Alcune riflessioni sull’introduzione della flat-tax in Italia

Ormai 40 anni fa partiva dagli Stati Uniti la proposta di introdurre la prima flat-tax. Da allora ad oggi, l’idea di una “tassa piatta” è cresciuta enormemente in popolarità, soprattutto in ambienti liberali e repubblicani, e si è diffusa in tutto il mondo nonostante i risultati spesso discordanti o di dubbia misurazione. Vi spieghiamo tutto ciò che c’è da sapere e perché molti economisti non la ritengono una soluzione adatta per tutte le stagioni.

di Matteo Olivieri

Il tema della flat-tax (o “tassa piatta”) è tornato ad appassionare gli elettori italiani, tanto da essere inserito in molti programmi elettorali nelle elezioni del 4 marzo scorso. Tra i vantaggi che generalmente le vengono attribuiti, vi sono l’aumento del gettito tributario, l’emersione di quella parte dell’economia sommersa maggiormente colpita da alte aliquote fiscali, e la conseguente riduzione dell’evasione fiscale. Nel caso italiano, inoltre, si cita spesso l’ulteriore effetto positivo derivante dal possibile rientro di capitali detenuti all’estero, fenomeno che – nel nostro Paese – ha una lunga tradizione, spiegabile anche con la vicinanza di numerose Nazioni considerate “paradisi fiscali”.

Il tovagliolo del ristorante, su cui Arthur Laffer disegnò il meccanismo di funzionamento della flat-tax è oggi in mostra presso il National Museum of American History di Washington. (Fonte: The New York Times)

Tutti questi elementi sono solo possibili, ma non certi. Infatti, la reale efficacia della flat-tax può essere spiegata solo empiricamente, ovvero a posteriori. Il meccanismo di funzionamento è tuttavia semplice, ed allettante, poiché si basa sul c.d. “effetto Laffer” (dal nome dell’economista americano Arthur Laffer che per primo ne parlò nel 1974, durante un pranzo del partito repubblicano statunitense in un noto ristorante di Washington), secondo cui dalla riduzione delle aliquote fiscali è possibile ottenere un aumento della base imponibile, e quindi un aumento del gettito in rapporto al Prodotto Interno Lordo (Pil).

L’argomento usato da Laffer si basa su una valutazione di principio: oltre una certa aliquota fiscale (la cui quantificazione non è però certa in assoluto) i ricavi dello Stato derivanti dal gettito tributario, invece di aumentare diminuiscono. Esiste dunque una relazione “a campana” tra aliquote fiscali e gettito tributario, tale per cui oltre un determinato livello del prelievo fiscale, l’attività economica invece di progredire, regredisce.  La spiegazione di questo fenomeno è legata al disincentivo a lavorare causato da un’eccessiva imposizione fiscale. In particolare, secondo le parole usate da Arthur Laffer (scritte sull’ormai famoso tovagliolo), “più si tassa un prodotto, meno gettito si ottiene/più lo si incentiva, più si ottiene gettito./[Finora] abbiamo tassato il lavoro, la produzione e il reddito, e abbiamo sovvenzionato il non-lavoro, il tempo libero e la disoccupazione./E le conseguenze sono ovvie!”. 

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Al momento, la flat-tax risulta attiva solo in alcuni paesi dell’Europa centro-orientale, sebbene con risultati differenti e non sempre positivi.

Fin qui, la spiegazione “teorica” del funzionamento della tassa. Ma come fare a capire se – “in concreto” – questa proposta può fare al caso dell’Italia? Negli ultimi mesi sono stati elaborati scenari alternativi da autorevoli fonti indipendenti, che pur trovando ampia risonanza sui principali quotidiani nazionali (un esempio è qui), non hanno sciolto tutti i dubbi in proposito. In particolare, le analisi prodotte non hanno chiarito – al di là di ogni ragionevole dubbio – se la flat-tax possa rappresentare una valida opzione per risanare i conti pubblici e contribuire al rilancio dell’economia italiana. Infatti, la riduzione delle aliquote fiscali si basa sull’assunto (non dimostrato) che il maggior reddito lasciato nelle tasche delle persone “dovrebbe” spingerle a lavorare di più e, quindi, indurre gli investimenti a ripartire e, conseguentemente, pure il risparmio. Ma proprio qui sta il problema: sappiamo infatti dalla teoria keynesiana, che in una situazione di non-piena occupazione della capacità produttiva, gli individui tendono a conservare il denaro sotto forma di liquidità (c.d. preferenza per la liquidità) invece di re-investirlo. Questa situazione è tanto più grave, quanto maggiore è l’incertezza riguardante il futuro, e si riflette in un livello dei tassi di interesse prossimi allo zero. Quindi, tanto più bassi sono i tassi di interesse, e tanto maggiore è l’incertezza riguardante il futuro, tanto più le persone preferiscono detenere moneta liquida invece che reinvestirla nell’economia reale, nel tentativo di contrastare l’ulteriore incertezza futura. Risultato: l’economia entra in uno stato di stagnazione permanente, caratterizzato da bassi tassi di crescita, se non – addirittura – di vera e propria depressione.

