Speciale America Latina | «Travestirsi di primavera in autunno. Appunti su una restaurazione forzata.»

Il continente latinoamericano è di nuovo in subbuglio. Dimostranti da giorni scendono in piazza in Venezuela e Paraguay per protestare contro gli stretti legami tra il potere esecutivo e quello giudiziario, e le riforme costituzionali approvate senza il coinvolgimento della popolazione. Spesso le proteste si spingono fino a saccheggi per strada e in scontri con la polizia. Le autorità parlano di tentativi di “colpo di stato”, mentre i dimostranti di “riforme furtive”. Si tratta di una vera “primavera” latinoamericana?

di Fabrizio di Buono*

“Qui la memoria non serve. Vedere è dimenticare”. (Augusto Roa Bastos, Yo el Supremo, 1974)

Lo scrittore paraguaiano Augusto Roa Bastos, scriveva che «la pazzia umana è solita essere astuta. Camaleonte del giudizio. Quando la si crede curata è perché risulta essere messa peggio. Non l’ha fatto, si è solo trasformata in una pazzia più sottile». Era il 1974 e utilizzava queste parole nel poderoso romanzo storico Yo el Supremo, in cui narra del “Supremo” dittatore della Repubblica paraguayana Rodriguez de Francia (prima metà dell’800).

Osservando quanto accade alle latitudini latinoamericane (e non solo), sembrano essere di grande attualità – così come aiutano ancora –  letture come il Canto general di Pablo Neruda e altri due romanzi storici che affrontano le caratteristiche dei vari regimi latinoamericani, come El otoño del patriarca di Gabo Marquez e El recurso del método di Alejo Carpentier, tra tanta letteratura. Da un lato ci narrano la storia degli angoli dell’America Latina, dall’altro offrono diverse prospettive che oggi, quando narriamo i fatti attuali, rischiamo di dimenticare e “formare una seconda naturalezza, uguale alla naturalezza che fa da primo abito” (ricorda lo scrittore paraguaiano). Il richiamo storico della letteratura ci porta a dover considerare anche i nuovi (?) metodi di penetrazione del capitale nel latinoamerica.

Il presidente del Banco dello sviluppo Inter-americano, Luis Alberto Moreno, si interroga se quanto accade possa considerarsi una primavera latinoamericana contro la corruzione. Tuttavia la corruzione sembra essere una pesante veste sotto cui celare altre modalità di gestione del potere, una giustificazione e perfetta scusa per ripristinare o cambiare in maniera gattopardesca. Partiamo da due paesi da cui giungono voci ed eco in Europa: il Venezuela e il Paraguay.

Venezuela. Una crisi di sistema e la mano visibile (esterna).

In Venezuela i dimostranti chiedono le dimissioni dei sette giudici della Corte suprema, di nomina governativa, che con una sentenza del 29 marzo scorso ha avocato a sé le competenze legislative del parlamento.

La crisi che attraversa il paese bolivariano, governato da Nicolas Maduro, è abbastanza controversa e si situa tra economia e politica. Nel 2010, il Venezuela, dopo il doppio mandato del presidente Hugo Chavez, vedeva una notevole riduzione della concentrazione di ricchezza nel 20% della popolazione più ricca, e un aumento della partecipazione alla redistribuzione degli introiti nazionali da parte del 20% della popolazione più povera (dati INE). Tuttavia, l’economia venezuelana è rimasta legata ai profitti del petrolio, risentendone degli effetti negativi sullo stato sociale avviato da Chavez. La caduta del mercato interno e le proteste in aumento diventano così realtà quotidiana, a cui si aggiungono le richieste di liberazione di prigionieri politici. Il problema dell’economia politica si sposta ad un problema di scelta politica, che sembra escludere la voce della base che portò al governo di Chavez prima e Maduro poi. L’avversario più temibile in questo momento è il MUD (Tavolo dell’Unità democratica), la destra conservatrice, che nelle ultime elezioni era riuscita ad ottenere la maggioranza all’interno del Parlamento venezuelano. Accanto, troviamo l’Oea, l’Organizzazione degli Stati Americani, che nell’ultima riunione straordinaria di marzo ha esplicitato le proprie volontà di intervenzione in Venezuela. Un palcoscenico, quello dell’OEA, che ricorda la dottrina Monroe, in cui si evidenziano le diversità di prospettive tra Stati, in base agli schieramenti e alle affiliazioni economiche. Tuttavia, tra astensioni, voti favorevoli e negativi, e problemi di legittimità della riunione, l’intervento non è stato deciso.

