Mezzogiorno, per lo Svimez c’è il rischio di una “grande frenata”

Luci ed ombre dell’economia del Mezzogiorno nel documento presentato ieri dallo Svimez. Dopo sette anni di recessione interrotta (2008-2014), l’economia delle regioni meridionali – malgrado un triennio di «crescita consolidata» – sconta ancora un forte ritardo dal resto d’Italia e dell’Europa: il PIL è ancora inferiore del 10% rispetto al 2007, oltre la metà di quello del Centro-Nord (-4,1%). E, per il 2019, incombe lo spettro di una “grande frenata”.

di Matteo Olivieri

La ripresa economica nell’Area dell’Euro c’è stata e si è ulteriormente rafforzata (+2,4%, superiore all’1,8% segnato nel 2016) rispetto a quella degli Stati Uniti (+2,3%), Giappone (+1,7%) e Regno Unito (+1,8%), ma la crescita non è stata diffusa ed uguale e, anzi, sono aumentati i divari territoriali rispetto tra l’Europa e l’Italia come pure tra le regioni italiane del Centro-Nord e del Sud. Ad affermarlo è lo Svimez, nel suo consueto rapporto annuale. Addirittura, «dall’inizio della crisi il divario cumulato con l’Area dell’Euro è aumentato di oltre 12 punti percentuali, con l’Unione europea di oltre 14 punti». In questo quadro, la «forbice di sviluppo con l’Europa resta ancora ampia» ed il «lento recupero dell’economia italiana» ci parla di un Mezzogiorno che si trova ancora una volta fanalino di coda in tutte le statistiche. Così, se da un lato «il triennio di ripresa 2015-2017 conferma che la recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni italiane», lo Svimez afferma tuttavia che «gli andamenti sono alquanto differenziati» e mostrano, «elementi di difficoltà che dalle regioni meridionali si estendono soprattutto a quelle centrali, e in particolare Umbria e Marche (le uniche che negli ultimi due anni fanno registrare una flessione dell’economia).» Addirittura – afferma lo studio presentato ieri – nel Mezzogiorno «il recupero dei livelli pre-crisi appare assai distante»: per il settore dell’industria in senso stretto gli investimenti nel periodo 2007-2017 si sono ridotti di oltre un quarto in termini cumulati (-26,1%), a differenza del Centro-Nord, dove il calo, pure ampio, è stato assai minore (-15,2%), mentre il calo cumulato dei consumi delle famiglie del Sud nel periodo 2007-2017 è stato pari al -9,7%, mentre il Centro-Nord si è riportato sui livelli del 2007.

rapporto 2018 copertina
“Nel 2019 si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale” (+1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud). Per l’anno prossimo, si ipotizza infatti che prosegua il rallentamento del commercio mondiale e che continuino ad aumentare i tassi di interesse, sia quelli sul debito pubblico che quelli praticati sui prestiti alle famiglie e imprese. 

Nel complesso, il rapporto Svimez 2018 parla di «una ripresa ancora troppo debole, del tutto insufficiente a colmare il crollo della crisi, e che allarga la forbice con il Centro-Nord, dove l’aumento registrato è stato ben maggiore (1,3%, costante rispetto al 2016)». Secondo gli esperti, «la differenza tra le due aree è dovuta sia alla componente privata, sia a quella pubblica: quest’ultima è aumentata moderatamente nel Centro-Nord (0,3%) mentre è diminuita al Sud (-0,2%), con una dinamica negativa legata probabilmente al proseguimento dell’austerità, con effetti asimmetrici sul piano territoriale e una maggiore contrazione delle spese correnti della Pubblica Amministrazione meridionale».

In particolare, la contrazione della spesa pubblica è stata cumulativamente pari al -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese, mentre gli investimenti fissi lordi sono nel Mezzogiorno cumulativamente inferiori del -31,6% rispetto ai livelli pre-crisi, una flessione ben maggiore rispetto a quella del Centro-Nord (- 20%). Per questi motivi, lo Svimez parla di «ripresa di una divergenza regionale nell’andamento economico», che – dopo il triennio di ripresa in cui la performance dell’economia è stata sostanzialmente omogenea sotto il profilo territoriale – ha ripreso a crescere. E, nel 2018, il PIL del Centro-Nord dovrebbe crescere in misura maggiore di quello delle regioni del Sud nel loro insieme (+1,4%, contro un +1,0%), nonostante la paventata diminuzione nel ritmo di crescita del commercio mondiale (dovuto alla ripresa di politiche protezionistiche) che dovrebbe riguardare in misura più rilevante le regioni del Centro-Nord, «caratterizzate da un grado di apertura sull’estero tre volte superiore a quello del Sud».

1 agosto 2018
“Nel 2019 la variazione congiunturale del PIL meridionale sarebbe dunque pari alla metà di quella registrata nel 2017: una «grande frenata»”.

Il grado di disomogeneità, poi, «è estremamente elevato» anche tra le regioni del Mezzogiorno». In particolare, nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono le regioni meridionali che fanno registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8%, variazioni del PIL comunque «più contenute rispetto alle regioni del Centro-Nord, se confrontate al +2,6% della Valle d’Aosta, al +2,5% del Trentino Alto Adige, al +2,2% della Lombardia.» A guardare più in dettaglio, si scopre però che la crescita del Mezzogiorno è stata trainata soprattutto dalle esportazioni, e che l’incremento è particolarmente elevato delle esportazioni di prodotti petroliferi raffinati e coke in Sicilia (43,2%) e in Sardegna (29,6%). Escludendo tali settori, però, la crescita è stata minore (+4,3%), circa due punti in meno di quella registrata nel resto del Paese. La Calabria, è stata la regione che nel 2017 ha fatto segnare «la più significativa accelerazione della crescita», tanto che «nel periodo 2015-2017 sono state soprattutto le costruzioni a trainare la ripresa (+12% nel triennio), grazie anche alle opere pubbliche realizzate con i Fondi europei, seguite dall’agricoltura (+7,9%) e dall’industria in senso stretto (+6,9%). Molto più modesto nell’ultimo triennio l’andamento dei servizi (+2,9%)».

Tale situazione «estremamente precaria» trova riflesso anche nel mercato del lavoro, che nel 2017, pur avendo fatto registrare un miglioramento nella crescita dell’occupazione «in tutte le aree del Paese», nel Mezzogiorno è aumenta di 71 mila unità (+1,2%) contro le 194 mila nel Centro-Nord (+1,2%), una crescita occupazionale che nel 2017 – secondo lo Svimez – «appare comunque troppo debole al Sud, insufficiente a colmare il crollo dei posti lavoro avvenuto nella crisi e caratterizzato da una crescente precarietà», ed in ogni caso ancora inferiore di ben 310 mila unità lavorative rispetto ai livelli occupazionali del 2008. Infine, lo Svimez fa rilevare come «nel corso del 2017 l’incremento dell’occupazione meridionale è dovuta quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+ 61 mila, pari al +7,5%) mentre risultano sostanzialmente stazionari i contratti a tempo indeterminato (+0,2%).»

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