimento comportasse un aumento del reddito e della ricchezza sociale. Per loro, ogni investimento è causa di sviluppo economico. Al massimo, si spingevano a classificare il diverso grado di produttività degli investimenti, come nel caso dei fisiocrati, secondo cui solo gli investimenti in agricoltura avrebbero assicurato il maggior valore aggiunto, e quindi la maggiore ricchezza. Alla base di questa convinzione vi era l’assunto secondo il quale l’investimento  crea il proprio risparmio, ovvero è l’offerta che crea la propria domanda. Questa dottrina era conosciuta come “economia dal lato dell’offerta”, e continua a sopravvivere ancora oggi, nonostante la critica alla radice fatta da illustri personaggi come Marx e Keynes.

Nel pantheon degli economisti classici rientrano figure carismatiche come Thomas Malthus, Adam Smith e David Ricardo.

Gli economisti classici ipotizzavano che, se tutto il reddito nazionale si ripartisce tra lavoro, profitti e rendite, l’aumento degli investimenti in un dato settore economico avrebbe determinato “cosa” gli individui consumano e “quanto” ne consumano, semplicemente perché investire in un settore economico avrebbe limitato le possibilità di investimento in altri settori. Così, se un governo avesse deciso di investire tutte le sue risorse nell’agricoltura, non ci sarebbero state altre risorse disponibili per l’industria oppure per i servizi, e quindi l’ammontare di investimenti avrebbe determinato automaticamente sia il livello e la tipologia dell’occupazione, sia il reddito e la quantità di moneta in tutta l’economia. Conseguentemente, gli economisti classici ritenevano che il mercato fosse sempre in grado di raggiungere la condizione di equilibrio tra la domanda e l’offerta, e che la mano pubblica svolgesse un ruolo fondamentale di promozione dello sviluppo economico. Infatti, la spinta al pieno impiego delle risorse avrebbe consentito di occupare il maggior numero possibile di lavoratori, compatibilmente con il livello di redditi e salari in un dato ramo dell’economia. Visto poi, che per gli economisti classici l’investimento ed il risparmio sono per definizione sempre in equilibrio (a meno di “frizioni” temporanee), essi ritenevano che tutto ciò che viene prodotto deve essere necessariamente consumato.

Per gli economisti classici esiste solo “disoccupazione volontaria”, cioè persone che decidono di non lavorare, sulla base di motivazioni personali o calcoli di efficienza. Altrimenti, il sistema economico raggiunge sempre l’equilibrio di piena occupazione.

Sia Marx che John Maynard Keynes criticarono pesantemente gli assunti dell’«economia classica» sulla base dell’intuizione che non tutti i profitti ritornano ai lavoratori sotto forma di salari, e quindi non tutto ciò che viene prodotto viene consumato. Pur nella differenza di argomentazioni, Marx e Keynes concordavano su un punto: se per una qualche ragione, gli utili d’impresa non si trasformano in salari per i lavoratori, allora vuol dire che una parte delle risorse prodotte dal sistema economico vengono incamerate da qualcuno (capitalisti) e tolte permanentemente alla circolazione monetaria (tesaurizzate), con conseguenze negative sul livello dell’occupazione, che smetterebbe di crescere, lasciando così per strada numerosi lavoratori disoccupati. A tal riguardo, Marx coniò il termine «esercito industriale di riserva», mentre Keynes  parlò di «disoccupazione involontaria», cioè di persone, che pur essendo disposte a lavorare, non trovano alcuna occupazione, perché il sistema economico lavora in una condizione permanente di sottoutilizzazione di alcune tipologie di fattori produttivi disponibili. Semplicemente, il sistema economico cresce in maniera ineguale, poiché – facendo a meno dell’apporto di alcuni -genera di fatto diseguaglianze sociali.

Per Keynes, questa circostanza rappresenta una “patologia” dei sistemi economici. Infatti, ciò vuol dire che esistono persone che rischiano di rimanere disoccupate per sempre, per il fatto che i fondi teoricamente in grado di occuparli con un lavoro, vengono invece spesi per attività i cui benefici sociali sono limitati, ed i cui costi superano i ricavi. In questa situazione, alcuni fattori produttivi rimangono permanentemente inoccupati, e pertanto l’economia nel suo complesso non è in grado di raggiungere il suo pieno potenziale produttivo. A ben vedere, è questa circostanza a determinare la reale non produttività dell’economia, e si verifica ogni qual volta si usino risorse pubbliche per realizzare opere che non moltiplicano affatto il rendimento umano (anzi, addirittura ne vanificano i sacrifici fatti in passato), mentre le stesse risorse si sarebbero potute spendere in impieghi alternativi in grado di generare nuovo reddito. Così, a titolo di esempio, le risorse assorbite dalla costruzione di una Piramide venivano di fatto sottratte ad impieghi più remunerativi, come per esempio la costruzione di canali per regolare le piene del Nilo. A ben vedere, in entrambi i casi si tratta di opere che creano lavoro, ma mentre la costruzione di una Piramide necessita di un numero finito di lavoratori e non produce – di per sé – reddito, la costruzione di canali avvantaggia molte più persone perché moltiplica il rendimento dell’opera dell’uomo, e quindi produce reddito aggiuntivo in altri settori umani, senza far gravare le spese per il mantenimento dell’opera sul bilancio pubblico.

«Rimane ancora da capire chi si farà carico degli enormi costi annui di gestione e di manutenzione del ponte» (Photo credit: Luigi Fava)

Nel caso del Ponte di Calatrava, rimane ancora da capire chi si farà carico degli enormi costi annui di gestione e di manutenzione del ponte, e da quale capitolo di spesa del bilancio pubblico verranno reperite le somme necessarie per illuminare oppure per ispezionare e manutenere con regolarità il ponte, soprattutto per quanto riguarda i cavi e gli ancoraggi, che sono le maggiori cause di degrado dei c.d. “ponti strallati”. Alla domanda “gli investimenti creano sempre sviluppo?”, la risposta da dare è una sola: no! Alcuni investimenti (improduttivi) rappresentano infatti una mera redistribuzione di risorse da una persona all’altra senza che si generi nuova ricchezza, mentre altri investimenti (produttivi), moltiplicano le possibilità di reddito aumentando il ventaglio dei fattori produttivi disponibili e la capacità produttiva. Perché possano creare sviluppo, e quindi essere produttivi, gli investimenti devono essere loro stessi occasione di risparmio, altrimenti sarà necessario sottrarre costantemente ulteriori risorse dal bilancio pubblico per tenerle in vita. E, alla lunga, queste spese limiteranno il potenziale di crescita di un territorio, e si riveleranno quindi insostenibili!

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