Irving Fisher e le previsioni sbagliate sulla Grande Depressione del 1929

Il 29 Aprile del 1947 si spegneva Irving Fisher, uno dei più grandi economisti matematici di tutti i tempi. Padre della moderna “teoria quantitativa della moneta”, a lui si deve la distinzione tra variabili “nominali” e “reali”. Fu celebrato dai contemporanei per la chiarezza del linguaggio e per l’originalità delle sue idee, salvo poi perdere tutta la reputazione per una serie di previsioni economiche sbagliate, tra cui quella riguardante la sottovalutazione della Grande Depressione. Peopleconomy ne propone un’analisi imparziale.

di Matteo Olivieri

Era il 16 Ottobre 1929, quando il New York Times riportava la frase del famoso economista Irving Fisher , secondo cui «le quotazioni delle azioni hanno raggiunto ciò che sembra essere un livello stabilmente elevato». Per l’economia statunitense si trattava di un periodo molto fortunato, con continui record di Borsa (l’indice Dow Jones era ai massimi da otto anni), e il valore dei titoli moltiplicato di sei volte. Ma, nel volgere di pochi giorni, quella frase si rivelò essere una delle più sfortunate previsioni economiche di tutti i tempi. Infatti, il 24 ottobre la Borsa di Wall Street subì un crollo delle quotazioni pari all’11 percento, seguito da un secondo crollo del 13 percento appena 4 giorni dopo (in quello che passò alla storia come “lunedi nero”), e poi, il giorno dopo, da un altro crollo del 12 percento. La serie di crolli di Wall Street segnarono l’inizio di quel periodo noto come Grande Depressione.

L’annuncio del primo crollo di Borsa, il 24 ottobre 1929.

La fama di Irving Fisher, che in quel periodo era al massimo, venne messa a dura prova. E, dopo soli pochi mesi, il suo prestigio subì un nuovo durissimo colpo. In pubblico, infatti, Fisher continuava a dirsi convinto che la crisi fosse passeggera, e che presto le quotazioni dei titoli si sarebbero riprese. Ma quell’auspicata ripresa invece sembrava allontanarsi sempre di più, e anzi l’economia si avvitava in una spirale deflattiva che sembrava inarrestabile. L’economia non dava segnali di stabilizzazione, e anzi si vedeva dappertutto povertà e disoccupazione di massa.

I suoi contemporanei ben presto persero la fiducia nella ripresa, e pure la speranza nelle sue parole. Tuttavia, per nulla impensierito dalla critiche, Fisher continuò ad essere presente nel dibattito pubblico, sia firmando appelli alle autorità governative sia fornendo pareri su come arginare gli effetti negativi su quella che si rivelava sempre più come una Grande Depressione. Famoso fu “l’appello dei 1.028 economisti”, che Fisher firmò assieme ad altre eminenti personalità del suo tempo (tra cui J.P. Morgan e Henry Ford) per chiedere al Presidente Hoover di apporre il veto ad una proposta di legge protezionistica sulle tariffe doganali, conosciuta come Smoot-Hawley.

Reddito nazionale quasi dimezzato, e debito pubblico pressoché immutato durante la Grande Depressione statunitense.

Nel mezzo della crisi, iniziò una poderosa raccolta di dati e di statistiche che portarono, nel 1933, ad elaborare una nuova teoria – conosciuta come “spirale debito-deflazione” – per spiegare cosa avesse causato la crisi e come uscirne. La teoria si basava su 49 “articoli di fede” – come Fisher stesso li definì – ovvero, le certezze che erano riuscite ad attraversare indenni la grande crisi. Fisher spiegò il meccanismo che conduce un’economia a cadere nella spirale deflazionistica, laddove i governi – nel tentativo di ridurre l’indebitamento attraverso una riduzione degli investimenti pubblici e privati – aggravano il peso in termini reali dei debiti residui da ripagare, e spingono le imprese e le banche a fallire, creando così la disoccupazione di massa. Per la prima volta, si comprese che la deflazione fosse una situazione patologica dell’economia, che non si sarebbe curata da sola (come sostenevano invece i fautori del laissez faire) ma, anzi, che avrebbe avuto bisogno di azioni correttive ambiziose.

