Legnochimica, la Procura della Repubblica ricorre in appello

Si aprono nuovi spiragli nella intricata vicenda della bonifica della ex-Legnochimica di Rende. La Procura della Repubblica di Cosenza ricorre in appello, ravvisando «illogicità e contraddizioni» nella sentenza che ha disposto il non luogo a procedere per «disastro ambientale» nei confronti dei quattro imputati.

di Matteo Olivieri

C’è grande soddisfazione in città per la notizia diffusa dalla stampa, riguardante la decisione della Procura della Repubblica di Cosenza di proporre appello contro la sentenza del Giudice per le Indagini Preliminari, che lo scorso 19 aprile dichiarava il non luogo a procedere per l’accusa di «disastro ambientale» nella vicenda della omessa bonifica della ex Legnochimica di Rende, che vede imputati il sindaco e l’ex assessore all’ambiente di Rende, nonché il dirigente tecnico comunale ed il liquidatore dell’azienda in fallimento. Ora spetterà alla Corte di Appello di Catanzaro valutare le motivazioni contenute nella richiesta inviata dal Pubblico Ministero Marisa Manzini, in cui si afferma tra l’altro che «il Comune di Rende fosse conscio del dovere di agire e, ciononostante, sia rimasto inerte» e, più oltre, che gli imputati «si siano limitati ad emanare atti e provvedimenti assolutamente inutili». Il recepimento della proposta di appello riaprirebbe nuovamente il caso, che finora – secondo la pubblica accusa – ha visto il proscioglimento degli imputati «sulla scorta di motivi illogici e contradditori».

Secondo la “Relazione Crisci”, «La contaminazione è stata causata dalla presenza nei bacini di acqua con alti contenuti in metalli pesanti. La mancanza di una idonea impermeabilizzazione ha consentito, negli anni, che i metalli trasmigrassero con meccanismi di percolazione dalle acque dei bacini alla sottostante falda freatica situata ad una profondità media di dieci metri e che successivamente si diffondesse alle aree limitrofe».

Ricordiamo infatti che la c.d. “Relazione Crisci” (p. 44) evidenziava come «la falda acquifera sotto ed in prossimità dei bacini artificiali, con particolare riferimento al n.4 e 5, risultano fortemente contaminati in metalli pesanti quali ferro, alluminio, manganese, arsenico, cromo, nichel, cobalto e piombo», e quindi – in base a quanto disposto dall’art. 245 del d.lgs. 152/2006 – «fatti salvi gli obblighi del responsabile della potenziale contaminazione di cui all’articolo 242, il proprietario o il gestore dell’area che rilevi il superamento o il pericolo concreto e attuale del superamento della concentrazione soglia di contaminazione (CSC) deve darne comunicazione alla regione, alla provincia ed al comune territorialmente competenti». Ma, sebbene il superamento delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC) sia stato ormai accertato, nessuno si è mai realmente attivato per avviare l’iter di bonifica dandone comunicazione alla Regione Calabria, né il Comune di Rende ha attuato – fino a metà del 2016 – alcuna reale misura di prevenzione, pur prevista dall’articolo 242 del d.lgs. 152/2006, tra cui la richiesta di iscrizione dei terreni all’anagrafe regionale dei siti da bonificare. Tale inerzia risulta ancora più incomprensibile se si considerano le insistenti richieste di cittadini, comitati e associazioni locali, che – da anni – chiedono che sia fatta luce sull’intera vicenda e si bonifichi l’area.

Tra le altre incongruenze che speriamo possano passare al vaglio della Corte di Appello di Catanzaro, c’è anche la veridicità di alcune dichiarazioni rese dagli imputati, e quanto finora acquisito agli atti processuali. In particolare, in base a quanto riportato dall’articolo di QuiCosenza.it del 2 marzo 2018, intitolato “Rende: Legnochimica, chiesti oltre due anni di reclusione per l’ex assessore all’Ambiente”, il Sindaco di Rende ha rilasciato la seguente dichiarazione spontanea: «Il 10 settembre 2014 chiedo alla Regione di inserire l’area nell’elenco dei siti da bonificare.» Ebbene, tale affermazione non sembra collimare perfettamente con le risultanze degli atti ufficiali, ed in particolare con la missiva della Regione Calabria del 30 maggio 2016, in cui si afferma tra l’altro che «nel prendere atto della richiesta formulata da codesto Comune con la nota in oggetto acquisita al prot. SIAR n. 135579 del 27/04/2016, lo scrivente Dipartimento, per come previsto dall’art. 250 del T.U.A. provvederà ad inserire il sito in questione nel Piano Regionale della Bonifiche attualmente è in corso di aggiornamento al fine di individuare le priorità di intervento.»

Qual è il significato di tale apparente anomalia temporale tra quanto dichiarato dal sindaco di Rende e quanto risulta dalle comunicazioni ufficiali intercorse con la Regione Calabria? Difficile dirlo. Quel che è certo è la Procura della Repubblica ha disposto il sequestro del sito nel novembre 2015, nominando il sindaco di Rende custode giudiziario. Inoltre, in una precedente missiva inviata dal Dipartimento Ambiente della Regione Calabria in data 22 luglio 2014, si chiedeva ai Comuni di «comunicare l’eventuale presenza di siti compromessi da potenziale contaminazione» e imponeva al dirigente dell’Ufficio Tecnico comunale «la attestazione della veridicità delle informazioni fornite e/o la conformità agli atti d’ufficio» entro e non oltre il 31/10/2014, pena «l’impossibilità ad accedere ad eventuali finanziamenti necessari per l’investigazione e la valutazione della contaminazione presente, nonché per la progettazione dell’eventuale intervento di bonifica». Inoltre preannunciava che – in caso di mancata ottemperanza all’obbligo – si sarebbe proceduto con «la opportuna segnalazione all’Autorità Giudiziaria competente per l’accertamento di condotte aventi rilevanza penale, civile ovvero contabile».

Dunque, venire a capo della intricata vicenda processuale aiuterà non solo a ricostruire le responsabilità personali degli indagati, ma anche a capire qual è la probabilità concreta che il sito possa essere realmente bonificato.

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