David Hume e «le nazioni ignoranti di commercio»

Negli scritti del filosofo scozzese del XVIII secolo si ritrovano temi e argomenti contro il protezionismo mercantilista e a favore del «libero commercio». A suo dire, la chiusura dei mercati volta a difendere la ricchezza nazionale, si dimostra un tentativo fallimentare, che produce il risultato opposto.

di Matteo Olivieri

David Hume, medaglia di James Tassie, 1791 circa

Capita molto spesso, nelle nazioni ignoranti della natura del commercio, vietare l’esportazione di materie prime, e preservare al proprio interno ciò che pensano sia prezioso e utile. Ma così facendo, esse non si accorgono di agire in maniera del tutto contraria alle loro intenzioni; e anzi, tanto più una merce viene esportata altrove, tanto più sarà prodotta a casa propria, e di queste merci le nazioni produttrici saranno sempre le prime beneficiarie. La stessa gelosa paura sembra prevalere anche in molte nazioni per quanto riguarda il denaro; ed è necessaria sia la ragione che l’esperienza per convincere le persone che questi divieti non servono a null’altro se non a rafforzare il cambio contro di loro, e causare una esportazione ancora più grande.

Frontespizio di “La mia vita”, autobiografia di David Hume

Questi errori, si può dire, sono grossolani e palpabili, ma prevalgono ancora, perfino in nazioni con molta dimestichezza di commercio, ovvero una forte gelosia riguardo alla bilancia commerciale, e la paura che tutto l’oro e l’argento possa abbandonare il paese.

La crescita dell’industria nazionale pone le basi per lo sviluppo del commercio estero. Dove ci sono gran numero di materie prime prodotte e perfezionate per il mercato domestico, si troverà sempre qualcosa da esportare con vantaggio. Ma se i nostri vicini non avessero arti o educazione, non potrebbero acquistarle; perché non avrebbero nulla da dare in cambio. A tal riguardo, le nazioni sono nelle stesse condizioni degli individui. Un singolo uomo difficilmente può essere operoso, quando tutti i suoi concittadini sono inattivi. E’ la ricchezza dei vari membri di una comunità che contribuisce a far crescere la mia ricchezza, qualunque professione io possa avere. Loro consumano il mio prodotto, e mi consentono di consumare i loro prodotti in cambio.

Lettera di Adam Smith al suo “caro amico” David Hume, 1776

Né vi è necessità di vivere nell’apprensione perché le nazioni confinanti migliorino così tanto in ogni arte e manifattura, da non avere più bisogno dei nostri prodotti. La natura, che ha fornito le diverse nazioni di una diversità di talenti, climi e suoli, garantisce la mutua relazione tra loro così pure il commercio, purché tutte rimangano laboriose e civili. Anzi, maggiore è la crescita delle arti in ciascuna nazione, maggiore sarà la domanda dei rispettivi beni nelle nazioni confinanti. Gli abitanti, infatti, divenuti ricchi ed esperti, desidereranno che ogni bene abbia il massimo grado di perfezione; e siccome dispongono di molte materie prime da dare in cambio, fanno grandi importazioni da tutti i paesi esteri. Le industrie delle nazioni da cui si importa ne traggono giovamento, ma anche quella nazionale, che viene incoraggiata dalla vendita dei beni da dare in cambio.”

David Hume, Essays, Moral, Political, and LiteraryParte II, Essay 5 e 6, estratti (traduzione dell’autore).

 

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