Secondo Fisher, l’ammontare del debito e la stabilità dei prezzi sono i due elementi più importanti del ciclo economico, perché eventuali disturbi in questi due fattori monetari sono in grado di amplificare i propri effetti a tutta l’economia reale e, quindi, di causare tanto boom economici quanto le depressioni. Infatti, eventuali disallineamenti nei prezzi che dovessero verificarsi – per esempio – nell’agricoltura e nell’industria, si rifletterebbero automaticamente nel potere d’acquisto della moneta e nella capacità di effettuare nuovi investimenti. Quindi, nel livello dell’occupazione.

L’eccesso di investimenti e la sovra-speculazione sono spesso importanti; ma sarebbero molto meno gravi se non venissero condotti con denaro preso in prestito. Vale a dire, il sovraindebitamento può essere la causa di sovrainvestimenti o sovra-speculazioni. Lo stesso vale per l’eccessiva fiducia. Penso che l’eccessiva fiducia raramente rappresenti un grave danno tranne quando, e se, trascina le proprie vittime nel debito.

Durante la Grande Depressione si assistette per la prima volta al fenomeno della disoccupazione di massa.

Nella sua teoria, Fisher delineò la dinamica che conduce l’economia da uno stato di equilibrio alla depressione, in 9 passaggi così sintetizzabili: (1) la necessità di dover ripagare il debito porta alla vendita in stato di bisogno e (2) alla contrazione dei depositi bancari, ed al rallentamento della velocità di circolazione della moneta. Questa contrazione dei depositi e della velocità di circolazione della moneta, provoca (3) un calo nel livello dei prezzi, accompagnato da (4) un calo negli affari, un aumento dei fallimenti bancari e (5) un calo nei profitti aziendali e l’aspettativa di incorrere in perdite (6) riduzione del livello di produzione, nel commercio e nell’occupazione. Questo insieme di perdite, fallimenti e disoccupazione, portano a (7) perdita di fiducia, che a sua volta porta a fenomeni di (8) accaparramento di beni e all’ulteriore rallentamento nella velocità di circolazione della moneta. Questi otto passaggi causano (9) disturbi nei tassi di interesse, poiché i minori tassi di interesse a livello nominale si traducono in maggiori tassi di interesse reali, cioè misurati in termini di costo delle materie prime.

Il principale problema della “spirale deflattiva” è che gli individui troveranno sempre più gravoso pagare il debito residuo, perché – con la diminuzione dei prezzi e dei profitti e l’aumento dei tassi di interesse reali – dovranno rinunciare a quantità sempre maggiori di beni. In fin dei conti, anche l’acquisto di beni di prima necessità, come per esempio il pane, diventa tremendamente difficile quando manca il reddito o possibilità di lavoro. Pertanto – secondo Fisher – mali causati dalla deflazione, in presenza di poco debito, sarebbero meno gravi del previsto, ma è la combinazione di alto debito e di crollo dei prezzi a rappresentare un miscuglio letale. Per questo motivo, il consiglio di Fisher di evitare a tutti i costi la caduta dei prezzi era spiegato col fatto che «è sempre economicamente possibile interrompere o prevenire una simile depressione semplicemente riportando il livello dei prezzi al livello precedente, e mantenendoli inalterati tale livello». Questo fenomeno, conosciuto come reflazione, divenne motivo di scontro tra gli economisti dell’epoca, perché molti vi videro un espediente per tenere i prezzi artificiosamente alti e rallentare quindi il processo di riequilibrio dei mercati. Irving Fisher era conscio di ciò, tanto è vero che parlò apertamente della necessità di praticare all’economia una «respirazione artificiale» per evitare il rischio che la «barca affondi».

I crolli di Borsa del 1929 provocarono fallimenti di massa e la deflazione, cioè il calo generalizzato dei prezzi.

Purtroppo per lui – a parte alcuni provvedimenti del nuovo Presidente Roosvelt, che andavano nella direzione indicata tra l’altro anche da Fisher (come la svalutazione del dollaro nel 1933) – di fatto non venne più preso troppo sul serio, e anzi trascorse gli ultimi anni della sua vita ritirato dalla vita pubblica. Venne poi in parte riabilitato dal giudizio lusinghiero di John Maynard Keynes (che – qualche hanno dopo – riconobbe a Fisher il merito di avergli ispirato il modo in cui i fattori monetari influenzano le variabili reali di un’ecconomia), sia dall’altrettanto lusinghiero giudizio del premio Nobel Milton Friedman, che lo definì “il più grande economista che gli Stati Uniti abbiano mai prodotto”, e a distanza di 70 anni dalla sua morte Irving Fisher continua ad esercitare una profonda l’influenza sugli economisti moderni.

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