Dieci anni fa il fallimento di Lehman Brothers

Il fallimento di Lehman Brothers è considerato la miccia che ha scatenato la peggiore crisi finanziaria dal 1929. Un “piccolo problema” nato nel mercato immobiliare, si trasferì presto al settore creditizio, contagiando Wall Street, e portando il sistema finanziario mondiale sull’orlo del collasso. Dieci anni dopo il crollo di Lehman Brothers, le persone ancora non si fidano del sistema bancario.

di Matteo Olivieri

Lehman Brothers
All’epoca si pensava che il fallimento di Lehman Brothers non avrebbe avuto conseguenze sui mercati perché la banca non era ritenuta abbastanza grande. Ma il panico che ne risultò ha indotto le autorità internazionali a riflettere meglio sull’esistenza di “rischi sistemici”.

Il 15 settembre del 2008, la banca d’investimento Lehman Brothers dichiarò bancarotta, dopo che gli ultimi tentativi di salvarla vendendola ai concorrenti risultarono vani. Nonostante i 639 miliardi di dollari di investimenti ancora iscritti a bilancio (e 619 miliardi di dollari di debito), la banca stava cercando disperatamente di raccogliere denaro sufficiente per rimanere solvente, ed il valore degli investimenti era in costante calo da mesi. Ancora non ci si era resi conto che la crisi dei “mutui subprime” non si limitasse al solo settore immobiliare ma riguardasse tutto il mondo finanziario. Pertanto, lo spettacolare tramonto della Lehman Brothers coincise con la fine del periodo della “deregolamentazione finanziaria” iniziata qualche anno prima sotto l’amministrazione Clinton (e poi continuata nell’era Bush) nel tentativo di accelerare la prosperità delle famiglie americane mediante politiche di denaro a basso costo.

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L’elevata dipendenza dal debito e la mancanza di una riserva di capitale sufficiente furono le cause che portarono al fallimento. Lehman Brothers fu l’unica grande banca che non venne salvata ma fu costretta a fallire.

Fu nel contesto di quella “grande euforia” dei primi anni Duemila che la Lehman Brothers decise di investire pesantemente nel mercato dei titoli legati ai mutui subprime negli Stati Uniti. Tale forma di investimento, infatti, era stata promossa dal governo degli Stati Uniti come modo perché le famiglie a basso reddito potessero accedere all’acquisto di una casa, anche se spesso si trattava di crediti concessi a clienti che non li avrebbero mai più restituiti. All’inizio si trattava di un mercato relativamente tranquillo, che consentiva agli intermediari finanziari ed immobiliari di fare soldi velocemente, attraverso la vendita di mutui ipotecari garantiti dal Governo statunitense, e pertanto senza doversi preoccupare di come e se questi mutui sarebbero mai stati rimborsati. 

Questo tipo di mutui sono normalmente considerati investimenti ad alto rischio e valutati di conseguenza. Tuttavia, i mutui subprime dell’epoca venivano “confezionati” insieme ad altri prodotti meno rischiosi e venduti in un pacchetto, il cui rischio complessivo complessivo era ritenuto basso dai mercati. Ma la situazione mutò nel giro di poco tempo. Nell’estate del 2007, la banca francese BNP Paribas comunicò di aver congelato alcuni fondi di investimento operanti nel mercato dei titoli garantiti da ipoteche statunitensi ed in quello delle obbligazioni garantite, a causa di inadempienze nei pagamenti di mutui subprime, salite a un ritmo allarmante. Appena pochi mesi dopo, era il 14 marzo 2008, Bear Stearns – il secondo più grande investitore in prestiti subprime, e rivale di Lehman Brothers, dichiarò fallimento, schiacciata sotto un debito divenuto all’improvviso insostenibile e tossico. In quel caso, Federal Reserve di New York organizzò un piano di salvataggio e le azioni di Bear Stearns furono vendute alla banca JP Morgan Chase per 2 dollari ad azione, una frazione del valore dai massimi precedenti alla crisi, ma la crisi venne sventata.

