Crisi finanziaria, il decennio perduto

Esattamente dieci anni fa, era il Marzo 2007, cominciarono i primi segnali di stress sui mercati finanziari statunitensi, segnali che presto si sarebbero estesi a tutto il mondo. A distanza di dieci anni, la crisi finanziaria fa sentire ancora i suoi effetti, soprattutto in Europa ed in Italia.

di Matteo Olivieri

Se sulle cause della crisi si è raggiunta una spiegazione di massima convincente (che parte dalla crisi dei mutui ipotecari subprime negli Stati Uniti per poi estendersi ai mercati finanziari mondiali, e infine agli Stati), esiste tuttavia un ulteriore livello di analisi che finora è stato solamente sfiorato, e che – se non adeguatamente compreso – rischia di trasformare questo argomento nell’ennesima “lezione mancata”.

Ci si riferisce ovviamente alla comprensione dei motivi di fondo che hanno spinto la famiglia media americana ad avventurarsi in ardite manovre finanziarie e in posizioni debitorie spesso maggiori della reale capacità di rimborso. Su questo aspetto va fatta ancora chiarezza, e probabilmente la spiegazione non può prescindere da una convincente opera di ricostruzione storica delle decisioni di politica economica, tramite cui – a partire da George Bush e, prima ancora da Bill Clinton – si è cercato di far aumentare a tutti i costi la percentuale di proprietari di casa.

Ancora nel 2010, in alcune aree degli Stati Uniti, le case pignorate ammontavano a più del 15 percento del totale venduto.

Le cause della crisi vanno fatte risalire a circa un decennio prima. Le crisi, infatti, non accadono nel corso di una nottata ma vengono preparate lentamente o, come si dice nel gergo economico, “fermentano” salvo poi esplodere all’improvviso. Per quanto riguarda la crisi dei mutui ipotecari subprime, va ricordata la decisione presa nel 2002 sotto la presidenza Bush di incrementare la percentuale di proprietari di case, che estendesse alle minoranze svantaggiate le garanzie pubbliche, e rendesse la normativa più permissiva attraverso l’uso di agevolazioni fiscali. Una politica simile fu fatta da Bill Clinton con una legge passata alla storia come National Homeownership Strategy, cioè strategia nazionale per la casa di proprietà. In entrambi i casi, si è fatto ampio ricorso al mito del “sogno americano”, cioè si è insistito sul fatto che possedere una casa fosse la via più facile e spedita per migliorare la qualità di vita delle persone svantaggiate, soprattutto le minoranze nere ed ispaniche.

Questo aspetto può apparire paradossale, eppure è chiaramente visibile nei discorsi dell’epoca ed ha rappresentato una leva particolarmente sentita dagli elettori americani. Per esempio, in un passaggio di un famoso discorso del 2002 il Presidente Bush diceva «Siamo in grado di portare luce dove c’è il buio, e la speranza dove c’è sconforto in questo paese. E una parte di esso sta lavorando insieme come una nazione per incoraggiare le persone a possedere casa propria.»

Si è insistito sul concetto di “proprietà” come parte sostanziale del “sogno americano”, e quindi la casa è diventata la manifestazione reale dei diritti costituzionalmente garantiti. Si è detto: siamo ricchi, siamo in grado di estendere le garanzie pubbliche per l’acquisto della prima casa a minoranze finora escluse e, soprattutto, siamo in grado di farlo senza gravare sui contribuenti. In molti hanno detto: se è così, perché non tentare? Non a caso, per descrivere lo stato delle cose, Alan Greenspan coniò il termine di “esuberanza irrazionale”.

E il prezzo delle case schizzò alle stelle.

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