Istat, di nuovo in calo la propensione al risparmio delle famiglie italiane

Nel 2017 la spesa per consumi finali delle famiglie consumatrici cresce più del reddito disponibile, e causa una riduzione della propensione al risparmio. Tornano ad aumentare gli investimenti in abitazioni, che registrano un incremento del 2,4% su base annua, sebbene l’incidenza complessiva degli investimenti fissi lordi delle famiglie rispetto al reddito lordo disponibile resti stabile al 5,9%. Aumentano le imposte – soprattutto IRPEF, redditi da capitale e previdenza complementare – seppure in misura inferiore rispetto all’anno precedente. Ecco come cambia la ricchezza delle famiglie italiane.

di Redazione

L’Istat informa che nel 2017 le famiglie italiane hanno aumentato la spesa per consumi finali (+2,5% in termini nominali) «in misura superiore rispetto all’incremento del reddito disponibile (+1,7%)» e, di conseguenza, è scesa la propensione al risparmio al valore del 7,8%, una diminuzione di 0,7 punti percentuali rispetto al 2016. La crescita dei consumi “depurata” dall’aumento dei prezzi (c.d. deflatore dei consumi privati) si ferma però a circa la metà, ovvero all’1,2%. Pertanto, buona parte dell’aumento dei consumi (+1,3%) è spiegabile con l’aumento dei prezzi. Nello stesso periodo crescono le imposte sul patrimonio (+1,3%) e quelle sul reddito (+1,3%) e le altre imposte correnti (+1,0%), sebbene in misura inferiore rispetto all’anno precedente. Nel 2017, il prelievo fiscale riferito alle imposte sulla produzione e in conto capitale ha inciso così sul reddito disponibile delle famiglie per il 16,2%. 

La propensione al risparmio, cioè il rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile scende nel 2017 al 7,8%, il valore più basso dopo quello del 2012.

In particolare, rispetto all’anno precedente si è ridotta leggermente l’incidenza del prelievo fiscale, scesa al 15,7%, ma – considerando anche l’impatto delle imposte sulla produzione (che includono l’IMU e la TASI) – l’incidenza del prelievo fiscale rimane invariata rispetto al 2016, e pari al 16,1% del reddito disponibile. Se oltre a ciò si aggiunge anche il carico delle imposte in conto capitale corrisposte dalle famiglie consumatrici (che sono ammontate nel 2017 a 1,9 miliardi di euro, «in prevalenza versate per la regolarizzazione delle attività finanziarie e patrimoniali costituite o detenute all’estero», la c.d. voluntary disclousure), l’onere fiscale complessivo risulta essere pari al 16,2% del reddito disponibile, un valore in leggera diminuzione di 0,3 punti percentuali rispetto al 2016. In totale, la crescita del reddito disponibile, ed il conseguente incremento del potere di acquisto delle famiglie dello 0,6%, rappresenta – secondo l’Istat – un «rallentamento rispetto alle tendenze registrate nel biennio precedente». 

Il potere d’acquisto corrisponde al reddito disponibile misurato in termini reali, cioè nella capacità di acquistare nuovi beni.

L’Istat parla in proposito di «drenaggio di risorse», in considerazione del fatto che l’aumento del valore di +0,6% in termini di potere d’acquisto va raffrontato all’aumento del reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici dell’1,7% in valore nominale. La differenza è data appunto dall’aumento dei prezzi dei beni, dei servizi e delle prestazioni sociali e previdenziali. Cattive notizie anche dal confronto tra contributi sociali versati e prestazioni sociali ricevute. In particolare, a fronte di un aumento dei «contributi sociali netti» versati dalle famiglie (+2,5%) e di un aumento di quelli a carico dei datori di lavoro del 2,4%, come pure di quelli a carico dei lavoratori dipendenti del 2,6% e di quelli effettuati dai lavoratori autonomi e dalle persone non occupate del 3,1%, le «prestazioni sociali nette» ricevute dalle famiglie risultano in crescita dell’1,7% rispetto all’anno precedente, Si tratta, quindi, di una crescita in misura percentuale inferiore rispetto a quella dei contributi versati.

L’aumento maggiore ha riguardato le pensioni e rendite (in aumento dell’1,1%); le indennità, riferite in particolare a disoccupazione e maternità, che crescono del 5,1%. Aumentate anche del 2,4% le «misure dirette al sostegno del reddito» e, al loro interno, i sussidi, che segnano una crescita del 3,9%. Al contrario, sono diminuite del 4,3% le c.d. «prestazioni complementari», cioè quelle legate agli assegni familiari e all’integrazione salariale. L’andamento delle imposte sul reddito è stato dovuto soprattutto alla crescita dell’IRPEF (+1,9%), delle ritenute sugli interessi e altri redditi da capitale (+2,3%) e delle altre imposte sugli investimenti delle famiglie (imposte su assicurazione vita e previdenza complementare, imposta sostituiva sul risparmio gestito) che nel complesso crescono del 27,2%. L’aumento di tali tipologie di imposte è stato solo parzialmente controbilanciato dalla flessione delle imposte pagate sui guadagni in conto capitale (c.d. capital gain).

 

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