Quando Keynes disse: «l’economia ortodossa è in errore»

Ogni crisi ha un proprio linguaggio, e la “Grande Recessione prima, e la “Crisi del Debito Sovrano” poi, sono state caratterizzate da parole come «austerità», «aiuti di Stato» e «spread». Parole che – per la verità – si credevano estinte dal vocabolario economico.

di Matteo Olivieri

Nella prefazione dell’opera «Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta», Keynes afferma che “se l’economia ortodossa è in errore, la colpa va ricercata non nella sovrastruttura, che è stata eretta con gran cura di coerenza logica, ma nella poca chiarezza e generalità dele premesse.” E’ quindi nella «mancanza di generalità delle premesse» che Keynes individua l’errore metodologico dell’economia classica. A suo dire, infatti, l’economia poggia su ipotesi troppo ristrette e limitate, che – se non adeguatamente riconosciute – rischiano di produrre risultati falsi o di minare la credibilità della disciplina.

La critica di Keynes rappresenta un monito sempre valido e da tenere a mente anche oggi, visto che il rischio di incorrere negli stessi errori del passato è purtroppo ancora incombente. Riprova ne sono i continui appelli alla «austerità», all’aumento della «leva fiscale» in tempi di crisi, alla «crescita mediante debito» o alla politica del «denaro a buon mercato» di cui si fanno promotori i governanti del mondo. Tutte politiche che Keynes ebbe modo di rigettare, e che invece ripropongono un modo di pensare che si sperava fosse definitivamente superato.

Ma perché le premesse dell’economia classica non sono ritenute sufficientemente generali? Keynes fornisce al riguardo alcune spiegazioni. Per esempio, afferma che i postulati della teoria classica sono applicabili «solo ad un caso particolare», una situazione che esclude di fatto tutti gli altri risultati potenzialmente compatibili con l’equilibrio macroeconomico. Ovvero, l’equilibrio economico è un concetto semanticamente molto più ricco di quanto l’economia ortodossa abbia generalmente inteso. Appunto, generale. Per questo motivivo, Keynes chiarisce che:

La tradizione classica del pensiero economico ha considerato il saggio di interesse come il fattore che porta all’equilibrio la domanda di investimento con la disposizione a risparmiare.

A differenza della scuola neoclassica, la quale ritiene che il risparmio e l’investimento possano essere effettivamente diseguali l’uno dall’altro, la scuola classica vera e propria ha accettato l’opinione che essi sono uguali fra di loro.

Secondo Keynes, dalla impostazione “classica” discende un errore, ovvero che vi sia un unico tasso di interesse «naturale» o «neutrale» o «di equilibrio», ossia «quel saggio di interesse che porta all’uguaglianza fra l’investimento e il risparmio classico». Tuttavia – continua Keynes – «non è certo che la somma risparmiata da un dato reddito aumenti necessariamente quando il saggio di interesse aumenta».

«Se risparmio e investimento non determinano il saggio di interesse ma l’occupazione, allora il nostro modo di considerare il sistema economico risulterà profondamente mutato» – J. M. Keynes

Le implicazioni pratiche di questa critica sono di ampia portata, visto che le principali variabili economiche (tra cui, il livello di risparmio, investimento, e occupazione ecc.)  – considerate dalla tradizione classica alla stregua di “dati” che determinano l’equilibrio economico – diventano invece per Keynes il risultato di scelte economiche effettuate sulla base di ciò viene definita la “teoria della preferenza per la liquidità”. Ovvero, è la “liquidità” complessiva del sistema (cioè la somma di moneta in circolazione e di titoli finanziari) che determina l’ammontare di risparmio e investimento, il tasso di interesse, la moneta ed il livello di occupazione. Non viceversa.

Da questa inversione di prospettiva derivano importanti conseguenze, visto che per Keynes non ha più senso parlare di equilibrio o squilibrio, visto che il sistema economico è sempre in equilibrio. L’unica distinzione che continua ad avere senso, è quella fra equilibrio di piena occupazione ed equilibrio di sottoccupazione, cioè una situazione economica patologica in cui una parte dei fattori produttivi rimane inutilizzata, ed è causa di disoccupazione involontaria, nonostante la presenza di persone che sarebbero disposte a lavorare.

 

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