“C’è in Italia e nel mondo un economista a cui piace la manovra?”

Il quotidiano Il Foglio lancia un “appello disperato” a quegli economisti che giudicano in maniera positiva le misure messe in campo dal Governo per la crescita dell’economia italiana. Li invita a farsi avanti perché non ne trova. Ecco che cosa gli ha scritto l’economista Matteo Olivieri.

di Matteo Olivieri

Preg.mo Direttore, raccolgo con piacere”l’appello disperato in soccorso del governo”, e tuttavia non senza una certa remora, dovuta alla consapevolezza di accettare una sfida rifiutata da ben più illustri economisti. Ma, se mi sono deciso a fare tale passo, è solo dopo aver letto il riferimento al «prestigioso economista francese Olivier Blanchard», secondo il quale la manovra italiana sarebbe una forma di «espansione fiscale restrittiva». Tale giudizio non appare più credibile, da quando nel 2008 Blanchard affermò che «lo stato della macroeconomia è buono», sebbene la Grande Recessione fosse già cominciata ma lui non se ne fosse accorto. Concorderà dunque che è necessario far sentire una voce fuori dal coro. Ebbene, io giudico in maniera positiva la manovra per i motivi che le espongo succintamente qui di seguito, e sui quali ritengo che si troveranno d’accordo tanto gli economisti di scuola keynesiana, quanto quelli di formazione classica (che nel nostro Paese non sono pochi).

Il quotidiano “Il Foglio” chiama all’appello: “C’è qualche economista che giudica positiva la politica economica del governo?” E aggiunge: “Dopo una prima ma approfondita ricerca, la risposta è negativa”.

Negli ultimi anni, infatti, chi era al Governo ha investito massicciamente in “grandi opere” pubbliche, sia direttamente sia mediante lo strumento del project-financing, il cui scopo dichiarato era quello di aumentare la capacità produttiva dell’economia italiana in un contesto di forte instabilità dell’economia mondiale. Mi riferisco ad investimenti nell’alta velocità, banda ultra-larga, nuove autostrade, ponti, viadotti, aeroporti, centrali idroelettriche e termoelettriche, ecc. Buona parte di queste infrastrutture hanno prodotto solamente un eccesso di capacità produttiva, tuttora largamente inutilizzata, e di cui rischiamo di pagare a lungo i costi economici, sociali e ambientali. Laddove invece tali opere hanno trovato pieno utilizzo, esse hanno spesso contribuito a prosciugare il capitale fisico e naturale italiano, in termini di consumo di suolo, di risorse naturali finora considerate rinnovabili, di erosione costiera o dissesto idrogeologico. Questo aspetto è particolarmente visibile in Calabria, regione dalla quale le scrivo, che è tra quelle che sta contribuendo maggiormente al raggiungimento dei target europei di “energia pulita”. Tutto bene? Neanche per idea! Infatti, stiamo assistendo al materializzarsi della profezia nera di Fredrick W. Taylor, quando nell’introduzione della sua opera fondamentale, L’organizzazione scientifica del lavoro, asseriva: “Vediamo le nostre foreste che scompaiono, le nostre risorse idriche di forza motrice che vanno sprecate, il nostro suolo trascinato a mare dalle inondazioni”. Solo per darle un esempio, nell’ultimo quinquennio sono stati spesi circa 500 milioni di euro per la realizzazione della nuova impiantistica regionale dei rifiuti, che però non riuscirà a vedere la luce neppure entro la fine del periodo di programmazione comunitaria 2014/20, lasciando la Calabria ancora nell’emergenza rifiuti. Soldi che, se spesi diversamente, di certo avrebbero fatto la differenza e creato prosperità e benessere diffuso.

Nel Mezzogiorno è in atto da tempo un processo di desertificazione industriale, frutto di scelte sbagliate, capitale concentrato nelle mani di pochi e investimenti in tecnologie spesso obsolete.

L’investimento in “grandi opere” ha offerto allo spettatore disattento l’impressione che lo stato generale dell’economia fosse buono, e tuttavia ha mascherato i problemi sottostanti del sistema economico, ovvero: il capitale di cui la Nazione si è dotato si è concentrato nelle mani di pochi e non è stato in grado di occupare né tutta la domanda di lavoro né tutta la forza di lavoro. In conseguenza di ciò, i problemi sono rimasti irrisolti e, anzi, si sono acuiti. Oggi il prodotto nazionale risulta sovrabbondante rispetto alla capacità di consumo degli individui e, quindi, la qualità di vita degli individui è peggiorata ovunque, considerata la impossibilità di un numero crescente di persone di acquistare col reddito disponibile le merci da loro stesse prodotte. Assistiamo così per la prima volta al fenomeno dei “poveri che lavorano”, mentre nel prossimo futuro il rischio è che un’intera generazione rimanga senza diritti e senza pensione. Come risultato, poche persone devono prendersi cura dei bisogni della maggioranza della popolazione, mentre la domanda effettiva è insufficiente a garantire la piena occupazione. È dunque necessario e doveroso un cambio di paradigma, se si vuole uscire da questo stato di sottoccupazione dei fattori produttivi e provare ad invertire la tendenza allo spopolamento, alla distruzione di capitale e alla bassa produttività in atto nella nostra Nazione. Si tratta a ben vedere di tre sintomi del mutamento della distribuzione del prodotto nazionale, che nel nostro Paese è in atto da quando si è deciso di barattare il DNA manifatturiero dell’Italia per un futuro utopico legato a modelli industriali obsoleti anziché ai temi dell’economia circolare e della conoscenza.

Per rilanciare la crescita occorre dare priorità agli investimenti capaci di occupare la forza lavoro e far aumentare il potere d’acquisto delle persone.

Come si può  invertire la tendenza e fare in modo che l’Italia produca utilizzando pienamente tutte le risorse disponibili? Va da sé che la ricetta più ovvia sembra essere la seguente: 1. dare priorità agli investimenti in grado di occupare la forza lavoro; 2. favorire quelle iniziative economiche in grado di rimettere il potere d’acquisto nelle tasche degli italiani e ricostituire il capitale perduto; 3. reinserire nel circuito produttivo individui e fattori produttivi finora esclusi o emarginati. Solo così si riuscirà ad irrobustire il tessuto produttivo nazionale ed evitare che – in presenza di domanda interna fiacca – gli imprenditori ricorrano alle esportazioni in presenza di una situazione internazionale già oggi caratterizzata da fortissime tensioni commerciali o da vere e proprie guerre valutarie. Tra l’altro tutto ciò è coerente con quanto prescrive la teoria keynesiana, laddove dice che – in una situazione di sottoccupazione – il contributo dei consumi alla formazione del reddito nazionale sarà maggiore, e che – senza l’aiuto della “mano pubblica“ – non è possibile che l’aumento della produzione derivi da un’espansione autonoma dei consumi.

In conclusione, ritengo che la manovra finanziaria vada nella giusta direzione di rimettere il potere d’acquisto nelle mani di chi è rimasto indietro nella scala sociale, e di restituire i risparmi a chi se li è visti espropriare dalla Riforma Fornero o dagli assurdi salvataggi bancari. Qualora mi si chiedesse se tutto ciò sia sufficiente a promuovere a pieni voti la manovra, risponderei di no, ma i prossimi mesi potranno essere impiegati per quegli aggiustamenti necessari a garantire obiettivi ancora più ambiziosi di piena occupazione dei fattori produttivi, con buona pace degli economisti e dell’economia. Grazie.

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