C’è qualcosa che non quadra nelle stime dello Svimez

Continuano a far discutere le Anticipazioni sul Rapporto Svimez 2018, presentate a Roma lo scorso 1 Agosto. Sul banco degli imputati ci sono le stime del PIL 2017 e le previsioni di crescita delle regioni italiane per il 2018 e 2019. Vi spieghiamo il perché.

di Matteo Olivieri 

Nei giorni scorsi, ho scritto una email al direttore dello Svimez, per chiedere chiarimenti sulle stime del PIL 2017 nelle regioni italiane nonché sulle previsioni 2018 e 2019 contenute nelle Anticipazioni al rapporto presentato lo scorso primo agosto. Nello specifico, ero interessato a capire come mai le stime della crescita del PIL 2017 della Calabria, ancora preliminari, siano state fissate al +2,0%. Alla email non ho ancora ricevuto risposta ma siccome ritengo che la questione sia di interesse generale, nella speranza che qualcuno voglia rispondermi, provo a riproporre pubblicamente l’oggetto del mio quesito: l’economia calabrese nel 2017 è cresciuta di più di quella nazionale? Sarebbe una notizia fantastica!

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“Nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono le regioni meridionali che fanno registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8%. Si tratta di variazioni del PIL comunque più contenute rispetto alle regioni del Centro-Nord, se confrontate al +2,6% della Valle d’Aosta, al +2,5% del Trentino Alto Adige, al +2,2% della Lombardia.”

Giusto per avere un paragone, le stime governative sul PIL italiano, contenute nel Documento di economia e finanza (Def), aggiornate al 21 giugno 2018, rappresentano “per il 2017 un incremento dell’1,5 per cento”. Ed anche gli ultimi dati ufficiali dell’Istat relativi al PIL dell’Italia (divulgati a dicembre 2017) parlano di una crescita del +1,5% nel 2016. Dunque, le fredde statistiche ci stanno dicendo qualcosa che i calabresi non hanno capito o di cui non si sono accorti? Per avere la risposta definitiva sul 2017 dovremo aspettare i dati ufficiali dell’Istat, che però verranno resi noti solo a fine anno. Nel frattempo, lo Svimez sembra non avere dubbi sul fatto che quello appena trascorso sia stato un anno d’oro per l’economia calabrese, fatto salvo però il rischio di una “grande frenata” nel 2018 e nel 2019, quando – secondo gli esperti dello Svimez – «si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale» (a +1,0% nel 2018 e +0,7% nel 2019). Dunque, a leggere i dati Svimez, quella meridionale (e, quindi, quella calabrese) sembra essere una crescita non strutturale, bensì temporanea e molto volatile. La questione però è anche un’altra: sulla base di quali informazioni vengono fatte queste stime? La questione è tanto più rilevante, in quanto tutte le previsioni economiche attualmente disponibili parlano già da tempo del rallentamento dell’economia italiana nel 2018. Per esempio, le previsioni estive della Commissione europea dicono che la crescita italiana probabilmente si fermerà al +1,3% a fine 2018 e a +1,1% nel 2019. 

Il fatto che i dati Istat – gli unici che fanno testo a livello ufficiale – non siano al momento disponibili né siano temporalmente comparabili con quelli dello Svimez, complica ulteriormente la faccenda. Dobbiamo dunque sospendere la discussione fino a fine anno, quando saranno verosimilmente disponibili i dati ufficiali dell’Istat, oppure lo Svimez ha in mano dati incontrovertibili – che noi non conosciamo, ma che gradiremmo analizzare – i quali documentano le straordinarie prestazioni in atto nell’economia calabrese? Ho le mie perplessità. Visto che gli ultimi dati Istat di dicembre 2017 parlano di una crescita di +0,8% nel 2016, sarebbe davvero strano che l’economia calabrese sia cresciuta del +2,0% in un solo anno, pur in presenza di gravi problematiche – peraltro accertate dallo stesso Svimez – tra cui lo spopolamento demografico, la contrazione della spesa pubblica (che – si legge nel rapporto – è stata «cumulativamente pari al -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese») e, soprattutto, senza che i calabresi si siano minimamente accorti di miglioramenti in atto nelle proprie vite.

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“Il Pil italiano espone per il 2017 un incremento dell’1,5 per cento, in accelerazione rispetto alla crescita di circa l’1 per cento registrata in ciascuno dei due anni precedenti.”

Considerato che il dato propostoci non include l’inflazione, forse si tratta di dati cumulati? Un’operazione certamente legittima ma che andrebbe adeguatamente spiegata, ed è questo il senso della mia richiesta di chiarimenti. Infatti, se le cose stessero effettivamente così, allora la rilevanza del dato verrebbe certamente ridimensionata. Di certo, affermare pubblicamente che nell’economia regionale vi è in atto una crescita del 2,0%, ha una certa presa sull’opinione pubblica – e infatti la notizia è stata prontamente rivendicata dai soliti volponi della politica nostrana, che accampano meriti che probabilmente non hanno. Tuttavia, per come è stata riportata, la notizia fa storcere il naso a chi ha maggiore dimestichezza con numeri e statistiche. Quindi, o la crescita dell’economia indicata nelle Anticipazioni non scorpora gli effetti dell’inflazione (e quindi i dati risultano gonfiati) oppure il dato proposto indica un forte aumento della produzione (ben oltre la media nazionale), non accompagnato però da alcun evidente segnale di aumento della ricchezza privata. Cosa su cui comunque converrebbe riflettere, considerato che nelle Anticipazioni si legge tra l’altro che «i consumi finali interni nel 2017 sono cresciuti nel Mezzogiorno dello 0,8%, mantenendo sostanzialmente lo stesso moderato ritmo di crescita dell’anno precedente (0,9%)», mentre il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è del 44% oggi ed era 46% nel 2008, laddove nel Centro-Nord è del 65,5% (era 65,6% nel 2008). Infine, cattive notizie anche per gli investimenti fissi lordi, che – nel Mezzogiorno – «sono cumulativamente inferiori del -31,6%» rispetto ai livelli pre-crisi.

Quindi, se l’investimento pubblico è diminuito, i consumi privati sono sostanzialmente stabili, gli investimenti fissi lordi sono inferiori rispetto ai livelli pre-crisi, l’occupazione è inferiore a quella di 10 anni fa, che destinazione ha avuto la ricchezza creata? Dunque, si faccia chiarezza sull’argomento, per evitare che le stime e le previsioni economiche possano essere utilizzate come arma di distrazione di massa in concomitanza con i prossimi appuntamenti elettorali.

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