Wall Street traders, September 15 2008, the day Lehman Brothers filed for bankruptcy
Nel corso di un incontro di emergenza organizzato il 13 settembre 2008 dalla Federal Reserve, le banche concorrenti Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan Chase e Citigroup, che già avevano problemi di loro, non ne vollero sapere di salvare Lehman Brothers. Tutti lasciarono l’incontro sapendo che la banca era destinata al fallimento e la vita di tutti sarebbe diventata più difficile.

A distanza di pochi altri mesi nel settembre del 2008, la situazione si era però talmente aggravata da arrivare a colpire Lehman Brothers, e poi – uno dopo l’altro i giganti di Wall Street. Bloccata da una carenza di liquidità, il governo statunitense prima cercò di salvare Lehman Brothers attraverso il coinvolgimento di altre banche e poi, nell’assenza di possibili acquirenti, decise di lasciarla fallire “perché non c’era altra scelta” come dichiarò anni dopo l’ex segretario al Tesoro statunitense Henry Paulson. Così, alla riapertura dei mercati di lunedì mattina 15 settembre 2008, alla notizia che Lehman Brothers aveva presentato istanza di fallimento, il mercato perse immediatamente più del 4%, il più grande calo di un solo giorno dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Nel giro di ore, altre aziende subirono ripercussioni: il gigante assicurativo AIG, per esempio, che operava nel settore dei titoli di credito subprime, ebbe anch’esso un tonfo di borsa ed il titolo cadde in caduta libera. La notizia colse di sorpresa la comunità finanziaria mondiale, e – come riferì la stampa del tempo – la dichiarazione di bancarotta trasmise uno «sciame sismico» in tutto il mondo, poichégli investitori non furono in grado di prevedere la catena di fallimenti che si sarebbero innescati in così breve tempo e che avrebbero reso improvvisamente “tossici” i titoli di credito abbinati ai mutui ipotecari. Di quel giorno di 10 anni fa, molti ricordano ancora le decine e decine di dipendenti licenziati in tronco, che abbandonavano il posto di lavoro con scatole di cartone piene degli effetti personali.

Richard “Dick” Fuld, ex amministratore delegato di Lehman Brothers, durante la sua audizione al Senato degli Stati Uniti nell’Ottobre del 2008. Il settimanale TIME lo ha inserito tra le “25 persone da critiare per la crisi finanziaria”. Credit: Kevin Lamarque/Reuters

Quell’evento segnò l’inizio vero e proprio della Grande Recessione, e del conseguente caos finanziario che gettò gli Stati Uniti, l’Europa ed il mondo intero nel più lungo periodo di prolungata austerità che si ricordi a memoria d’uomo, e di cui ancora oggi sono visibili gli effetti. Quella che fino alla sera prima era stata la quarta banca di investimenti più grande degli Stati Uniti non esisteva più, e improvvisamente le sue azioni non valevano più nulla. Milioni di risparmiatori persero completamente il loro capitale, e molti – poco dopo – anche il lavoro e la casa. La scomparsa di Lehman Brothers ha provocato una crisi bancaria senza precedenti negli Stati Uniti, in Europa e in gran parte dell’Asia e, per arginerne gli effetti, l’amministrazione Bush si affrettò ad approvare il programma Troubled Assets Relief Program (TARP), che consisteva in un fondo pubblico di 700 miliardi di dollari, per acquistare i “titoli tossici” dalle banche che li avevano emessi. Sulle cause di quel disastro, a distanza di 10 anni, poco o nulla è stato realmente appurato. Nonostante le indagini, le analisi approfondite, nessuno è riuscito finora a capire come mai l’intera catena di controllo abbia fallito in maniera così clamorosa. Secondo il New York Times, la Lehman Brother riuscì a farla franca per molto tempo, poiché poteva beneficiare del sostegno di Ernst & Young, la società che ne aveva certificato i rendiconti finanziari del 2007, “nonostante avesse ricevuto avvertimenti da un informatore, secondo cui c’erano delle irregolarità contabili” nei bilanci della banca d’investimento.

 

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