Paraguay, dai focolari del congresso al problema politico.

In Paraguay, il 30 marzo i manifestanti hanno assaltato e dato a fuoco la sede del Congresso, dopo che il Senato ha votato segretamente un emendamento costituzionale per permettere al presidente di ricandidarsi per un nuovo mandato. (AP Photo/Jorge Saenz)

Se Venezuela è maggiormente conosciuto, sul Paraguay si conosce ben poco. L’attuale presidente è Horacio Cartes, in quota Partito Colorato, personaggio che rientra in quell’1,6% di popolazione paraguayana che possiede l’80% del territorio del Paraguay. L’esplosione delle proteste, di cui è giunta eco in Europa, e del palazzo del Congresso incendiato in alcune parti, non sono direttamente connessi a questa forte diseguaglianza sociale, ma rappresentano una controversa trama, in cui la «memoria falsa – direbbe Roa Bastos – e il malcostume mutano i fenomeni abituali, formando una seconda naturalezza».

Il fatto inquisito è un emendamento che andrebbe a modificare la costituzione paraguayana, riguardante il mandato presidenziale. La Legge fondamentale dello stato paraguayano permette, infatti, un solo mandato per presidente, mentre la modifica ne permetterebbe una rielezione. Lo spettro è la dittatura.

Bisogna perciò aprire una piccola parentesi storica: Paraguay ha sofferto la lunga dittatura del generale Alfredo Stroessner, dal 1954 al 1989, in ottica Plan Condor; Il Partito Colorato è sopravvissuto a dittatura e caduta: per 61 anni è stato il partito di governo, fino al 2008, quando il Fronte Guasù, espressione della sinistra e del movimento contadino, vince le elezioni con Fernando Lugo, destituito con un golpe il 2012, riportando al governo il longevo “Colorato”. Chiusa la parentesi storica, ritorniamo all’attualità. La votazione di detto emendamento e la sua modalità di votazione a porte chiuse hanno esagitato gli animi. Ancor di più, il fatto che anche i cinque senatori del Frente Guasù abbiano votato a favore di questa legge.

Il motivo di questa scelta ricade sulle possibilità che Fernando Lugo avrebbe di rivincere le elezioni contro Cartes, come diversi sondaggi dimostrerebbero, quindi essere nominato Presidente una seconda volta. Le proteste hanno coinvolto un Paraguay eterogeneo. Negli scontri, la morte di un giovane liberale, sparato dalla polizia, e differenti arresti. Tuttavia le proteste che colgono il vero problema di diseguaglianza sociale sono state le lunghe marce organizzate dal movimento campesino, che nei giorni precedenti hanno attraversato Asunciòn – la capitale – esigendo, ancora una volta, una riforma agraria che limiti il potere delle multinazionali nell’accaparramento delle terre. Problema più che recente e vivo, se si considera le incursioni delle imprese brasiliane della soia nella zona di confine tra i due stati e che ha visto una dura repressione dei contadini paraguaiani per mano della polizia nazionale.

Gli scontri del Congresso hanno ridato man forte al potere repressivo del governo, che oggi invita al dialogo, ma ai tavoli delle trattative, sino ad oggi, per discutere l’emendamento si sono seduti soltanto le parti favorevoli. Con molta probabilità l’ultima parola spetterà al referendum popolare. Tuttavia le mobilitazioni sembrano lontane dallo spegnersi.

A mo’ di conclusione.

Un’analisi precisa su questi fatti, deve liberarsi dal fascino del fiorire di primavere, ma considerare a cosa si va incontro e sotto quali spoglie si cela la libertà e a chi essa appartiene, a volte. Scriveva nel Canto general, Pablo Neruda, che «quando la libertà cambiò vestito, trasformandosi in impresa: dalle terre appena seminate emerse una casta, un gruppo di nuovi ricchi con scudo, con polizia e con prigioni. Fecero una linea nera: qui noi […] signorotti di tutte le parti […]. Li voi, […], ammucchiati in porcili, senza casa, cencioso, pidocchiosi, farabutti, straccioni, miserabili, sporchi, fannulloni, popolo». È la costruzione dell’ennesima linea nera a preoccupare per il Venezuela quanto per il Paraguay. Pertanto, vedremo in che direzione andrà la memoria (e il capitale).

 

Fabrizio Di Buono è dottorando di ricerca in Scienze Sociali presso la Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (FLACSO) di Buenos Aires, Argentina, e membro del Laboratorio Occhialì dell’Università della Calabria.

        

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