Regionalismo differenziato, occasione di crescita per la Calabria

E’ tempo di riflettere in maniera lucida sul «regionalismo differenziato». Definito in modo sbrigativo come “secessione dei ricchi”, può rappresentare una opportunità di crescita per le regioni più povere?

di Giuseppe Nucera (*) e Matteo Olivieri (**)

Mentre si infiamma il dibattito nazionale in vista dell’avvio delle trattative tra lo Stato e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per la concessione di margini di autonomia legislativa e amministrativa più ampi, nel Mezzogiorno si levano gli scudi contro quella che è stata definita – forse troppo sbrigativamente – “la secessione dei ricchi”. A ben vedere, il processo di regionalismo differenziato, che già ora coinvolge quasi tutte le Regioni, nel prossimo futuro è destinato verosimilmente ad accentuarsi. Secondo il recente documento del Senato della Repubblica, infatti, in ben 13 della 15 regioni a statuto ordinario sono state attivate le procedure previste dall’articolo 116 della Costituzione per richiedere allo Stato maggiori forme di autonomia legislativa. Tra esse c’è anche la Calabria, dove a fine gennaio si è tenuta la discussione preliminare in Consiglio regionale. A questa lista vanno ovviamente aggiunte le 5 regioni a statuto speciale, che fin dall’inizio dell’era repubblicana hanno beneficiato di larghe forme di autonomia amministrativa e legislativa, e che continueranno a goderne nei termini di quanto già riconosciuto loro dalla Costituzione italiana.

Considerato che tutto il dibattito avviene alla luce del dettato costituzionale, il centro dell’attenzione andrebbe dunque spostato dal “se” conviene una maggiore forma di autonomia regionale, al “come” realizzarla al meglio, tenuto conto del vincolo di unità e di coesione nazionale. E’ indubbio infatti che qualora l’autonomia riuscisse ad esaltare le specificità e le competenze regionali, essa potrebbe diventare una straordinaria occasione di sviluppo dal basso. Basti pensare che tra le materie “delegabili” (su cui le Regioni si vedrebbero riconosciute la esclusiva potestà legislativa, nei limiti di quanto previsto dalla Costituzione), ve ne sono molte di importanza strategica, come la “tutela della salute”, il “governo del territorio”, la “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, o la “ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi”. Si tratta di temi “strategici” che – se amministrati con lungimiranza ed innovazione politica – potrebbero contribuire a rilanciare l’immagine della Calabria nel mondo, e segnare una traiettoria di sviluppo economico dai tratti assai distintivi, a partire dal punto di vista della Calabria. Il nostro pensiero va anche al tema della “formazione professionale”, su cui la Regione potrebbe fare tantissimo ma che finora ha deluso le aspettative o, ancora, alla “valorizzazione dei beni culturali e ambientali”, che spesso versano in stato di abbandono o vero e proprio degrado.

E’ indubbio che le norme costituzionali consentirebbero ai calabresi di prendere in mano le redini del proprio destino e diventare così i protagonisti delle politica dei propri territori, dimostrando al contempo di essere capaci di implementare politiche avanzate di “governo e tutela del territorio”, come già oggi le vediamo attuate in Trentino-Alto Adige, o di “ricerca scientifica e tecnologica” ritagliate sulle caratteristiche produttive della Calabria, esattamente come si fa in Veneto o in Emilia-Romagna. Una maggiore autonomia consentirebbe anche di attuare quelle politiche forti di internazionalizzazione che al momento mancano in Calabria, soprattutto in termini di attrazione di investimenti esteri (come già oggi accade in Lombardia), senza dipendere dai tempi e dalle volontà del Governo centrale. Insomma, il regionalismo differenziato può rappresentare quella chiave di volta dell’economia calabrese attesa invano da decenni, tramite cui dare forma alle aspettative ed alle speranze dei calabresi e scrollarsi di dosso quell’immagine retrograda di essere il mercato di sbocco delle merci, dei servizi e delle tecnologie spesso vetuste prodotte al Nord.

Saremo pronti al grande passo? Sapremo dimostrare di essere capaci di elaborare modelli politici ed economici virtuosi, in grado di accrescere il benessere dei nostri corregionali attraverso scelte ambientali o industriali innovative, generate nella nostra regione, anziché replicare modelli impersonali e irrealistici, spesso calati dall’alto, che non hanno nulla a che fare con la Calabria e coi calabresi? Saremo abbastanza maturi da decidere di farci rappresentare da una classe politica competente, dotata di autonomia decisionale e non legata al parere preventivo dei “padrini romani”, ma che sia anzi capace di elaborare strategie di sviluppo a partire esclusivamente dalle risorse del territorio, ponendo così fine all’eterno alibi dei “nemici esterni” che vogliono il male della Calabria?

Riteniamo che non manchino le energie e le competenze giuste nella nostra regione e, anzi, vediamo che tanti si misurano quotidianamente coi problemi del territorio senza timori reverenziali, rinnovando ogni giorno la sfida di immaginare scenari nuovi rispetto ai problemi che si aprono davanti a noi, e che richiedono risposte innovative e non scritte da altri. Le possibilità di dar vita ad una Politica che voli alto ci sono tutte, e sebbene l’attuale classe politica non brilli di certo per impegno e lungimiranza, siamo convinti che i calabresi – chiedendo lavoro vero e non assistenzialismo mascherato da pie intenzioni – potrebbero ricevere risposte esaustive dai nuovi assetti regionali dotati di risorse adeguate.

(*) Presidente di Confindustria Reggio Calabria

(**) Economista

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