Gioia Tauro, ZES: errori grossolani nel documento strategico

Errori ed ipotesi irrealistiche alla base del documento strategico con cui la Regione Calabria ha richiesto al Governo l’autorizzazione per l’istituzione di una Zona Economica Speciale. Se da questo documento discenderà la vita ed il futuro della Calabria, ci meritiamo davvero questi esperti?

di Matteo Olivieri

In base ai dati dell’Istat, la capacità di esportare della Calabria in rapporto al Prodotto Interno Lordo (PIL) regionale nell’ultimo decennio è sempre stata compresa tra l’1,0 e l’1,2%, accelerando sensibilmente fino all’1,3% nel 2016 (ultimo dato disponibile). Tuttavia, secondo gli esperti della Regione Calabria, una volta che entrerà a regime la Zona Economica Speciale (Zes) di Gioia Tauro, la Calabria vedrà incrementare la propria quota di esportazioni di almeno 10 volte tanto, nello scenario meno ottimistico. Per intenderci, si ipotizza che il valore delle esportazioni calabresi passi da un valore di circa 410 milioni di euro ad oltre 4 miliardi di euro. Roba che non si è mai vista prima, neppure ai tempi d’oro delle “tigri asiatiche”. Ma evidentemente, secondo gli esperti che hanno redatto il documento, poi approvato dal governo italiano, l’obiettivo è a portata di mano. Come realizzarlo? Non è dato saperlo. Il documento, infatti, è pieno di rinvii generici, e di dati presi a prestito da altre esperienze internazionali, senza però averne preventivamente valutato la congruità con la situazione calabrese.

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Secondo le statistiche dell’OCSE, gli investimenti diretti esteri dell’Italia (outward FDI) equivalgono al 25% del PIL nel 2015, una quota leggermente superiore agli investimenti stranieri in Italia (inward FDI, 19%). Nonostante ciò, i numeri contenuti nel documento strategico parlano di cifre fino a quattro volte maggiori.

Per esempio, per giustificare gli impatti positivi sulla crescita economica regionali derivanti dall’istituzione di una ZES, si citano le esperienze di paesi tradizionalmente esportatori di materie prime, come l’Indonesia, la Costa Rica, le Filippine o le piccole nazioni («tra cui Mauritius, Seychelles e Giamaica») che tradizionalmente hanno sempre avuto un alto tasso di esportazioni rispetto al PIL ecc. Insomma, tutte realtà difficilmente comparabili e molto differenti dalla nostra, sia quanto a posizione geografica e disponibilità di risorse naturali e sia per la qualità del tessuto produttivo. Qualcuno ha in mente di trasformare la Calabria in un paese esportatore di materie prime? E, se si, quali? I dati a cui si fa riferimento, contenuti nel Piano Strategico sottoposto al Governo per la richiesta di autorizzazione di una Zona Economica Speciale a Gioia Tauro, riguardano solo lo scenario ritenuto meno ottimistico. Nello stesso documento, infatti, sono previsti altri scenari – tutti oltremodo ottimistici – basati su ipotesi fantasiose e risibili, che mancano però di qualunque base oggettiva, e che contengono pure numerosi errori, tutti pacchiani. Per esempio, nello studio si legge che il tasso di crescita dell’occupazione calabrese è ipotizzato costante, e pari al +2,0% annuo, laddove la media desumibile dai dati Istat sul periodo 2009-2015 è di -1,28%. E’ legittimo ritenere che il futuro sarà diverso dal passato in una regione, che nel 2016 aveva appena 522 mila occupati ed invece 563 mila cinque anni prima (-41.000 occupati in un quinquennio)? E se si, su quali basi?

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A proposito di coperture finanziarie, nel documento strategico si afferma che «le risorse finanziarie potrebbero essere prelevate nell’ambito della programmazione POR con il cofinanziamento preponderante dei fondi strutturali europei, FSE e FESR, che ben potrebbero prestarsi per supportare gli investimenti realizzati dalle imprese in fase di nuovo insediamento produttivo. Per quanto riguarda, invece, gli incentivi alle imprese che assumerebbero la forma di aiuti al funzionamento, lo strumento più appropriato risulta quello del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC).» Ma l’attuale agenda comunitaria termina nel 2020.

Ma v’è di più. Gli esperti della Regione Calabria si sono esercitati in proiezioni fino al 2028, quando nello stesso documento di afferma che «la durata iniziale per il funzionamento della ZES, dalla data di istituzione è stabilita, in prima battuta, fino al 2020, anno in cui terminerà la programmazione comunitaria 2014/20 attualmente in corso e sarà dunque necessario rivalutare il provvedimento». Insomma, la copertura finanziaria disponibile è assicurata fino al 2020, poi bisognerà reperire le risorse. Un approccio prudente avrebbe dovuto indurre a tenere questo aspetto in seria considerazione, visto che al momento non si sa nulla se ci sarà e come sarà organizzato il nuovo ciclo di programmazione comunitaria. Ma, incredibilmente, i nostri esperti non hanno avuto remore a continuare a fare pronostici sulla base della situazione attuale, che – a questo punto – sono davvero basati sul nulla.

Un esempio riguarda le previsioni degli “Investimenti Diretti Esteri” (FDI), a proposito dei quali il documento afferma che «la ZES può svolgere un ruolo importante nell’aumento degli stessi», considerato che «nelle Filippine la quota di flussi di investimenti esteri verso le ZES è passata dal 30% del 1997 a oltre l’81% del 2000 (UNCTAD, 2003). In Messico la quota di investimenti esteri annui contabilizzati delle maquiladoras (stabilimenti industriali posseduti o controllati da soggetti stranieri) è passata dal 6% del 1994 al 23% del 2000 (Sadni-Jallab e Blanco de Armas, 2002). In Cina le ZES rappresentano oltre l’80% degli investimenti esteri cumulativi.» Esempi che, però, si riferiscono a Nazioni, e la cui applicabilità al caso regionale calabrese rimane completamente non dimostrata! E, presi dalla foga di fare previsioni, gli estensori del documento hanno poi ipotizzato nel c.d. «scenario Alto» che gli aiuti finanziari richiesti per la ZES Calabria siano «circa pari a 400.000.000 euro, da distribuire su 8 anni», laddove – in questo momento – il Governo italiano, nell’ultima legge di bilancio, ha messo sul piatto appena 200 milioni di euro da ripartire su 3 anni per tutte le ZES italiane. Come si sa, al momento sono due le richieste di istituzione di ZES ad un livello avanzato (ovvero, la Calabria e la Campania), ma altre regioni si stanno facendo avanti, e non c’è nessuna conferma che la ZES calabrese troverà un trattamento privilegiato rispetto ad altre ZES in altre regioni d’Italia. Insomma, i toni trionfalistici che stanno accompagnando il percorso di istituzione della ZES appaiono sempre più come calcoli campati in aria nonché come un goffo tentativo di voler “fare i conti senza l’oste”. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse di mezzo la vita ed il futuro dei calabresi. Ecco perché un argomento tanto importante (ovvero, la comprensione della convenienza economica ad istituire una ZES in Calabria) non può essere lasciato all’improvvisazione, meno che meno all’auto-celebrazione.

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