Non si vive di solo “spread”

L’Italia sembra entrata nel vortice di una speculazione finanziaria e i dibattiti tra esperti si moltiplicano. E così, si torna a citare lo spread, ma quasi mai si sente parlare di swap. Eppure, i due concetti sono strettamenti collegati, visto che i tassi di interesse ed i tassi di cambio sono determinati simultaneamente dalle decisioni delle Banche Centrali, ed entrambi influenzano i flussi di merci importati ed esportati nel mondo.

di Matteo Olivieri

Un’altra giornata di passione è in corso sui mercati internazionali e, conseguentemente, anche in Italia. Da settimane si sta assistendo ad un “riposizionamento” dei portafogli di investimento, complice l’annunciato cambio di politica monetaria della Banca Centrale Europea, che – a fine dicembre – concluderà il programma di acquisto di titoli governativi dell’area dell’Euro in difficoltà, noto come “quantitative easing”. Finora, tale “ombrello” ha consentito ai governi di ottenere la liquidità necessaria per condurre con relativa tranquillità gli obiettivi di finanza pubblica. Ma dal nuovo anno le cose potrebbero cambiare e, conseguentemente, gli investitori internazionali si stanno già posizionando per sfruttare i vantaggi di questa nuova situazione.

Sui media, numerosi notisti italiani si dicono apertamente convinti che il problema sui mercati sia essenzialmente un problema italiano, dovuto soprattutto alle frequenti dichiarazioni del nuovo governo giallo-verde, spesso accusato di improvvisazione o ingenuità politica, e causa, a loro dire, di aver fatto aumentare lo spread. Ma non è così. Le condizioni macroeconomiche internazionali, infatti, stanno cambiando, e non è un caso che le borse mondiali siano tutte (!) in rosso e stiano subendo perdite consistenti. Come dunque interpretare la situazione in corso? Se si allarga l’analisi ad altri fattori oltre lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi a 10 anni, si vedrà che anche i titoli statunitensi equivalenti, quotano sopra i 300 punti base di spread rispetto ai titoli tedeschi. Dunque, i titoli italiani e quelli statunitensi hanno all’incirca lo stesso rendimento, sebbene le due economie siano strutturalmente molto differenti ed abbiano anche due livelli di rischio differenti. Per convincersene è sufficiente confrontare il rating degli Stati Uniti secondo l’agenzia Standard and Poor’s (AA+ con prospettive stabili) e quello italiano (BBB con prospettive stabili).

Ci troviamo di fronte ad un limite del sistema dell’Euro. I mercati, infatti, sono abituati a remunerare in modo differente i titoli rischiosi, e il rischio dipende tra l’altro anche dai “fondamentali” economici, ovvero dalla sottostante struttura produttiva dell’economia reale. In questo caso, tuttavia, ci troviamo di fronte a due economie molto diverse, che tuttavia possono beneficiare di rendimenti sui titoli del debito pubblico abbastanza simili. Se questa situazione si verifica, lo si deve alla politica della Banca Centrale Europea, che ha fissato il proprio tasso di interesse a livelli bassissimi, addirittura pari a 0%, e ha adottato misure straordinarie per proteggere le fragili economie europee dalla crisi finanziaria.

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Il programma di acquisti di titoli governativi terminerà a fine anno, ma la BCE si dichiara pronta ad aumentare gli acquisti netti di titoli in termini di dimensiono o durata “se le prospettive divenissero meno favorevoli, o le condizioni finanziarie si facessero incoerenti con ulteriori progressi verso un aggiustamento dell’inflazione”.

Dunque, ci troviamo di fronte a questo scenario: la Federal Reserve statunitense ha fissato i propri tassi di interesse al 2,25%, mentre la BCE allo 0%; inoltre, il tasso di cambio tra euro e dollaro segna 1,149 a pronti e 1,158 a 3 mesi, ovvero l’euro quota con uno “swap” sul tasso di cambio, che sembra destinato a rafforzarsi nei prossimi mesi. Questo significa che – in questo momento – gli investitori europei hanno convenienza ad esportare denaro negli Stati Uniti, acquistando dollari a pronti e rivendendoli a termine, per proteggersi da eventuali deprezzamenti del cambio, che potrebbe provocare perdite soprattutto sulla vendita di merci esportate.

Tale dinamica è destinata ad aumentare nel momento in cui la BCE terminerà il programma di acquisto di titoli governativi, visto che l’Italia potrebbe perdere l'”ombrello” che finora l’ha protetta dalle aspettative dei mercati finanziari. Se ciò sia un bene o un male per l’economia italiana, non è facile dirlo, considerato che gli svantaggi di un maggior costo del debito per il governo italiano farebbero il paio con i vantaggi di rendimenti più elevati per gli investitori, che – mai come in questo periodo – cercano occasioni per investire in maniera sicura e profittevole i propri risparmi. In ogni caso, se il tempo dovesse dimostrare che gli svantaggi superano i vantaggi, alla BCE non rimarrà altra scelta che iniziare ad aumentare i tassi di interesse, ponendo fine alla politica di denaro ultra-facile iniziata per arginare gli effetti della crisi finanziaria che ha travolto l’Europa.

 

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