I nuovi dati statistici smentiscono il Governo

Dietro i nuovi del PIL diffusi dall’ISTAT si nasconde il peso della pressione fiscale, l’aumento dei prezzi al consumo e dell’indebitamento netto. Mentre la produzione industriale arranca, in molti settori il valore aggiunto è addirittura negativo. Ecco come il Governo ha risanato i conti pubblici, lasciando il peso del debito sulle spalle dei suoi contribuenti.

di Matteo Olivieri

A poche ore dal silenzio elettorale, l’ISTAT diffonde i nuovi dati su Prodotto Interno Lordo (PIL), indebitamento delle Pubbliche Amministrazioni, nonché su occupati e disoccupati. E ci sono alcune sorprese, che ridimensionano la visione rosea divulgata dal Governo in carica, durante queste ultime ore di campagna elettorale. Secondo l’ISTAT, infatti, nel 2017 il PIL ai prezzi di mercato è aumentato dell’1,5%. Tale crescita è stata caratterizzata da un’espansione delle importazioni di beni e servizi pari al 5,3% e da un aumento dei prezzi delle importazioni, che – a loro volta – hanno comportato un «peggioramento nella ragione di scambio con l’estero», nella misura del +3,1% del prezzo delle importazioni di beni e servizi, e del +1,7% di quello delle esportazioni.

La crescita del PIL è confermata ma l’Italia è ancora al di sotto dei livelli del 2011. Peraltro, tale aumento è attribuibile soprattutto alla crescita dei prezzi, e solo in piccola parte ai volumi.

L’aumento del PIL del +1,5% è stato dunque accompagnato da un aumento del «deflatore del Pil» del +0,6% (che indica l’aumento dei prezzi “depurato” dalla crescita PIL), ovverosia la crescita del PIL “reale” è molto inferiore a quanto si vuol far credere, perché lo si deve attribuire principalmente all’aumento dei prezzi interni ed internazionali. Tale aumento, in particolare, si è riscontrato negli investimenti fissi lordi (+0,6%), nelle spesa delle famiglie residenti (+1,2%) e nei consumi interni (+1,2%). In termini di tipologie di consumo, gli aumenti più accentuati hanno riguardato la spesa per comunicazioni (+5,0%), per mobili, elettrodomestici e manutenzione della casa (+2,5%), per alberghi e ristoranti (+3,6%), per istruzione (+3,0%), mentre l’unica componente che segna una diminuzione è la spesa per bevande alcoliche, tabacchi e narcotici (-1,3%). Tutto ciò ha fatto sì che, nel corso del 2017, le entrate totali delle Amministrazioni pubbliche siano aumentate dell’1,6% rispetto all’anno precedente. In particolare, secondo l’ISTAT, «le imposte indirette sono aumentate del 2,3% in virtù, principalmente, della forte crescita dell’IVA». Sono risultate in aumento anche le imposte dirette (+1,2%), guidate dalla crescita dell’Irpef, nonché i contributi sociali (+2,6%) rispetto al 2016.

Tra i settori industriali che stanno trainando la crescita italiana vi sono i “mezzi di trasporto”, mentre “costruzioni”, macchine e attrezzature” e “prodotti della proprietà intellettuale” danno solo timidi segnali di ripresa.

Al contrario, si è registrata una «decisa diminuzione» delle entrate in conto capitale (-29,4%), attribuibile principalmente «al venire meno degli introiti provenienti dall’emersione delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero (voluntary disclosures)». In totale, la pressione fiscale complessiva (costituita da imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi sociali in rapporto al Pil) è risultata pari al 42,4%, in calo di 0,3 punti percentuali rispetto al 2016.

Per quanto riguarda il «saldo primario», che misura il grado di indebitamento al netto della spesa per interessi, esso ha raggiunto un’incidenza sul Pil dell’1,9% (nel 2016 era pari all’1,5%), mentre il «saldo di parte corrente» (che misura il risparmio o disavanzo delle Amministrazioni pubbliche) è stato positivo e pari a 22.187 milioni di euro, a fronte dei 9.076 milioni del 2016. Tuttavia, tale miglioramento è solamente «il risultato di un aumento delle entrate correnti di circa 14,4 miliardi di euro e di un aumento delle uscite correnti di circa 1,3 miliardi».

In agricoltura, silvicoltura e pesca, il valore aggiunto è negativo di circa il -4%, segno che in molti comparti il prezzo di vendita di beni e servii è inferiore al loro costo di produzione.

Sul fronte del mercato del lavoro, nel 2017 sono cresciuti «in misura consistente» i dipendenti a tempo determinato, mentre sono calati i permanenti e gli indipendenti. «Su base annua – si legge nella nota – si conferma l’aumento degli occupati (+0,7%, +156 mila) determinato esclusivamente dalle donne», a fronte di un calo per l’occupazione maschile. Inoltre, spiega l’ISTAT, «la crescita si concentra solo tra i lavoratori a termine (+409 mila) mentre calano gli indipendenti (-191 mila) e i permanenti (-62 mila)». Tra gli occupati, «aumentano soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+335 mila) ma anche i 15-24enni (+106 mila), mentre calano i 25-49enni (-285 mila)».

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