La flat-tax si basa sull’idea che dall’abbassamento delle aliquote fiscali possa derivare un maggior incentivo a lavorare. Ma Se manca il lavoro, nessuno potrà decidere di lavorare di più. 

Un ulteriore elemento di dubbio riguardo alla efficacia della flat-tax è dato dalla c.d. intensità lavorativa, ovvero dal numero di ore lavorate in un anno. In particolare, se gli individui lavorano già tutto il giorno, è difficile ipotizzare che dalla riduzione delle aliquote fiscali questi ne ricevano un incentivo a lavorare di più. Oppure, se la struttura produttiva non è sufficientemente elastica da consentire un aumento sufficiente dell’occupazione, gli individui non potranno neppure permettersi di valutare l’ipotesi di lavorare di più. In entrambi i casi, i benefici derivanti dalla introduzione di una flat-tax sarebbero minimali, se non – addirittura – nulli. Tale circostanza è da tenere in seria considerazione soprattutto nel caso italiano, che è tradizionalmente caratterizzato da numerose rigidità nel mercato del lavoro. Questo aspetto trova riscontro nelle recenti rilevazioni ISTAT (Settembre 2017), da cui risulta che «l’andamento della produttività del lavoro (valore aggiunto per ora lavorata) mostra un incremento medio annuo dell’1% nella fase recessiva (2009-2014), una sostanziale stabilità nel 2015 e una flessione dell’1% nel 2016». E, nel secondo trimestre del 2017, il tasso di occupazione destagionalizzato ha raggiunto quota 57,8% (in recupero di «oltre due punti percentuali rispetto al valore minimo del terzo trimestre 2013», quando era a quota 55,4%) ma ancora distante dal massimo registrato nel secondo trimestre del 2008 (quando era del 58,8%).» E ancora, continua l’ISTAT, «nonostante la ripresa, rispetto al primo semestre del 2008 il Pil è ancora del 6,1% al di sotto del livello pre-crisi, le ore del 5,8% e l’occupazione dell’1,3%».

Fra il 2008 e il 2016 si è registrata una caduta delle ore lavorate del 6,6%. A risentirne, soprattutto, la pubblica amministrazione (-7,0%) e in particolare il settore della assicurazione sociale obbligatoria (-10,1%), le costruzioni (-28,5%) e l’industria in senso stretto (- 18%) che, insieme al lavoro indipendente (-9,5%), hanno subito un vero e proprio tracrollo.

Tutto ciò – sempre secondo l’Istat – si traduce nel fatto che «per colmare il gap mancano ancora 1,3 miliardi di ore, e quasi 1,2 milioni di Unità di lavoro a tempo pieno (Ula), mentre in termini di occupati 330 mila unità. La riduzione tendenziale del numero di ore per occupato, fenomeno che in diversa misura riguarda tutta l’Ue28, è legata soprattutto alla crescita del part time (spesso involontario) e di forme di lavoro discontinue, anche se negli ultimi anni si è osservato un recupero delle ore lavorate pro-capite».

In queste circostanze, l’introduzione di una flat-tax non produrrebbe nessuno degli effetti annunciati durante la recente campagna elettorale, per il semplice fatto che se manca il lavoro, nessuno potrà decidere di lavorare di più e, quindi, il rischio di produrre un enorme “buco di bilancio” è molto elevato. Pertanto, in presenza di elevata capacità produttiva inutilizzata, l’introduzione di una flat-tax probabilmente non è la soluzione ottimale per far ripartire l’economia, visto che la disoccupazione in Italia mostra caratteri stabili nel tempo, ed è attribuita ad una bassa produttività del settore statale nonché a persistenti rigidità mercato del lavoro, sulla cui natura forse non si è mai adeguatamente indagato. Pertanto, prima di valutare l’ipotesi di introdurre una “tassa piatta”, sarebbe forse preferibile ritornare a parlare di “riforme” – quelle vere però -, a partire da quelle troppo spesso annunciate – e puntualmente rimaste “sulla carta” -, come per esempio quella della Pubblica Amministrazione e del mercato del lavoro, ma mai effettivamente realizzate.

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