«L’identità di un luogo come memoria e coscienza»

di Emilio M. De Tommaso

È possibile parlare di identità di un luogo? E, in tal caso, in che cosa consiste? Secondo il filosofo inglese John Locke (1632-1704), l’identità personale è costituita dalla coscienza, intesa come consapevolezza dei pensieri e delle esperienze sensoriali del singolo individuo, accompagnata dalla memoria. Applicando tale definizione ai luoghi, si potrebbe pensare che la coscienza collettiva di una comunità costituisca il principio d’individuazione del luogo che essa abita, magari arricchita dalla sua storia, dall’architettura, dall’arte e da tutti quegli elementi umani che costituiscono ciò che chiamiamo cultura. A ciò si aggiungano i tratti naturali, come il clima, la presenza di montagne, di bacini idrici, di fiumi o del mare, nonché le biodiversità floro-faunistiche.

«Viaggiando ci si accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti.» (Italo Calvino, Le città invisibili)

Basta rifletterci un po’ su, per rendersi conto che l’identità di un luogo è un concetto complesso, i cui contorni sono mobili e tutt’altro che definitivi. L’evoluzione, infatti, di uno solo dei fattori appena menzionati determina uno slittamento verso la ricerca di una nuova identità.

L’Italia offre un esempio impareggiabile di tale identità complessa. Si tratta di una terra dalle caratteristiche geografiche e climatiche assai varie, dalla storia pluri-millenaria che narra di un territorio oggetto di conquiste, ma anche egemone per secoli sul Mediterraneo, crogiuolo di razze e di alterità religiose. In particolare, la nostra Calabria dalle cime della Sila e dell’Aspromonte si tuffa in un mare limpido e mozzafiato, custodisce canyon e pianure, nutre i suoi abitanti di carni, pesce, formaggi, patate, ortaggi e agrumi prelibati. Ospita i bronzi di Riace, la Cattolica di Stilo, l’Abbazia Florense e può vantarsi di aver dato i natali a Gioacchino da Fiore, Campanella, Telesio, Mattia Preti. Letteratura, arte e filosofia sono il frutto dell’alternanza di padroni e conquistatori, nonché dei costumi e delle culture che questi hanno portato in questa terra: Bretti, Enotri, Greci, Romani, Goti e Visigoti, Normanni, Francesi, Aragonesi, Borboni e Piemontesi. Potremmo parlare di un’identità stratificata, attraversata da fiumi carsici che dalla storia riaffiorano di tanto in tanto nel presente della nostra terra.

Queste peculiarità quasi uniche fanno della penisola italiana una delle più frequentate mete turistiche al mondo. Il turismo, appunto! Non è forse anch’esso un elemento che incide sull’identità di un luogo? Milioni di persone che quotidianamente si riversano nelle strade delle città, interagendo con l’ambiente in modo evidente, per quanto occasionale. In giro per lo Stivale oggi molti monumenti, edifici, aree o città intere sembrano essersi cristallizzati, conformando il proprio aspetto agli occhi e alle esigenze del turista. Così, attività commerciali, strutture di accoglienza e di ristorazione hanno sviluppato un vero e proprio cliché turistico.  È come se molti dei luoghi italici avessero smesso di essere tali, per trasformarsi in scenografie cinematografiche al servizio di un’identità immobile, la semplice memoria di un passato, che sembra essere la sola ragione del loro presente.

Scriveva Leonida Repaci, «Quando fu il giorno della Calabria, Dio si trovò in mano argilla verde con riflessi viola»

La Calabria però in questo è diversa, il turismo, almeno in apparenza, non è visto come una risorsa economica che possa generare opportunità di lavoro e produrre ricchezza. In aperto contrasto con le leggende sul calore dei popoli mediterannei, il turista è raramente ben accolto, anzi spesso si ha l’impressione che sia visto come un intruso fastidioso da spremere finché ne ha. Questo non crea certo fidelizzazione, ma è un piccolo prezzo da pagare per preservare l’ambiente dalla contaminazione esterna, dalla presenza di infrastrutture molto impattanti e da servizi troppo invadenti. Così, noi calabresi possiamo disporre come più ci aggrada del nostro territorio e del nostro mare: si potrebbe magari decorarlo di sontuose ville sul mare, di pittoreschi palazzi rustici con mattone a vista, oppure abbellire il fondo del mare con fluorescenze radioattive, o ancora usare la Sila per accogliere tanti poveri rifiuti che altrimenti vagherebbero senza meta per l’Europa.

A proposito di accoglienza, noi italiani da qualche tempo manifestiamo una certa allergia ai flussi migratori di questi anni. Un’anacronistica paura che milioni di persone che, anziché denaro da spendere, portano con sé la speranza di una vita migliore possano corrompere quell’asfittica identità da copertina che spesso offriamo ai turisti. Niente morale, però! Il fenomeno è troppo complesso per essere esaurito in poche battute. Semplicemente, anche la migrazione è un elemento che contribuisce all’identità di un luogo e se, come dice Locke, essa è costituita dalla coscienza, allora tale coscienza non può essere solo memoria del passato, ma deve esprimersi anche come consapevolezza di ciò che accade nel presente.

«Gli uomini sognano più il ritorno che la partenza.» (Paulo Coehlo, L’Alchimista)

E in questo noi calabresi ancora una volta ci mostriamo un passo avanti, perché non solo accogliamo gente di tutte le etnie, ma prediligiamo i più disagiati, per offrire loro olive e arance (da raccogliere a tempo debito), rose rosse (da vendere con insistenza per strada e nei locali) e semafori (per braccare gli automobilisti). Ovviamente la Calabria non è solo questa…c’è anche il peperoncino, la ‘nduja, la soppressata, la cipolla di Tropea, il maiale in inverno, i fichi d’estate, il pane buono tutto l’anno.

Locke era un empirista e riteneva che la coscienza non fosse semplice giudice morale, ma si costituisse e mutasse in ragione delle esperienze. E questo mi suggerisce che forse è proprio questa l’identità della nostra terra, o meglio di noi che l’abitiamo, perché chi fra noi non ha mai mangiato pane, peperoncino, cipolla, ‘nduja o soppressata?

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *