Quando si pensò di usare il protezionismo per sconfiggere la Grande Depressione

Una nuova ondata di protezionismo sembra incombere sui consumatori di tutto il mondo. Di fatto, è la prima reale minaccia ai processi di globalizzazione nell’era di internet. Ma la storia ci insegna che provvedimenti simili furono introdotti per arginare la Grande Depressione. Con risultati disastrosi.

di Matteo Olivieri

Il presidente Donald Trump firma un ordine esecutivo.

Il Presidente Trump ne ha fatto un cavallo di battaglia della propria campagna elettorale, “rendere l’America grande di nuovo”. Ma alla base della nuova politica economica statunitense c’è un mix di protezionismo, barriere commerciali e accordi bilaterali con nazioni amiche, che rischia di riportare indietro le lancette della storia a prima di Adam Smith. Infatti, se c’è un elemento sui cui gli economisti concordano è il fatto che il libero scambio generi benefici per tanto per produttori quanto per consumatori, poiché attraverso la divisione del lavoro si riescono a garantire più alti livelli di produttività e migliori standard di vita. 

Ma si sa, la tentazione del protezionismo ritorna periodicamente, soprattutto in occasione di periodi di crisi economica o di guerre o conflitti. E se è vero che la storia è maestra di vita, c‘è un precedente illustre che ci ricorda quanto questo tipo di politiche sia fallimentare, ovvero lo Smoot-Hawley Act. Si tratta di un provvedimento proposto nel 1930 da due parlamentari statunitensi, il senatore Smoot e il deputato Hawley, entrambi repubblicani, con il quale si propose di aumentare le tariffe sulle derrate alimentari e su altri settori dell’economia, immaginando in questo modo di fare gli interessi degli agricoltori colpiti duramente dalla Grande Depressione. Dalle cronache dell’epoca sappiamo che non si sapeva bene cosa fare per arginare la crisi, e il partito repubblicano era deciso a “fare qualcosa” a tutti i costi a vantaggio dei produttori del settore primario. Pertanto, si decise di innalzare i dazi sui prodotti da importazione, senza aver adeguatamente calcolato le conseguenze.

Il cartello dice “Rendere l’America grande di nuovo”

Nel maggio 1930, 1.028 economisti americani – tra i quali Irving Fisher – firmarono sul New York Times un appello che definiva lo Smoot-Hawley Act “un errore”, chiedendo al Presidente Hoover di esercitare il suo diritto di veto per bloccarlo. L’appello si basava su alcune argomentazioni forti, tra cui il fatto che il protezionismo aumentasse i costi dei beni importati (tra cui materie prime e macchinari), e finisse per ritorcersi sulla competitività delle stesse imprese americane. Infatti, si disse che le misure protezionistiche avrebbero innescato reazioni simili in altre nazioni, che non potendo più esportare facilmente, sarebbero state indotte ad alzare a loro volta barriere commerciali, creando così una situazione peggiore per tutti. Infine, si affermò che l’aumento delle tariffe avrebbe creato situazioni di tensione nei mercati del credito e nei mercati finanziari, con possibili conseguenze sulle banche che finanziavano le imprese.

Disoccupati in fila per un pasto gratis durante la Grande Depressione.

Inizialmente l’appello apparso sul New York Times innescò un intenso dibattito, riuscendo a rallentare l’adozione del provvedimento, ma solo per poco tempo. Nel giugno 1930, infatti, a seguito di un nuovo crollo di Borsa a Wall Street, il Presidente Hoover decise di trasformare il provvedimento in legge, mentre ulteriori crolli di Borsa si registrarono negli 8 mesi seguenti l’introduzione della legge. Il decreto innescò pure una reazione decisa da parte di molti leader dell’epoca, incluso l’economista Irving Fisher, il magnate dell’industria Henry Ford ed il banchiere J.P. Morgan, i quali si dissero convinti che il provvedimento avrebbe trasformato quella che (allora) sembrava una recessione nazionale in una depressione mondiale.

Durante la Grande Depressione la percentuale di importazioni e di esportazioni crollò in rapporto al PIL.

Dal 1930 ad oggi numerosi studi hanno provato a capire quanto lo Smoot-Hawley Act abbia realmente contribuito ad aggravare la severità della Grande Depressione, ma è indubbio che le statistiche nazionali dell’epoca segnalino una netta diminuzione sia delle importazioni sia delle esportazioni in percentuale del Prodotto Interno Lordo (PIL). Secondo recenti studi, lo Smoot-Hawley Act contribuì ad innalzare le tariffe in media del 20 per cento, che si tradusse in un aumento di circa il 5-6 percento delle importazioni. Il risultato fu che, nel tentativo di proteggere la produzione nazionale, si finì per danneggiare le esportazioni e innescare un’ondata di protezionismo su scala globale.

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